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Verso la fine dello Stato omnibus

– Quante volte vi sarà capitato di esclamare “non vi sono più le stagioni di una volta” e poi invece scoprire che il modo in cui si susseguono i periodi nell’anno risponde al normale alternarsi di variazioni climatiche nei decenni?

Qualcosa di simile accade quando ci meravigliamo per una vera o presunta sovrapposizione di poteri rispetto a quelli degli stati nazionali. Ormai come memoria collettiva ne abbiamo perso il riconoscimento, ma basta scorrere un qualsiasi libro di storia per renderci conto che la totale sovrapposizione / corrispondenza tra nazione e Stato è una relativamente recente ”anomalia”, rispetto alla contemporanea presenza di più poteri ai cui è soggetto contemporaneamente un popolo/nazione.

Anomalia per molti versi solo formale in molti casi (per esempio il potere statuale del più grande paese e quello del più piccolo si equivalgono), ed in altri casi non presente neppure formalmente (popoli senza stato). La compresenza di più poteri nei medesimi territori non può essere ricondotta esclusivamente a periodi storici denominati Medio Evo in Europa o  comunque “periodi feudali” propri di altri popoli (Persiano, giapponese, ecc) è vero invece che periodi di massimo accentramento di tutti i poteri in un’unica autorità sono stati eccezionali rispetto alla norma. E’ vero che nei periodi “feudali” sovrapposizioni di potere sono state eccessive  ed hanno portato a fasi di decadimento della società, tuttavia una totale eliminazione di tali poteri extrastatuali  in molte occasioni è stato ancora più deleterio per interi territori. Basti pensare alla totale scomparsa della potenza marinara di Amalfi per colpa dello strapotere di Ruggero II di Sicilia che non aveva compreso la necessità di lasciare libera l’enclave di Amalfi da vincoli burocratico-fiscali incompatibili con il commercio navale.

Per meglio tutelare i confini e per non soffocare il commercio internazionale dell’epoca gli imperatori Romani avevano avuto l’accortezza di  lasciarsi sempre una serie di stati “cuscinetto” ai propri limes, formalmente indipendenti anche se sotto la “protezione romana” come al confine con l’impero dei Parti o sul Reno. I  Bizantini con la loro politica di controllo non invasivo di ampi territori, anche ad Occidente, senza occupazioni militari ma con il sistema denominato Commonwealth bizantino sono stati a lungo nei fatti una potenza mondiale non inferiore rispetto a stati formalmente più accentratori.

Molte persone sono talmente abituate a considerare ‘normale’ lo stato attuale delle cose da considerare come una eresia, una pazzia, un atto criminale l’esistenza di poteri diversi da quelli statuali e considera indispensabile il loro annientamento: vedi attacchi generalizzati contro “tutte” le multinazionali, contro “tutte” le banche, contro “tutti” gli operatori di borsa,  contro la Chiesa cattolica e contro l’Islam, contro “tutte” le enclaves , spregiativamente denominate  “paradisi fiscali”  (che provino a imporre alla Cina di rinunciare al particolare status di  Hong Kong o  Macao!), considerando questo come causa di tutti i nostri mali (crisi economica, criminalità, ecc) ebbene è vero esattamente il contrario: la fine del formalismo statuale onnicomprensivo sarà la nostra salvezza, non il suo contrario.

Non sarà la costituzione di uno stato indipendente palestinese su territori privi di sufficienti risorse infrastrutturali, idriche ed energetiche a salvare la pace in Medio Oriente, ma il riconoscimento di poteri distinti all’interno della Palestina/Israele, non più stato confessionale onnicomprensivo ebraico. La strada della pura e semplice repressione nei confronti, ad esempio, dei movimenti anarco-insurrezionalisti a base etnica come quello con base ideale in Sardegna sarà sempre una battaglia di retroguardia rispetto all’affrontare di petto il problema, con il riconoscimento formale, nelle modalità più appropriate, per le popolazioni che idealmente si “sentono” invase dagli stranieri da dopo la costruzione dei nuraghi. Lo stesso dicasi per il riconoscimento della storia e della cultura còrsa, cui non basta la formale equiparazione con il continente francese mediante lo status di dipartimento.

Lo stesso dicasi per la lotta alla mafia che non può essere vinta solo con la repressione e con la artificiosa applicazione delle istituzioni statali in territori non assimilabili per una serie di ragioni socioculturali. E’ ora di finirla con la storia della impossibilità di istituire “zone franche economiche” al Sud e nelle Isole con la scusa che vi sarebbe un divieto da parte della UE ( ed allora le migliaia di infrazioni che ogni giorno vengono commesse dallo stato contro le regole della UE?) o con il timore che sarebbero preda della criminalità organizzata: i Calabresi, i Siciliani i Campani e le altre popolazioni del Sud non sono criminali per natura e meritano un’opportunità per sviluppare la loro industriosità e la loro laboriosità almeno come lo è stato dato dai comunisti cinesi alle zone speciali economiche (Special Economic Zone (SEZ), dalle quali poi è nato l’incredibile sviluppo economico attuale della Cina.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

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