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La triste parabola della Lega. Da forza riformatrice a partito dello status quo

– Questa legislatura ha per molti versi segnato la fase apicale ed al tempo stesso terminale dell’era di Silvio Berlusconi e sono in molti a chiedersi che cosa avverrà allo spazio politico per anni occupato da Forza Italia e dal PDL non appena cadrà il castello di carte che tuttora sta in piedi in buona sostanza per l’istinto di autoconservazione di una classe politica.

Se, tuttavia, sono sempre più frequenti i ragionamenti su un prossimo dopo-Berlusconi, che  difficilmente si svilupperà per semplice successione ereditaria, tutto sommato in pochi stanno concentrando l’attenzione su un altro “dopo”, meno clamoroso forse, ma ugualmente significativo nel nostro scenario partitico.

Un’altra “bolla” politica è sul punto di esplodere ed è quella della Lega Nord
, un partito che, come il PDL, è rimasto prigioniero dell’invecchiamento e del progressivo arroccamento personale e culturale del proprio leader. E’ triste il bilancio del ventennio leghista. Triste, in specie, considerando le premesse che si erano delineate negli anni ’90.

Certo la Lega è stata sempre un partito populista e “scomposto”, ma se i toni e gli atteggiamenti non sono fondamentalmente cambiati, nel tempo si è prodotta una drammatica involuzione sul piano dei contenuti e degli obiettivi. La Lega di lotta (e non ancora di governo) era una forza riformatrice ed in larga misura liberista. Combatteva la burocrazia, concepiva riforme coraggiose dell’assetto istituzionale e si caratterizzava come forza anti-statalista ed anti-fisco.

Portava un liberale come Giancarlo Pagliarini ad un ministero economico, ospitava al suo interno alcuni convinti libertarians ed elaborava “costituzioni padane” dal sapore “jeffersoniano”. “Basta tasse, basta Roma” era uno slogan senz’altro semplificato, ma capace di ben sintetizzare le priorità politiche del movimento.

“Basta tasse”. Capito? Non “basta aborto”, “basta froci”, “basta OGM, “basta globalizzazione”, “basta McDonald’s”
e tutto quello che è venuto dopo, quando il Carroccio si è trasformato sui temi sociali in una forza tradizionalista e bigotta e sui temi economici in un blocco di sindacalismo territoriale, un vero e proprio partito della “spesa pubblica settentrionale”.

Anni fa la Lega era un partito che, guardando a Nord, sembrava anche promettere un paese  più moderno ed efficiente. Un po’ meno “all’italiana”. E un po’ più “svizzero”, un po’ più “tedesco”. E’ in questo clima, in fondo, che nel ’93 Formentini prese Milano intercettando il voto della borghesia liberale e moderata e di molte forze riformatrici della città. Invece altro che rigore, trasparenza ed efficienza nordica, la Lega di oggi! In tanti anni di governo e di sottogoverno, Bossi pare semmai aver imparato benissimo l’arte del “chiagni e fotti”. In questo – diciamolo pure – è stato proprio “un italiano vero”

La Lega degli anni ’90 non era neppure un soggetto ostile all’innovazione sociale. Era per molti aspetti un “partito paese” con tante anime diverse, come lo dimostrò quell’interessante esperimento che furono le “elezioni padane” del 1997.

Era un partito in cui potevano stare i gay di LOS Padania e gli immigrati. In cui esponenti di primo piano come Maroni e Pagliarini potevano schierarsi apertamente per la liberalizzazione della droga. Un partito che non aveva paura di organizzare una campagna referendaria congiunta con quei liberali “laicisti” che erano i Radicali. Davvero tanta acqua è passata sotto i ponti per una forza politica che da portabandiera delle riforme è diventata strenua assertrice del congelamento dello status quo.

Per il partito di Bossi l’Italia non è ormai nient’altro se non un enorme museo a cielo aperto, tutto tappezzato da cartelli “vietato toccare”. Un paese che va bene così com’è.
Con questa composizione demografica, con questi equilibri socio-culturali, con questo sistema pensionistico, con questo mercato del lavoro, con questo mix energetico, con questi processi di produzione agricola, con questo livello di intermediazione politica, con queste “cadreghe” per amici e compagni di partito.

Anziché cogliere la sfida di un’economia libera e di una società aperta, la Lega, proprio come la peggiore sinistra, sceglie di giocare la carta della paura – della paura della gente di perdere le proprie certezze ed i propri presunti “diritti acquisiti”. E’ sicuramente una politica premiante nel breve periodo e non è un caso che negli ultimi anni il partito del Senatur abbia veleggiato intorno ai suoi massimi storici. Al tempo stesso, tuttavia, il breve periodo è sul punto di finire ed i nodi cominciano a venire al pettine.

Da troppo tempo dalle parti di Via Bellerio si spacciano come successi operazioni di piccolo cabotaggio e risultati sempre meno ambiziosi, ma si registra il sostanziale fallimento degli obiettivi storici della Lega, quali l’abbassamento della pressione fiscale al Nord, il ridimensionamento del potere centrale  e la riduzione dell’assistenzialismo nei confronti del Mezzogiorno.

In questo contesto si creano le condizioni affinché si consumi una frattura tra il Carroccio e le aspirazioni delle parti più produttive del paese e questo può portare ad un collasso del voto leghista in tempi più veloci di quello che si può immaginare. Può aprirsi tra non molto un dopo-Bossi e forse ragionevolmente anche un dopo-Lega, ma al tempo stesso non si può pensare che il vuoto destinato a formarsi possa essere efficacemente colmato dalle forze politiche attuali.

Possono crearsi, invece, i presupposti per un nuovo “vento del Nord”, per l’emergere di nuove leadership e di nuove proposte che provino ad interpretare, magari con uno stile diverso, le istanze della cosiddetta Padania.

E chissà che non possa tornare in auge anche la via di un federalismo liberale e competitivo.

Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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