– Ultimamente si assiste a dichiarazioni aberranti da parte dei politici italiani, in particolare quelli che, come il ministro Tremonti, si definiscono liberali: frasi del tipo “gli eurobond sono necessari, grazie ad essi riusciremo a fare una spesa pubblica buona che stimoli la crescita”. Ciò spinge a riflettere su chi siano questi “liberali” e su cosa essere liberali voglia dire in senso lato.

Quanti di quelli che lo dicono sanno cosa vuol dire? In Italia chi si dichiara tale è tendenzialmente un tecnocrate più o meno convinto, un tecnocrate che disprezza la massa e che interpreta il liberalismo non come un sistema atto a garantire la piena libertà dell’individuo, la sua responsabilizzazione di fronte alle sue scelte e alla società e la sua difesa e protezione dal volere dei più, ma come un insieme di politiche economiche atte alla crescita e che pur essendo di marca liberista, per paradosso, diventano l’incubo di quei filosofi liberali letti pochissimo e citati in esubero,un incubo chiamato” economia pianificata”.

Cosa intendo per tecnocrati? Intendo coloro che appartengono a quella che Hayek definiva la nuova aristocrazia del dirigismo pragmatico, nonché, per estensione, i loro pseudo-liberali estimatori. Poiché mi piace però essere chiaro e rendermi chiaro a tutti, spiegherò cosa intendo con un concretissimo esempio.

Puta caso che due illustri scienziati porgano al signor Stato un documento che dimostra secondo metodo scientifico che un dato pesticida che riduce la malaria a qualche milione di persone distrugge le falde acquifere; il signor Stato, preoccupato di questa evenienza, bandisce quel pesticida dai suoi confini e proibisce i cibi con questo trattati. Salva le faglie.
Viva lo Stato! dirà il buon amante della tecnocrazia, e chi non concorda è un buzzurro disinformato che non conosce le ricerche dei due illustri scienziati; e ancora un altro esempio, un illustre psicologo e psichiatra ,che per amor di studi è laureato anche in neurologia, porta uno studio provato e comprovato secondo metodo scientifico, che dimostra la correlazione tra il possesso di un’arma e l’impulso a commettere atti violenti; ecco allora che il Signor Stato, preoccupato per l’incolumità della cittadinanza, crea leggi e regole enormemente restrittive per chiunque porti armi; l’amante della tecnocrazia gioisce, finalmente! e chi non capisce è un buzzurro manesco cresciuto in chissà che abisso di violenza.

Ora: è legittimo condividere leggi simili? si. Corrisponde a quella filosofia della libertà che chiamiamo liberalismo? No. Infatti un liberale, uno vero, sa che il metodo scientifico non è che un sistema d’interpretazione del reale coerente in se stesso come tutti i sistemi inventati dall’uomo per interpretare la realtà e, come tutti, reale.

Il liberale sa che il metodo scientifico valido per alcune discipline non va bene per tutte, e che si basa su scelte arbitrarie; lo scienziato infatti sceglie un tot d’ipotesi in maniera intuitiva e del tutto non “scientifica” e le verifica (vedasi Poincaré, Hayek e Pirsing), prende in mano una manciata di granelli da un deserto di ipotesi e quelle analizza, con un metodo relativo. Sempre per citare il fisico e filosofo Pirsing, esistono diversi modelli geometrici tra loro discordanti, tra cui quello euclideo: la scelta di uno piuttosto che di un altro non è certo dovuta a una, impossibile da identificare, verità, quanto alla convenienza.

Ora, la convenienza è del tutto relativa al soggetto: sempre per rimanere nel comprensibile regno degli esempi, per un cristiano cattolico e la sua escatologia salvare delle vite dalla malaria sarà in linea di massima migliore che salvare delle faglie, poiché crede che il mondo vada verso un telos che è il giorno del giudizio e che la vita umana sia sacra. Altri faranno altre scelte in base agli endocosmi di appartenenza; ebbene però lo Stato, nell’esempio precedente, ha fatto la scelta PRIMA che il cattolico, il buddhista, l’ambientalista, il metafisico antiscientista e lo scientista,il razionalista e l’empirista, il kantiano e il neoplatonico, il pagano e l’animista, quello che condivide il documento dei due illustri e quello che non lo condivide, abbiano attuato la loro scelta a riguardo dei frutti e degli ortaggi da comprare.

Lo Stato ha scelto arbitrariamente una verità, l’ha definita per il Bene collettivo e in nome di questo ha privato tutti i sopracitati della Libertà di scegliere. Lo stesso dicasi per le armi e così via. Così, coloro che reputano sagge alcune leggi dello Stato sono in effetti lieti della limitazione della Libertà arbitraria, e usano lo Stato come escamotage per evitare di fronteggiare la società composta dai sopracitati individui e di convincerli, se davvero lo ritengono importante e opportuno, della bontà delle loro opinioni.

Così i supposti supporter della Libertà s’iscrivono al club del positivismo e dello stato e si dichiarano nemici della Libertà che credono di tutelare.
Ora quello descritto è uno Stato che fa una legge credendo in un metodo e volendolo applicare, già di per sé un utopico Stato, per quanto come dimostrato anch’esso in errore. Il bello è che solitamente lo Stato, che in teoria vorrebbe essere specchio di quel “Noi” che è la società, è poi, in pratica, l’insieme dei politici e della burocrazia.

Politici eletti solitamente, specie in Italia, in base a clientela e burocrazia, che in quanto non composta da possessori di capitale né responsabilizzata da un legame tangibile tra qualità del servizio e sicurezza del posto di lavoro e avendo in aggiunta fiumi di denaro a disposizione, tende a generare corruttela. Dunque lo Stato porta, in maggiore o minore misura, due piaghe: Clientela e Corruttela. Più ampio è il suo potere, più capillare la sua influenza sulle nostre vite, più vaste e purulente sono le sue due piaghe.

Ora, se già è un male che lo Stato scelga per me, anche se lo fa perseguendo l’idea del Bene Collettivo, figurarsi se lo fa trascinato da legami clienterali e da rapporti di corruttela! E’ inaccettabile, è illiberale. Eppure i tanti cosiddetti liberali, ed eccoci al secondo punto delle loro incongruenze, abbracciano le opinioni e i pareri, persino le leggi di quella mastodontica macchina burocratica sovranazionale che è l’Ue, che agisce nei suoi proclami sempre in nome del Bene Collettivo e che ha per padri fondatori dirigisti pragmatici vari, nella maggior parte dei casi socialisti, che hanno ambito a tramutarla in Stato.

Ora tutti gli Stati sovranazionali che la storia ci ha mostrato, oltre ad un’intrinseca instabiltà, sono affetti da un altro male, in quanto non hanno un identità linguistica, antropologica e culturale, ma hanno trovato la loro identità nella burocrazia, nella pianificazione e gestione del potere, dunque nell’espansione e nell’accentuazione delle due più deleterie caratteristiche dello Stato.

L’Unione Europea, non sfuggendo in nulla all’esempio di Stati sovranazionali precedenti (status che ambisce, com’è noto, ad ottenere),  fino ad oggi ha prodotto decine di Agenzie degne davvero dell’Unione Sovietica, quelle che in inglese sono definite in maniera molto esplicativa “Brussells sprouts” (“cavoli di Bruxelles”, NDR), le varie Fac, Ecofin, Gac e Gag, Raa e Comp e, dall’altro, in nome della Salute Comune e del Bene Comune, norme degne della migliore tradizione d’interventismo e pianificazione dell’economia. Norme che, peraltro, scivolano in una sorta di delirio del controllo che arriva a definire il Platonico Cetriolo Ideale, il noto Cetriolo in Sé, dalla curvatura di dieci centimetri su dieci millimetri, fino alla lunghezza esatta dei preservativi che non deve essere di molto superiore o inferiore ai cento millimetri, per arrivare alla indispensabile lista delle 36 regole per stabilire il colore di un fagiolo.

Questo per ridere e non parlare del fatto che sussiste un enorme deficit democratico, infatti da Delors a oggi l’Unione Europea, la struttura burocratica, non ha mai visto di buon occhio i referendum – o, per dirla con Enzensberger, “ai burocrati di Bruxelles rischia di prendere un ictus solo a sentire la parola referendum.” Eppure i sedicenti liberali si sdilinquiscono per l’Ue e pendono dalle labbra della BCE. Questi liberali ignorano ovviamente che questa Ue era stata predetta e temuta da Hayek, che filosofi liberali contemporanei, del calibro di Lottieri e Giordano Bruno Guerri, da sempre la osteggiano con approfondite e puntuali critiche ed analisi e che quel mostro dipinto dai giornali di Vaclav Klaus non è altro che un genuino liberale che sa, per usare le parole di un altra politica dagli indiscutibili ideali liberali quale Margaret Thatcher, che “non c’è niente di peggio che combattere uno stato e vedere sorgere un superstato sovranazionale e dunque, necessariamente, burocratico”.

Questi sedicenti liberali, pianificatori economici e seguaci del pragmatismo dirigista, sembrano ossessionati dall’idea di grandezza e dalla sfida con la Cina e gli altri che non capiscono sono stupidi nazionalisti da piccola patria.
Sarà per questo tipo di liberali, che liberali non sono, che il liberalismo non sfonda? Sarà perchè non si parla del desiderio di una società composta da individui liberi e proprietari della loro casa, responsabili delle proprie scelte e liberi di compierle, liberi di realizzare loro stessi senza intromissioni, di scegliere se portare armi o tenerne in casa liberamente, che cetrioli comprare e con quale rapporto tra lunghezza e curvatura, se mangiare OGM o no?

Sarà perché non si parla mai di una società dove non sussiste un’assurda divisione da lotta di classe marxista ma dove i lavoratori sono anche proprietari delle azioni delle società in cui scelgono di lavorare e tutelati tanto nella scelta dei preservativi (di molto superiori ai 100 millimetri o di molto inferiori, saranno fatti loro) come nella scelta della religione da seguire o da non seguire?

Sarà perché si ragiona solo di esperti e masse, e non d’individui con diverse competenze, esperienze e conoscenze egualmente valide, e non bisognosi di pre-scelte e tutele da parte dello stato? Sarà perché si appoggia Stato e Sovrastato con la scusa “altrimenti finiamo come l’Argentina” senza avere il coraggio di dire che se il nostro Stato è incapace di liberalizzare e rendersi competitivo allora merita di finire come l’Argentina ed è immorale che un sovrastato lo impedisca?

Sarà perché si è persa la consapevolezza che non c’è nessuna Verità dogmatica e scientifica, e che anche gli scienziati e gli economisti non sono altro che individui che scelgono un modello coerente in se stesso all’interno del quale prendono scelte basate su una personale e non univoca idea di che cosa sia conveniente?

O sarà un misto di tutte queste cause, più la paura che le proprie idee vengano rifiutate e dunque, piuttosto che confrontarsi con la società, si preferisce scavalcarla, imponendole le proprie convinzioni attraverso lo stato? Io credo che sia così, e credo che, oggi più che mai, il mondo abbia bisogno di conoscere le radici di quelle politiche economiche liberali che sono solo il frutto di una nobile pianta.