Il governo ha pochi meriti, la Cgil tutti i torti

di CARMELO PALMA – Dopo le vicende di Mirafiori e Pomigliano, che la Fiat ha tollerato perché è la Fiat e perché disinvestire in Italia le sarebbe risultato, da molti punti di vista, ancora troppo costoso, era prevedibile che l’esecutivo – quel che ne rimane in servizio – si ponesse il problema di rimuovere il disincentivo agli investimenti produttivi rappresentato dalla rigidità del mercato del lavoro.

Che la rigidità non riguardi solo i modelli contrattuali e la rappresentanza, su cui l’accordo interconfederale dello scorso 28 giugno ha messo obiettivamente una pezza, ma i “sacri” principi dello Statuto dei lavoratori, a partire dall’articolo 18, è chiaro a chiunque guardi ai problemi di competitività del sistema economico italiano in modo responsabile e onesto.

Se la norma, approvata ieri dalla commissione bilancio del Senato, sulla derogabilità delle “disposizioni di legge” e delle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali” merita dunque una critica – e ne merita più d’una – è quella di volere affrontare un problema grande con una soluzione piccola e fronteggiare l’inefficienza di un mercato del lavoro con la strategia inefficiente del caso per caso.

Nessun investitore si sentirà rassicurato e incentivato ad investire da una norma che per non cambiare la regola, ammette la deroga, che non discute il principio, ma consente l’eccezione. Che il mercato del lavoro possa cambiare azienda per azienda, contratto per contratto, è nella migliore delle ipotesi un wishful thinking. Quale impresa, non diciamo cinese, ma danese, dovrebbe mettere o tenere piede in Italia se non gli si risparmia il Vietnam negoziale necessario per avere la “deroga” o con essa la patente di nemica del popolo e dei lavoratori?

Lo sciopero generale convocato dalla Cgil, che non mette in dubbio l’efficienza, ma legittimità della riforma e non contesta – come bisognerebbe fare – l’adeguatezza del mezzo, ma l’inciviltà del fine, restituisce a Sacconi un’allure riformatrice immeritata, ma rende un’immagine desolante dell’opposizione di sinistra, che nel secondo decennio del terzo millennio discute del mercato del lavoro, della sua efficienza e della sua giustizia come se il mondo – e non solo quello economico – fosse quello del penultimo (o terzultimo) decennio del secondo.

Di quel passato “glorioso” la Cgil non sposa solo la grammatica e la sintassi, ma perfino l’iconografia della lotta. E in quel buco ideologico lo struzzo sindacale ficca la propria testa e imprigiona quella di un Pd servile e politicamente inservibile.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Il governo ha pochi meriti, la Cgil tutti i torti”

  1. ma si; ti rilancio a Maralai; oggi sono (quasi) d’accordo con te.
    mn

  2. leonardo signorini scrive:

    oggi sciopero generale, manifestazione a firenze.
    bene. ma per noi lavoratori autonomi, le tante partite iva, non cambia proprio niente, ma dirlo e scriverlo in toscana..non è politicamente corretto..ma siccome i politici professionisti(che prendono migliaia e migliaia di euro al mese)..ci dicono che con le piazze piene si risolve tutto..allora di nuovo bene..son contento!!

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