Perché abbiamo combattuto in Libia?

di STEFANO MAGNI – Che cosa abbiamo in programma per la Libia? Perché abbiamo combattuto e continueremo a combattere fino alla fine di Gheddafi e del suo regime? La Conferenza di Parigi sul futuro del Paese nel dopo-dittatura, tenutasi questo giovedì, non ha risposto ad alcuna di queste domande.
L’embrione del nuovo governo libico, il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) promette di costruire un governo democratico e rispettoso dei diritti umani. Anche se, nella prima bozza di costituzione, leggiamo già che l’Islam è “religione di Stato” e “fonte suprema di legge”: dunque i diritti saranno anche uguali per tutte le religioni, ma per l’Islam risulteranno più uguali che per le altre. I Paesi democratici chiedono che le promesse di democrazia siano rispettate sino in fondo, ma per evitare ingerenze, si astengono dal giudicare il futuro ruolo della religione nella legge e nelle istituzioni del nuovo Stato.

Le richieste delle democrazie non potranno essere rafforzate da pressioni e controlli più stretti, perché nessun Paese occidentale intende mandare truppe di peacekeeping. Né i libici le vogliono. “Niente truppe internazionali sul nostro territorio”: lo ha detto chiaro e tondo l’inviato del Cnt all’Onu mercoledì scorso. I timori per un dopoguerra difficile e per un futuro governo non democratico, né liberale, aumentano se consideriamo che, fra i comandanti dei ribelli a Tripoli, figurano anche personaggi come Abdelhakim Belhaj, jihadista, ex uomo di Al Qaeda in Libia, con un periodo a Guantanamo nel suo passato recente.

Non sappiamo per cosa abbiamo combattuto (e stiamo ancora combattendo) in Libia, perché non abbiamo mai dichiarato lo scopo di eliminare la dittatura di Gheddafi. Obiettivo, questo, sempre negato dal comando Nato. Né abbiamo mai dichiarato quale governo futuro vorremmo per la Libia.
Gli obiettivi dell’azione a guida Nato risultano ancora più oscuri se li esaminiamo alla luce della sicurezza nazionale. Quando Gheddafi sponsorizzava attivamente il terrorismo contro Usa, Gran Bretagna e Italia, negli anni ‘80, né Londra, né Roma hanno mai pensato di bombardarlo. Anzi: fu proprio Bettino Craxi a salvarlo, con una telefonata, dalle bombe dell’unica potenza, gli Usa, che provava a rispondere militarmente ai suoi atti di terrorismo.
Nel 2011, al contrario, sia Roma che Londra erano in prima linea fra i Paesi interventisti, più ancora di Washington. Eppure Gheddafi era in buoni rapporti con i nostri governi da almeno un decennio.

Per anni, dopo il 2003, ci siamo stupiti del perché gli Usa avessero mandato le truppe per rovesciare Saddam Hussein, ipotizzando oscuri interessi petroliferi dietro la “menzogna” delle armi di distruzione di massa del dittatore iracheno. A torto o a ragione, però, a meno di due anni dall’11 settembre 2001, Saddam era percepito da tutti gli americani (anche dall’uomo della strada) come un pericolo per gli Stati Uniti. Gheddafi no. Eppure abbiamo condotto contro il suo regime una campagna aerea di sei mesi. E nessun pacifista del 2003 ha ritirato fuori dall’armadio la sua bandiera arcobaleno. Curiosa psicologia delle masse.

Siamo intervenuti per motivi umanitari? La Francia ha sempre dichiarato questo obiettivo. Ma è lo stesso Paese che, sino al 2007, voleva vendere caccia di ultima generazione a Muhammar Gheddafi. Aerei con cui avrebbe potuto bombardare meglio i suoi oppositori a Bengasi. Anche la Gran Bretagna ha posto in primo piano la difesa del popolo dalla ferocia della dittatura. David Cameron si è dimostrato più coerente: nei suoi sei mesi di governo precedenti al conflitto libico non ha mai fatto (o non ha fatto a tempo a fare) giravolte sulla Libia. Ma il governo Brown, che l’aveva preceduto, nel 2009 aveva restituito alla Libia l’attentatore di Lockerbie, Megrahi, pare anche in cambio di nuovi accordi per British Petroleum. Gli Usa collaboravano con il regime libico nella lotta al terrorismo islamico, sin dal 2003, quando Tripoli aveva dovuto rinunciare al suo programma atomico e aveva passato a Washington informazioni fondamentali sul traffico di materiali nucleari. Quanto all’Italia, non c’è bisogno di ricordare il Trattato di Amicizia e Cooperazione firmato con Gheddafi nel 2008 e l’accoglienza trionfale del dittatore libico a Roma appena un anno fa.

Possibile che Nicolas Sarkozy, Barack Obama, David Cameron e Silvio Berlusconi abbiano scoperto solo nel 2011 la natura criminale del regime di Tripoli? Perché fino al 17 febbraio 2011 (data di inizio della rivoluzione a Bengasi), non troviamo alcuna condanna, alcuna proposta di sanzioni, alcuna protesta per la violazione dei diritti civili nel Paese nordafricano. Niente di niente.
Purtroppo l’oscurità degli obiettivi, la mancanza di spiegazioni convincenti, l’assenza di una strategia chiara per l’intervento in Libia, spingono a trarre la peggiore delle conclusioni. Quella cara a tutti i complottisti nemici del capitalismo. Quella solitamente rivolta, sotto forma di accusa, dagli europei agli americani. Che la guerra in Libia sia stata fatta per il petrolio e il gas.

Il giornale francese Libération (di area comunista), il giorno della Conferenza di Parigi, ha messo in pagina una lettera datata 3 aprile, indirizzata all’emiro del Qatar e firmata “Fronte popolare della Libia” in cui il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) dice di aver firmato “un accordo che attribuisce il 35% del totale del greggio ai francesi in cambio del sostegno totale e permanente al nostro Consiglio”. Immediatamente è arrivata la smentita del Cnt. “Non ho mai sentito parlare di questo Fronte”, ha dichiarato Mansur Sayf al Nasr, inviato speciale del Consiglio a Parigi. “Tutti i documenti, tutti i trattati validi sono siglati Cnt”, ha precisato.

Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé, da un lato smentisce e dall’altro conferma: dichiara di essere “all’oscuro” della lettera, ma afferma, in un’intervista rilasciata alla radio Rtl, che sia “logico” che i Paesi che hanno dato maggiore sostegno al Cnt siano avvantaggiati nella fase di ricostruzione. Come dire: il documento può anche esser falso, ma il nostro obiettivo era proprio quello. Anche il finanziere tunisino Tarak Ben Ammar, solitamente ben informato, lo ha fatto capire chiaramente ai margini del Meeting di Rimini, questa settimana, dicendo ai giornalisti come vi sia una “forte competizione” fra due aziende di Stato, l’Eni italiana e la Total francese, sul futuro delle risorse energetiche della Libia.

Se fosse vero che la guerra è stata combattuta per le risorse della “Quarta Sponda”, sarebbe la dimostrazione ulteriore del pericolo di uno Stato-imprenditore. Quando è il privato a fare affari, di tasca propria, rischiando personalmente di perdere i soldi, o di subire un esproprio, a pagare è solo lui, non il suo Paese. Quando è lo Stato, con le sue aziende, a investire, allora è tutta una nazione a correre un rischio e a pagare eventuali perdite. Aziende di Stato hanno fatto business con un regime totalitario e inaffidabile, quale quello di Gheddafi. E abbiamo pagato doppiamente. Prima chiudendo un occhio (o due) sulla nostra sicurezza, perché qualunque fosse il pericolo costituito dal dittatore, si dovevano salvare buoni rapporti economici stabiliti con lui. Poi intervenendo in una guerra civile, per sei mesi, per evitare di rimanere esclusi da una redistribuzione di potere e risorse dopo una (ormai prevedibile) caduta del dittatore.

Saranno state veramente queste le cause dell’intervento Nato? Speriamo di no. Ma in futuro, almeno, evitiamo di ripetere gli stessi errori. Se gli affari sono affari, li facciano gli uomini d’affari. Privatamente. Pagando e rischiando di tasca propria. Non lo Stato. Altrimenti, alla prossima (possibile) destabilizzazione della Libia, rischieremmo di dover bombardare quei ribelli che finora abbiamo aiutato.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

4 Responses to “Perché abbiamo combattuto in Libia?”

  1. pippo scrive:

    Alcuni dicono che la Libia con Gheddafi era un problema per la realizzazione della Unione Euromediterranea.

  2. ma dove lo vedi lo Stato imprenditore? qui semmai è lo Stato gendarme di grandi imprese.

  3. Francesco Moretta scrive:

    “..Saranno state veramente queste le cause dell’intervento Nato? Speriamo di no. ….. ”

    Ma è ovvio che sì!

  4. Diego scrive:

    Tutto il ragionamento della stato imprenditore mi è di difficile interpretazione dal momento che Total SA non ha più azionariato pubblico.

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