La politica ha ucciso il pensiero. O è l’inverso?

– Valutati, sopravvalutati, sottovalutati. Presenti e assenti. Eretici o organici. Magnificati o discriminati. Stiamo parlando di intellettuali. In Ungheria si è deciso di farci una crociata contro. Di indicarli come la ragione della relativizzazione dell’identità nazionale, come ragione di tutti i mali sociali, ideologici e persino economici del paese.
In Ungheria, sappiamo, il governo  attuale è un fantaccino reazionario e lì, come in tutti i regimi illiberali, la “classe intellettuale” è sempre stata travestita nel ruolo di capro espiatorio, non si sa bene di cosa. Tutti gli intellettuali liberi rappresentano, per i regimi, la più perfetta e funzionale metafora del pericolo, tranne quelli asserviti, tranne quelli che si piegano al potere e da potenzialmente liberi si trasformano in araldi del potere costituito.

Ma perché parlare di intellettuali? Perché parlare dell’ ineludibile rapporto tra intellettuali e politica? Perché parliamo di Italia, e partiamo da lontano.
Da sempre la politica è un’area della riflessione filosofica ed intellettuale.
Se prendiamo ad esempio le varie ere della nostra storia politica moderna e contemporanea, dal 1861 ad oggi, tutte le diverse fasi delle nostre trasformazioni socio politiche hanno sempre avuto un braccio politico pragmatico ed uno politico filosofico.

Il liberalismo, il meridionalismo, le accezioni socialiste, il repubblicanismo (ecc.) sono parole e tattiche politiche incentrate su referenti filosofici. L’intellettualità era la fabbrica dei pensieri che poi si sarebbero trascritti in formule dell’agire sociale e politico. L’unica discontinuità è rintracciabile nel fascismo. Il fascismo non è stata ideologia pura, non ha mai avuto un manifesto, ma è stata una prassi politica che di volta in volta ha giustificato i propri mutamenti e le proprie scelte attraverso intellettualizzazioni ex post. Fatte dopo o in contemporanea. Il fascismo ha definito il proprio manifesto, posticcio, dopo quasi 15 anni di potere. Il fascismo non è stato il  frutto, o punto d’arrivo, di un pensiero, ma di un coacervo di pensieri dinamici e discordanti. Come un albero fatto di molti rami, al quale, poi, si decide di tagliarli tutti tranne uno. E si decide di raccontarlo come il primo, unico e fondativo ramo.
Ma il fascismo è un’ eccezione, e pure brutta.

De Gasperi, nel dopoguerra, è il punto di arrivo di una chiara e congrua filosofia politica che  deve molto ad una serie di intellettuali che l’anno coniugata. Anche i repubblicani, anche Saragat e i socialdemocratici, anche il socialismo di Nenni sono espressioni politiche di formule dell’ immaginario filosofico.
Intellettuali con idee. Intellettuali militanti e non.  Idee che poi venivano metabolizzate e riconfigurate nell’azione politica.
E’ inutile fare un elenco degli intellettuali cattolici che hanno influenzato le diverse anime del caleidoscopio democristiano, così come è superfluo sottolineare il complessissimo e straordinario ruolo dell’intellettualità che ruotava intorno al PCI e che ne determinava le chiavi di lettura ed interpretazione della società. Gli anni del lungo sessantotto italiano e, nel bene e nel male, la complessità politica degli anni settanta sono prima di tutto equazioni culturali, e poi azione politica.

Craxi  maneggiava per bene la filosofia politica, a modo suo, e l’esperienza di lancio di un nuovo laboratorio del pensiero socialista implicata nell’esperienza di Mondo Operaio, fino a un certo punto, produsse suggestioni di straordinario livello. Salvo poi essere del tutto disattese, messe in cantina, dimenticate.

Potremmo andare avanti. Potremmo citare il pensiero neo liberale e tutta la storia della riflessione radicale, e poi tant’altro ancora.  Ma sarebbe superfluo e ripetitivo. In poche parole: mondo intellettuale e politico sono stati un tutt’ uno, una consustanza. Una buona parte dei politici italiani dall’Unità ad oggi sono interpretabili anche nella loro dimensione di intellettuali (non tutti, certo, alcuni sono interpretabili nella loro dimensione di paradossi politici o di disfunzioni sociali).
E poi c’ è un’altra questione. La cultura.
Cultura in senso lato (arte, letteratura, architettura, cinema, musica) è sempre stata azione politica; rafforzamento e sedimentazione del pensiero politico ed allo stesso tempo ridefinizione, correzione e ripensamento del pensiero politico.  Tutto fino all’oggi.

Dove sono oggi gli intellettuali? Dov’è oggi il travaso virtuoso tra pensiero e politica? Basterebbe un esempio: Bobbio è morto ed a padre etico della nazione è stato messo Saviano. Monumentalizzato in un ruolo che non gli appartiene e che non può sostenere se non a rischio, cosa che accade, di diventare la metafora vivente di un paese culturalmente asfittico. Inadeguato allo scopo. Risposta ad una necessità senza risposte. Un paese che avrebbe bisogno di teoremi nuovi e li fa pensare a chi è in grado di fare tesine di laurea. Nuove forze politiche qualche anno fa, in mancanza d’ altro, hanno dovuto inventarsi pantheon posticci di intellettuali di riferimento. Liste della spesa di menti del passato e di opere prese qui e là alla rinfusa. Un minestrone di incongruenze. Una cortina fumogena di eterogeneità che stanno lì a rimarcare l’assenza di una identità culturale chiara. E la politica senza chiarezza è niente.

Belusconi, da parte sua, gli intellettuali li ha dapprima messi all’indice, come tutti comunisti, poi ha arruolato qualche ex comunista per darsi una foglia di fico coi congiuntivi.
La destra negli scorsi decenni non avendo intellettuali di riferimento viventi snobbava la cultura, adesso no, non li snobba più, e non sa che pesci pigliare perché intellettuali di peso non ne ha. E il paese si involve.

I giornalisti vengono fatti assurgere al ruolo di maestri di pensiero
. Scrivono di economia a orecchio. Scrivono libri storici senza essere storici.  Scrivono di politica producendo le evidenze alla portata di tutti, e non dicendoci mai nulla di nuovo e/o diverso. Divulgano, chi bene e chi male. E perseguono le loro strategie di relazioni col potere. Sono i padroni della televisione. Prendono cattedre. Scrivono brutti film e romanzi. Vengono citati nelle grandi prolusioni dei leader come una volta si citavano i grandi nomi della filosofia o della filosofia economica. Il milieu giornalistico  si è impadronito del dominio del pensiero.

Poi professori universitari che hanno scritto tre libretti da 120 pagine si piccano di farsi faro ideologico di quell’area o di quell’altra. Con risultati poco sensibili. Star di una stagione televisiva o al massimo due. Poi quelli bravi e credibili, che son pochi, o poco noti perché non televisivi.
Le nostre, in ultima analisi, culture di riferimento si sono sclerotizzate e producono poco e provinciale.

La politica, in poche parole, ha ucciso il suo fertilizzate, ossia, la cosidetta “classe intellettuale”, oppure è l’inverso, ossia, l’ assenza di una classe intellettuale valida ha portato al frutto, al capolinea,  di una politica asfittica? Qual’ è la causa e quale l’effetto?

Bisogna immaginare un nuovo paese. Ma chi lo pensa? I giornalisti? I professorini? I tecnici politici delle singole policy frutto della contingenza?
Il paese ha bisogno di una nuova destra liberale e di una nuova sinistra che si diano il cambio nella conduzione delle trasformazioni economiche e  sociali implicate nella contemporaneità. Ma tutto questo, senza intellettuali fertili, senza cultura, senza laboratori del pensiero, non si farà mai.
Investiamo nella cultura, forse qualcosa verrà fuori, col tempo.
Ammazza che articolo cupo!


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “La politica ha ucciso il pensiero. O è l’inverso?”

  1. Daniele scrive:

    Sono veramente necessari intellettuali di riferimento? Hanno ancora senso in un epoca in cui democrazia e diritti individuali sono dati per scontati? Credo che l’assenza di una classe intellettuale, ammantata di “cultura in senso lato (arte, letteratura, architettura, cinema, musica)”, sia dovuta ad una specie di evoluzione Darwiniana. Non era più adatta alla vita.
    Sono dell’idea che l’asfitticità della politica sia dovuta al voler ancora appoggiarsi, in un modo o nell’altro, al mondo intellettuale.

    Le industrie giapponesi e americane primeggiano per i loro standard e meccanismi di gestione della qualità, pratiche ingegneristiche, economiche e scientifiche. Perché non dovrebbe essere così anche per la gestione di uno stato?

    Credo che sarebbe fruttuosa una rivoluzione della concezione stessa di politica, portandola da un dibattito di idee e concetti, ad un confronto di modelli, analisi e progetti sviluppati e supportati da una specie di “ingegneri gestionali politici”.

    E in questi ingegneri le virtù sarebbero la loro conoscenze ingegneristica e le loro idee, le loro applicazioni. La cultura sarebbe utile esperienza, non certo il centro gravitazionale dell’idea politica.

  2. lodovico scrive:

    al mondo della cultura appartengono i pittori, i letterati, gli ermafroditi, gli etero sessuali o gli omosessuali… l’italia deve investire sugli italiani, lasciamo perdere i laboratori del pensiero così come lei li vede.

Trackbacks/Pingbacks