Invidia sociale: se Visco era un comunista, allora Berlusconi che é?

–  “Anche i ricchi piangano”. Fu uno slogan senz’altro brillante dal punto di vista della comunicazione quello coniato da Rifondazione Comunista qualche autunno fa. Pochi, però, a quel tempo avrebbero scommesso che nel breve volgere di un quinquennio l’auspicio del partito di Bertinotti e di Giordano sarebbe diventato la parola d’ordine del centro-destra berlusconiano.

Chiunque possieda una dose minima di memoria ricorderà come la stagione dell’Unione, la stagione di Prodi, di Visco e di Padoa Schioppa incontrò l’opposizione frontale della Casa della Libertà proprio sulle politiche fiscali e che sul tema del contenimento delle imposte e della difesa della privacy finanziaria dei cittadini contro lo “stato di polizia fiscale” Silvio Berlusconi costruì l’ampio successo del 2008.
Le iniziative del centro-sinistra in materia di tasse, dall’IRAP (l’”imposta rapina”) al redditometro, dalle proposta di innalzamento della tassazione sulle rendite finanziarie alle imposte sui SUV venivano immancabilmente bollate dagli uomini del centro-destra come cartina di tornasole del fatto che il centro-sinistra, al di là delle evoluzioni di facciata, nella realtà non aveva abbandonato vecchi schemi mentali comunisti e continuava a rinfocolare sentimenti di odio di classe.

Così la scelta del ministro Visco di mettere on-line i redditi degli italiani suscitò la reazione immediata del partito di Berlusconi. Secondo Forza Italia si trattava  della “vendetta di Visco nei confronti degli italiani”, dell’ ”ultimo indegno e preoccupante atto di un governo che fin dal primo momento ha considerato i cittadini italiani come indomabili presunti evasori”, di “un modo per avvelenare i pozzi”, anche a costo di esporre i cittadini a “richieste di pizzo, ricatti e sequestri di persona”.

Eppure nella girandola di bozze di manovra che si sono succedute negli ultimi giorni il governo di centro-destra ha ripescato e miracolosamente riabilitato praticamente tutte le ricette “comuniste” di Romano Prodi e non ci sarà a questo punto da meravigliarsi se Berlusconi riuscirà ad attuare anche quelle che a suo tempo il governo dell’Unione non è riuscito a mettere in pratica, proprio perché incalzato dalla strenua opposizione della CDL.

Pressoché certo ad esempio l’innalzamento del prelievo sulle rendite finanziarie, cioè quell’odiosa “tassa sul risparmio delle famiglie” che Tremonti aveva accusato Prodi di voler introdurre.
Poi naturalmente il “contributo di solidarietà” che un giorno sì ed un giorno no fa capolino – un bel nome dato all’ulteriore aumento della progressività delle imposte.
E poi la guerra all’evasione fiscale, da combattere con ogni mezzo, dalla delazione alla presunzione di colpevolezza. “Solve et repete”, tracciabilità, spesometro – ormai va bene tutto. Inclusa – udite udite – la pubblicazione su internet dei redditi di tutti gli italiani, ultima perla fresca fresca di ieri.

Nella pratica il centro-destra sta facendo proprie non solamente le policies, ma persino la “narrazione” del centro-sinistra. Da un ministro del PDL apprendiamo, ad esempio, che le tasse sono troppo alte per colpa dell’evasione fiscale e che solo “quando tutti pagheranno le tasse, la pressione potrà diminuire” – il consueto ritornello autoassolutorio della politica statalista.
Tra i leghisti Calderoli invoca una “patrimoniale sul lusso” andando ad incidere su “una certa metratura delle case, oppure sul fatto che forse è necessario avere una macchina e non due” … a quanto pare basta avere una seconda auto per rientrare nella categoria del ricco borghese sfruttatore. Non c’è che dire… la fantasia al potere!

Abbastanza simboliche del nuovo corso sono le invettive rivolte ai calciatori, una categoria che si è rapidamente guadagnata un posto di riguardo tra i “nemici del popolo”. Il “responsabile” Lehner invoca un esproprio proletario del 60% dei loro emolumenti del 2010. Ci fa sapere che trova assurdo “che questi ignoranti guadagnino milioni con montagne di spot”, dimostrando lo stessa sensibilità di chi a sinistra non si capacita che tanti laureati in lettere antiche, conservazione dei beni culturali o scienze della pace non abbiano diritto a guadagnare di più dell’elettricista o del macellaio.
Meno estremo stavolta Calderoli che si accontenta che i giocatori paghino il doppio, mentre il ministro Meloni si premura di rilevare che non sono “lavoratori veri”,  riconoscendosi a quanto pare in una visione ristretta e piuttosto cigiellina di cos’è il lavoro.

In definitiva il messaggio mandato alla gente è chiaro. I ricchi non stanno facendo la loro parte ed è giusto che paghino di più. Non è colpa di governi che hanno sperperato soldi per perseguire politiche assistenziali e clientelari, bensì di un’élite di benestanti – dai contorni variamente definiti – che è arrivato finalmente il momento di colpire.

Nella pratica anche il centro-destra sceglie di giocare la carta dell’invidia sociale e del risentimento nei confronti di chi ha successo e di chi guadagna di più.
E non importa se chi guadagna di più, lo fa perché produce di più o perché offre un servizio fruito da moltissime persone. A quanto pare non è più tempo di perdersi in queste sottigliezze – è il momento di lavorare con l’accétta. Se guadagni di più, specie in un periodo dei crisi, è giusto guardarti di traverso.

E’ naturalmente il tentativo estremo (e parecchio confuso) di una classe politica che per non ammettere il proprio fallimento punta tutto sulla costruzione di un capro espiatorio.
Non ci sorprenderà se il risultato sarà una fuga dall’Italia di capitali, di cervelli e di capacità imprenditoriali – non solo di professionisti del pallone. Non ci sorprenderà se chi è in condizione di farlo sbatterà la porta mandando ai nostri politici il messaggio che si meritano. “Non pagheremo noi la vostra crisi”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

5 Responses to “Invidia sociale: se Visco era un comunista, allora Berlusconi che é?”

  1. foscarini scrive:

    Il centro destra di Berlusconi ha completamente perso la bussola. Oggettivamente sembra quasi meglio Visco di questo governo.
    Hanno perso leggittimità tradendo i loro stessi elettori.
    La fortuna (temporanea) di Berlusconi è che non c’è ancora nessun soggetto politico che dia voce agli elettori traditi.

  2. ~jm scrive:

    Salve .. lastampa.it purtroppo ha cambiato la struttura del sito web, ADNKronos ha spazzato via almeno un articolo linkato. Sarebbe possibile avere il titolo dei singoli articoli? Grazie.

  3. pippo scrive:

    I redditi sono sempre stati pubblicati in registri consultabili per un anno presso i Comuni.

    Il Ministero delle Finanze prima e l’Agenzia delle Entrate dopo spendevano molti soldi per stampare questi volumi e distribuirli ad ogni Comune e poi ritirare passato l’anno.

    La messa on-line serviva per ridurre i costi.

    Ora si vorrà seguire la strada di dare i dati in formato elettronico invece che cartaceo ai Comuni che se la dovranno poi vedere con il Garante per decidere come pubblicarli dovendo dare il servizio a proprie spese invece di ricevere i registri cartacei a spese dell’Agenzia delle Entrate.

    La norma per cui i redditi sono dati pubblici ed è obbligo metterli a disposizione dei cittadini tramite i Comuni o altro canale non è mai stata cancellata.

  4. marcello scrive:

    Qualcuno mi spieghi perché in una comunità, se c’è chi rischia il fallimento per insolvenza (e non parlo delle aziende ma di chi ha un lavoro poco retribuito, deve mantenere una famiglia e non arriva alla terza settimana) e deve accettare il blocco degli stipendi, dei servizi sociali essenziali e ora rinunciare anche alla garanzia dell’art. 18, ci sono alcuni che possono affrancarsi da qualsiasi responsabilità per risolvere la crisi che non è stata sicuramente causata da chi ha pochi redditi.
    Aspettando una risposta alla prima domanda devo anche ricordare che una redistribuzione, termine che ad alcuni non piace perché è contro la libertà, c’è stata, ma è avvenuta al contrario. Chi fa parte delle piccole imprese, o è un lavoratore subordinato o parasubordinato è diventato più povero perché nessuno ha controllato i prezzi, ma alcuni, quelli che prendevano molto (di solito chi può aumentare i prezzi e/o può evadere) il loro reddito l’hanno aumentato. Questa redistribuzione va bene (purtroppo penso di sapere la risposta)?

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