I rivoluzionari del ‘non toccare’

di CARMELO PALMA – A rendere penoso lo spettacolo della politica è oggi la sproporzione tra le cose e le parole, tra la realtà dei fatti e il fare e disfare di chi dovrebbe misurarsi con essi e preferisce baloccarsi con i cimeli o battagliare con i fantasmi di quel miserabile cimitero ideologico, a cui sono ridotte le istituzioni.

Della destra di governo e della sinistra di opposizione non spaventa solo l’insufficienza dei mezzi, ma la modestia e comunanza dei fini: difendere, conservare, “non toccare”. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Dalla “roba” pubblica alla rendita privata, tutto sembra garantito da una clausola di non negoziabilità. Le pensioni di anzianità e l’articolo 18. Le province e le licenze delle farmacie. I piccoli comuni e i piccoli privilegi. La trincea conservatrice è il crogiolo del sentimento rivoluzionario.

I morti afferrano i vivi. E’ difficile dire se – ad esempio – sulle pensioni sia più guasta l’irresolutezza della maggioranza o la resistenza della sinistra. O se la malizia di un esecutivo che, non potendo esser serio, prova a farsi furbo ed inciampa nelle proprie furbizie, faccia più danno del pregiudizio fanatico che la sinistra vincente oppone all’idea che il mercato del lavoro sia un mercato, non un teorema risolto, una volta per tutte, sulla base di un criterio assoluto di giustizia, dallo Statuto dei lavoratori.

Rimane però il dato che tutti quelli che contano – con alcune eccezioni, che non contano nulla – danno mostra di credere che la crisi esiga, in qualche modo, di consolidare, non di smontare il “modello” politico economico e sociale del Paese, come se  specificamente italiane non fossero invece le ragioni che ci rendono più fragili e esposti alla diffidenza dei mercati.

A dirla fino in fondo, non sembra solo la politica, ma l’Italia tutta – la sua opinione pubblica, la sua “società civile”, la sua “brava gente” – a pretendere che dell’universo copernicano che la crisi squaderna dinanzi ai nostri occhi si continui a parlare secondo lo schema tolemaico, con cui, bene o male, la cosmologia primo-repubblicana ci aveva insegnato a guardare alle “cose politiche”.

Questo è un problema maledettamente difficile da risolvere. Da cui non ci salverà Berlusconi. Né rimanendosene a Palazzo Chigi, né andandosene.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “I rivoluzionari del ‘non toccare’”

  1. Marco scrive:

    Io sarei prudente sul discorso art. 18: prima penserei a una riforma del lavoro per trasformare la precarietà in una credibile e più umana flessibilità, come all’estero. La riforma Biagi ha mortificato le giovani generazioni: si potrebbe cominciare ad esempio stabilendo che il tempo determinato venga pagato di più del tempo indeterminato.
    Per tutto il resto… condivido la riflessione di Carmelo. Il “non toccare” è davvero sconcertante. Liber(t)iamo questo paese dalle zavorre!

  2. step scrive:

    Condivido il merito dell’articolo, e purtroppo condivido anche l’attitudine pessimista, esplicitata soprattutto nel finale. Ottima la problematizzazione dello Statuto dei Lavoratori e la critica – almeno così io ho capito – al pensiero secondo cui possa darsi un “criterio assoluto di giustizia”. Io quando leggo la parola “giustizia” rabbrividisco…

    Per quanto mi riguarda, comincio a pensare che se l’Italia è stato l’unico paese occidentale a non aver veramente vinto la guerra fredda contro il comunismo una ragione profonda deve pur esserci. Non può essere stato un caso. Se le strutture portanti in Italia restano di comunismo reale, dopo decenni ormai, è segno che l’indole dell’italiano medio è assistenzialista e “non responsabilizzante”, il contrario dell’etica protestante insomma. Sono cose risapute, lo so, ma d’altronde…

    L’unica è contrastare a testa bassa tutto ciò che è pubblico, non c’è altro da fare. Ma è difficile riformare quando tutto ciò che si vuole “toccare” ha assunto connotati morali, è difficile modificare quello che è stato rivestito di caratteri quasi sacrali (il “buono” per definizione, quello che è di tutti, e che se anche non funziona ha comunque finalità nobili e progressiste). Se a questo tabù dell’utilità sociale aggiungiamo la protervia italiota nel fossilizzare quello che si è ormai ottenuto si perviene alla conclusione che è veramente difficile smontare questo baraccone.

    Pannella aveva ragione quando parlava di consociativismo, ma la cosa è molto più grave perché questa spartizione di potere è “ultra-parcellizzata”, non riguarda soltanto i partiti ma arriva fino alle singole persone (passando per Ordini Professionali, Magistratura, Sindacati, Confindustria, ecc.). Non è quindi qualcosa di esterno, la cui demolizione sarebbe pertanto possibile, ma è qualcosa di intrinseco, relativamente alla psiche dell’italiano medio: il “rimettersi in gioco” non fa parte della sua indole, e questa non è una buona cosa anche perché si riflette sulla sua libertà complessiva, la libertà cioè di decidere il proprio destino.

  3. marcello scrive:

    A me non va giù che a pagare sia chi fa fatica ad arrivare alla terza settimana e poi non ha nessuna responsabilità con le crisi, che sono iniziate da quasi 10 anni; e se si chiede invece qualche cosa a quel 10% che ha il 45% del reddito nazionale invece si parla di stato illiberale.

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