di CARMELO PALMA – A rendere penoso lo spettacolo della politica è oggi la sproporzione tra le cose e le parole, tra la realtà dei fatti e il fare e disfare di chi dovrebbe misurarsi con essi e preferisce baloccarsi con i cimeli o battagliare con i fantasmi di quel miserabile cimitero ideologico, a cui sono ridotte le istituzioni.

Della destra di governo e della sinistra di opposizione non spaventa solo l’insufficienza dei mezzi, ma la modestia e comunanza dei fini: difendere, conservare, “non toccare”. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Dalla “roba” pubblica alla rendita privata, tutto sembra garantito da una clausola di non negoziabilità. Le pensioni di anzianità e l’articolo 18. Le province e le licenze delle farmacie. I piccoli comuni e i piccoli privilegi. La trincea conservatrice è il crogiolo del sentimento rivoluzionario.

I morti afferrano i vivi. E’ difficile dire se – ad esempio – sulle pensioni sia più guasta l’irresolutezza della maggioranza o la resistenza della sinistra. O se la malizia di un esecutivo che, non potendo esser serio, prova a farsi furbo ed inciampa nelle proprie furbizie, faccia più danno del pregiudizio fanatico che la sinistra vincente oppone all’idea che il mercato del lavoro sia un mercato, non un teorema risolto, una volta per tutte, sulla base di un criterio assoluto di giustizia, dallo Statuto dei lavoratori.

Rimane però il dato che tutti quelli che contano – con alcune eccezioni, che non contano nulla – danno mostra di credere che la crisi esiga, in qualche modo, di consolidare, non di smontare il “modello” politico economico e sociale del Paese, come se  specificamente italiane non fossero invece le ragioni che ci rendono più fragili e esposti alla diffidenza dei mercati.

A dirla fino in fondo, non sembra solo la politica, ma l’Italia tutta – la sua opinione pubblica, la sua “società civile”, la sua “brava gente” – a pretendere che dell’universo copernicano che la crisi squaderna dinanzi ai nostri occhi si continui a parlare secondo lo schema tolemaico, con cui, bene o male, la cosmologia primo-repubblicana ci aveva insegnato a guardare alle “cose politiche”.

Questo è un problema maledettamente difficile da risolvere. Da cui non ci salverà Berlusconi. Né rimanendosene a Palazzo Chigi, né andandosene.