Dalle riots alle pene ‘esemplari’ che ne colpiscono uno e (dis)educano cento

– “E’ arrivata l’ora di dire basta: le autorità ci prendono in giro e stanno rovinando il Paese. E’ giunto il momento di sollevarci. Quindi forza riottosi. LOL”.

Questo appena citato è lo status Facebook postato da un diciassettenne inglese sulla propria bacheca, durante la scioccante violenza delle riots che hanno sconvolto il Regno Uniuto. Nonostante le sue giustificazioni sul fatto che si trattasse di un mero scherzo, il giudice Graham Higgins proprio non ne ha voluto sapere. E lo ha celermente condannato a 120 ore di lavori socialmente utili, a un corso di riabilitazione giovanile e a tre mesi di coprifuoco. Ben peggio è andata a Jordan Blackshaw (21 anni) e a Perry Sutcliffe-Keenan (22 anni), entrambi condannati a 4 anni di carcere per avere “incitato alla violenza” su Facebook; hanno avuto la bella idea (si fa per dire) di creare una pagina evento dal titolo: “Smash Down in Northwich Town”. Le sentenze in questione sono state piacevolmente e caldamente accolte da David Cameron, sempre più ansioso di riacquistare una leadership che sembra sfuggirgli sempre più dalle dita, specie dopo i tentennamenti e le insicurezze sulla gestione delle riots e la logorante ridiscussione della sua politica di tagli. Solo alcuni politici a targa Lib-Dem hanno provato (in direzione ostinata e contraria) ad alzare la voce e a porre interrogativi.Tom Brake che ha – giustamente e correttamente – affermato che se quei ragazzi “avessero commesso lo stesso reato prima di questi scontri, certamente non avrebbero subito una condanna così dura. Non si tratta di una sentenza rieducativa ma di una decisione punitiva“. Della stessa opinione è Alexander Carlile, lord dei liberaldemocratici, il quale sostiene che “molti reati commessi nelle rivolte della scorsa settimana sono eccezionalmente gravi e vanno puniti duramente. Ma in questi giorni stiamo apprendendo di pene dure anche per situazioni molto meno gravi. Non c’è niente di più dannoso, per la coesione sociale, delle sentenze ingiuste. Alcune delle famiglie dei rivoltosi potrebbero essere sfrattate dalle loro case. La reazione dei giudici può essere considerata eccessiva e contraria alle leggi”.

Decisioni punitve e non sentenze rieducative; quindi sentenze inguiste. E’ questo il punto focale dell’intero discorso. Tuttavia, sembra che questo elemento sia passato in sordina,  letteralmente fagocitato della sguaiata ordalia che ha fatto immediatamente seguito alla vergognose fiamme dell’insensata violenza. E’ bene ricordare che in uno stato di diritto non esistono le “punizioni esemplari”, semplicemente perché esse non sono assolutamente concepibili, in quanto stridono con la funzione rieducativa della pena e con la moderna concezione garantista del diritto penale (extrema ratio). Che tuttavia tale sia la suddetta sentenza è stato candidamente (ed è questo che dovrebbe far rabbrividire) ammesso proprio da chi l’ha comminata (il giudice Elgan Edwards), il quale spera vada ad assumere la funzione di “deterrente generale”. Possibile che nessuno veda la mostruosità e la intrinseca pericolosità di una simile presa di posizione? Una volta che l’esercizio della giustizia si piega ad afflati popolari (ben l’82% di un campione intervistato da YouGov è soddisfatto/vorrebbe una pena ancora più dura per i ragazzi rei di “istigazione alla violenza” via Facebook) e arriva a  giudicare la causa non “per sé” e in relazione ai reati commessi, (ma alla stregua di monito) lo stato di diritto si incrina per sempre. In briciole (seppur più a lungo termine) va la stessa fiducia negli organismi pubblici e nella loro supposta neutralità. Questo non significa che la partecipazione ai saccheggi non debba essere considerata un’aggravante (anzi), ma è bene ricordare che stiamo parlando di ragazzi che non hanno materialmente partecipato alle rivolte, ma che hanno (stupidamente) postato non più di 250 caratteri sul loro profilo Facebook. E’ logico e ragionevole che le norme giuridiche in materia debbano asetticamente essere applicate anche a mezzi di comunicazione fino a poco tempo fa inconcepibili con (peraltro) inusuale durezza? O dovrebbero essere le norme giuridiche (spesso desuete ed archeologiche) ad adeguarsi ai mezzi di comunicazione?

Fermo restando che l’istigazione alla violenza rappresenta un illecito anche se a essa non vi è seguito, non sarà con il pugno di ferro e con le carceri piene che si potrà ricostruire la broken society inglese. Quattro anni di detenzione sono vistosamente sproporzionati al fatto commesso e sarà l’aspetto punitivo a prendere il sopravvento sull’educativo, con tutti i danni collaterali che si avranno probabilmente nell’affiancare due ragazzi – sicuramente stupidi e immaturi – a deliquenti abituali. Tutto ciò servirà solo come dimostrazione che i looters (e i loro sostenitori) sono per davvero e nei fatti dei ghettizzati dalla società britannica. Il passo dovrebbe essere invece lasciato a pene più “sociali” e che permettano una riflessione; lettere di scuse ai negozianti e ai vari soggetti colpiti dalle proprie azioni, obblighi di lavori sociali tesi alla ripulizia dei quartieri colpiti. Non saranno le sentenze esemplari a rieducare questi ragazzi o a risolvere i problemi della broken society. Anzi: è con le sentenze esemplari che si crea un nuovo alveo di esplosive tensioni. La fine di questra strada sarà una società ancora più spezzata; una very-broken society.

Male – anzi, malissimo – fa David Cameron quando si rallegra di simili sentenze. Non sarà una politica improntata al “law and order” di inquisitorio retrogusto a far risorgere l’Inghilterra (e la sua figura politica). Se Cameron vuole davvero salvare la società inglese, dovrà saper cogliere quel tenue bagliore di Big Society che è emersa dalle macerie fiammeggianti delle riots e che – forse – rappresenta il suo ultimo treno per ergersi per davvero come leader in grado di cogliere il futuro, e non come uno dei tanti primi ministri inglesi.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

4 Responses to “Dalle riots alle pene ‘esemplari’ che ne colpiscono uno e (dis)educano cento”

  1. Non mi aspettavo cose diverse. Nonostante cambino i politici e nonostante le scuse ufficiali più volte fatte pervenire, il Regno Unito ha una certa tradizione (dagli anni ’70, ma si potrebbe recuperare molto da prima) circa l’oppressione sistematica e anche non proprio rispettosa del principio di legalità nei confronti degli oppositori (vedasi ovviamente la questione Irlanda del Nord).

  2. giorgio sornicola scrive:

    In Gran Bretagna è iniziata la rivolta contro l’Europa dei mercanti. Noi dobbiamo darci una mossa fondare il Partito Socialista Nazionale dei Lavoratori Italiani

  3. luciano pontiroli scrive:

    Dubini, ha innescato un appello nazista! Soddisfatto?

  4. Michele Dubini scrive:

    @Luciano: Certo. E’ sempre bello vedere quanto in basso arrivino certi commenti.

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