Europa, mission impossible?

– Parlare di Europa ha attualmente un qualche significato? La domanda non è retorica e non prelude a uno sfogo rivolto contro cattivi banchieri rei di aver dissotterrato il Priorato di Sion per affossare le bellezze patrie. La domanda sorge piuttosto spontanea dopo aver consultato le indagini che l’Eurobarometro conduce regolarmente sulla conoscenza delle istituzioni europee da parte dei cittadini e sulla fiducia in esse riposte. Lo standard Eurobarometer 74, pubblicato nel gennaio di quest’anno, contiene dati a dir poco desolanti. A fronte di un 73% di cittadini che si ritengono male informati sulle questioni europee, il 25% è convinto che l’Unione rappresenti solo uno spreco di soldi.

Un valore basso si dirà, ma un valore che risulta pur sempre terzo nella scala istituita dall’Eurobarometro dopo la libertà di movimento e la valuta unica. Il 46% non capisce come l’Europa lavori e il 42% non saprebbe indicare o il numero degli stati membri o se la Svizzera faccia parte dell’Unione medesima. Nessuno stupore quindi che, per la prima volta dall’istituzione dei sondaggi nel 1973, il tasso di sfiducia superi di pochi punti percentuali (45% contro 43%) il tasso di fiducia nell’Unione. Sebbene altri indicatori, come la percezione del livello di democrazia nell’Unione, si mantengano a livelli decisamente positivi, l’evidenza che il nostro paese sia assieme alla gran Bretagna quello peggio informato non lascia a ben sperare.

Forse però, può aiutarci a comprendere come determinati editoriali possano non solo essere pubblicati sulle maggiori testate nazionali ma anche essere presi come esempio di chiarezza e logicità dell’esposizione. L’editoriale in questione è quello scritto da Eugenio Scalfari il 28 agosto su Repubblica intitolato “La missione impossibile di costruire l’Europa”.

Dire che la lettura del medesimo ha causato al sottoscritto un misto di scoramento e perplessità maggiore della lettura dell’Eurobarometer, è probabilmente un eufemismo. Iniziamo dal principio. Innanzitutto mi è stato difficile comprendere il nesso logico che permetterebbe al dottor Scalfari di collegare l’assetto geopolitico delle antiche città greche agli Stati Uniti passando per il discorso del Presidente Napolitano a Rimini per concludere con l’emissione degli eurobond. Se accettiamo la definizione che l’Enciclopedia Treccani da del sostantivo nazione (Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla realizzazione in unità politica) è facile notare come i greci fossero parte di una medesima nazione divisa in una pluralità di stati. Se consideriamo l’attuale assetto europeo a 27, l’analogia perde invece completamente la propria validità a meno di non sostenere che l’Estonia e il Portogallo (o la Germania e l’Italia) condividano la medesima “unità di coscienza”. Lo stesso elogio di Alessandro come condottiero capace di ridare splendore e forza ai greci dopo anni di decadenza dovuta a piccoli egoismi locali può risultare, se non una falsità storica, almeno un concetto assai poco delicato.

Come cittadino europeo, probabilmente non gradirei l’idea di un leader deciso a radere al suolo la Gran Bretagna vendendone in schiavitù i cittadini (come Alessandro fece nel 335 a.C. con la recalcitrante Tebe) per ricondurla agli splendori dell’età vittoriana che, nella visione dell’editoriale, solo una piena partecipazione all’Unione potrebbe garantire. Sicuramente, la creazione di un grande “impero” europeo non basterebbe a consolarci della perdita. Ha ragione il dottor Scalfari ad affermare che “senza il desiderio le missioni impossibili restano tali”, ma bisognerebbe allora domandarsi se quanto poteva valere per una città-stato valga in alcun modo per uno Stato moderno e, soprattutto, se il sistema internazionale stia veramente destinando all’irrilevanza quest’ultimo.

La domanda non è un mero esercizio teorico così come non lo è la risposta. Se il sogno alessandrino poteva anche accettare la sottomissione forzata di entità autonome, questo non può valere per un’Europa fiaccata soprattutto dalla mancanza di dialogo coi propri cittadini. L’alternativa non può essere un manicheismo tra un’Unione destinata ad assicurarci le magnifiche sorti e progressive e uno Stato nazionale destinato a scomparire in un vortice di meschinità, inconsistenza, fame, guerra e carestia. L’alternativa si presenta ogni giorno sulle singole politiche e sono quest’ultime che devono essere  analizzate e comprese al fine di permettere alla macchina europea una maggiore efficienza. Qualora possibile, senza che l’intero spettro degli ambiti interessati dall’azione dell’Unione venga ridotto al solo livello economico.

Questo nuovo dialogo diventa necessario alla luce dell’assenza di un cambiamento di lealtà dei cittadini dallo stato nazionale alle strutture europee. Senza focalizzarsi eccessivamente su sondaggi destinati a rappresentare il più delle volte un mero umore transitorio (ma ricordandoci dell’iter della Costituzione europea e di quanto riportato dall’Eurobarometro), potremmo porci l’interrogativo da un punto di vista teorico così come fatto da H. Bull e altri teorici delle Relazioni Internazionali. La nascita di un’Europa federale dovrebbe avere alle spalle la nascita di un senso d’identità che superi effettivamente i confini materiali e riconduca greci, finlandesi, tedeschi e altri europei in una nuova patria che subentri gradualmente al ruolo esclusivo fino a quel punto condotto dalla propria nazione. Se si accetta questa premessa logica il discorso del Presidente Napolitano, che con grande intelligenza invitava a elevarci al di sopra del teatrino della politica nostrana, diventa quasi inapplicabile a livello europeo. Inapplicabile, a meno di non dimostrare che all’interno delle istituzioni europee i governi nazionali non dispongano più di quegli strumenti ideologici o coattivi atti a garantir loro la lealtà (o la permanenza dello “stato d’animo identitario” come viene definito nell’editoriale) dei propri sudditi/cittadini. L’evidenza empirica che questo processo non stia avvenendo dovrebbe costituire l’inizio della sfida più importante che l’Europa abbia mai affrontato: diventare veramente l’Europa dei cittadini. Questo non significa, come indica il dottor Scalfari, imbrigliare i 27 Stati membri all’interno della rete di quel debito condiviso che possiamo chiamare eurobond. Pensare che un giorno 500 milioni di persone si sveglieranno col cuore pieno di europeismo solo perché il proprio paese deve sovvenzionare membri incapaci di tenere in ordine i relativi conti pubblici, è oggettivamente utopistico.

Questo i governanti lo stanno e lo sanno anche coloro che vorrebbero un’Europa maggiormente presente in tempo di crisi, ossia quel duo Merkel – Sarkozy più intenzionato ad agire secondo interessi nazionali che non a perseguire un astratto “bene comune europeo”. Detto questo, possiamo anche deprecare la scarsa volontà degli Stati a cedere la propria sovranità a un’istituzione sovranazionale (introducendo tuttavia quella moralità fine a se stessa già deprecata da autori del calibro di E. Carr), ma almeno dovremo avere l’onestà di riconoscere come essa sia un elemento strutturale e di lungo periodo e non la mera conseguenza dell’assenza di europeisti del calibro di Schumann. Fin dal 1954, col fallimento della CED e la cessione della difesa continentale alle strutture della NATO, è avvenuta una sostanziale scissione tra integrazione economica e integrazione politico/militare. Scissione, che neanche il nuovo Trattato di Lisbona è riuscita a superare. A meno ovviamente di non sostenere che la Baronessa Ashton riesca a vincolare con la propria dialettica la politica estera di chicchessia. Questo elemento oggettivo, dovrebbe far sorgere molti dubbi circa la possibilità che l’emissione di qualche titolo di debito spalanchi le porte ad un maggiore governo democratico dell’Unione. Probabilmente potrà farlo in campo economico, ma non a 360° come l’editoriale parrebbe presumere.

Il salto in avanti auspicato in chiusura dal dottor Scalfari è certamente possibile in un futuro vicino o lontano che non siamo capaci di cogliere. Ciò, a patto di avere l’onestà di comprendere che ulteriori cessioni di sovranità in assenza di soluzioni per le problematiche generate da quelle passate non potranno che acuire la crisi della governance europea. Non basta riaccendere l’idealità e il desiderio, non basta continuare a paragonarsi con gli Stati Uniti tentando di generalizzare un esperimento politico che continua a godere di caratteri di unicità. Bisogna partire dall’esistente e da lì procedere con la risoluzione dei grandi nodi che vengono trascinati senza risoluzione dal 1951: politica estera, integrazione militare, maggior partecipazione dei cittadini. Mancare ancora una volta di affrontare a viso aperto questi punti continuando a preferire sole soluzioni emergenziali non costituirà un nuovo tassello sulla strada di un’Europa più solida. Costituirà soltanto un nuovo tassello sulla strada di un’entità troppo grande per cadere ma troppo fragile per resistere. Come sta dimostrando la crisi dell’euro o, per mantenerci in analogie “classiche” sulla falsa riga di quella alessandrina, l’Austria-Ungheria e l’Impero Romano. Tutto ciò, senza dimenticarsi che le istituzioni europee non possono “superarsi” in alcun modo che sia disgiunto dalla volontà degli Stati membri. A meno di non auspicare per il futuro di tutti noi una nuova crisi della “sedia vuota”.


Autore: Federico Mozzi

22 anni, pavese. Fresco di laurea in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, si trasferisce prima in Belgio dove lavora come Project Assistant presso il “Security & Defence Agenda” e in seguito in Armenia, dove sta svolgendo un tirocinio per il Ministero degli Affari Esteri.

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