Ici Vaticano/2: trasparenza, non abolizione delle esenzioni

– Giolitti: “Io non voglio né che lo Stato si ingerisca nella Chiesa, né che la Chiesa si ingerisca nello Stato. Voglio però la supremazia dello Stato. Lo Stato deve essere sovrano in modo assoluto; ma deve rispettare tutte le credenze e mantenere la massima libertà per tutti”.
De Felice Giuffrida: “Sarà laico o no?”.
Giolitti: “Ma siamo preti forse?”.
De Felice Giuffrida: “Laico o no?”.
Giolitti:Non v’è nemmeno bisogno di dirlo, perché lo Stato italiano è stato e sarà sempre laico”.
(Camera dei Deputati, 31.3.1909)


Quattrocento milioni, euro più euro meno, dovrebbe essere (la stima è dell’Anci) il maggior gettito per lo Stato se passasse l’emendamento radicale sull’esenzione Ici alla Chiesa cattolica. Rispetto a una manovra che va a rastrellare 45 miliardi, non è la soluzione ai mali (di bilancio) dell’Italia, è più una questione di principio.
Ma è un principio assai delicato. Chi lo va a toccare rischia l’accusa di “laicista”, “massone” e perfino “risorgimentale”, quasi che (nell’anno del 150simo, per giunta) aver fatto l’Italia sia una colpa.
Ecco allora che acquista senso il richiamo alle parole che Giovanni Giolitti pronunciò alla Camera nel 1909, incalzato (in quell’occasione) dai socialisti, suoi avversari.

Giolitti non era un anticlericale, qualche anno dopo anzi inaugurò (col “Patto Gentiloni”) la collaborazione con ambienti ecclesiastici per rastrellare voti cattolici funzionali all’antisocialismo, secondo alcuni ponendo addirittura le basi del cattolicesimo liberale che si fa prassi politica. Giolitti aveva un grande pregio: sapeva enunciare grandi principi senza l’enfasi retorica che di solito li accompagna ma li rende poco credibili. Quando disse “Voglio però la supremazia dello Stato”, tracciò il criterio nel modo più chiaro e semplice possibile: lo Stato rispetta, ma comanda.

L’enfasi si unisce invece alla confusione nel dibattito sull’Ici per i beni immobili ecclesiastici. Confortano la lettura dell’emendamento radicale e la cronistoria delle esenzioni. Fino al 2005 l’esenzione era prevista per i soli luoghi di culto, e nessuno aveva da ridire. Con due provvedimenti del 2005 (governo Berlusconi) e del 2006 (governo Prodi) l’esenzione fu infine estesa a quegli immobili che esercitano “attività non esclusivamente commerciali”. Una simile definizione può essere aggirata, questo è il rischio che si corre (o che si vuol correre?) quando si usano parole non chiare. Così il luogo commerciale a cui viene affiancata una piccola cappella è “non esclusivamente commerciale” e la legge è aggirata. Di casi del genere ve ne sono, sembra, molti in Italia. Da parte ecclesiastica si risponde che si tratta di evidenti elusioni fiscali da colpire, ma allora perché non modificare in senso più esplicito la norma, già che ci siamo?

L’emendamento recita così: “L’esercizio a qualsiasi titolo di una attività commerciale, anche nel caso in cui abbia carattere accessorio rispetto alle finalità istituzionali dei soggetti e non sia rivolta a fini di lucro, comporta la decadenza immediata dal beneficio dell’esenzione dall’imposta”.
E’ chiaro che quel “non sia rivolta a fini di lucro” genera gran parte delle polemiche di questi giorni. Ma il testo dell’emendamento ha il dono della chiarezza. Un’attività commerciale è svolta acquistando merci allo scopo di rivenderle con o senza lucro, ma al giusto prezzo. E’ evidente che nelle attività commerciali non possono essere compresi tutti quegli istituti legati alla Chiesa che svolgono attività assistenziale non gratuita ma chiedendo un piccolo contributo che non va a coprire le spese. Si pensi ad esempio alle case accoglienza per i malati o i loro parenti in “trasferta”, alle mense della Caritas e così via. Tutte queste strutture si reggono sul volontariato e sulle donazioni, non certo sui contributi che eventualmente (ma non sempre) chiedono agli ospiti o comunque ai bisognosi.

Dunque le mense della Caritas, le case accoglienza, gli oratori con bar e quant’altro continuerebbero ad essere esenti dall’Ici, lasciando salvo il “patto non scritto” per il quale la Chiesa, con i suoi strumenti e le sue persone, talvolta si fa carico di un’assistenza sociale laddove l’ente pubblico (lo Stato o il comune, a seconda dei casi) latita. Col vantaggio di far maggiore chiarezza rispetto alla disciplina oggi in vigore derogando comunque dalla norma in vigore dal 1992 al 2005 (che esentava solo i luoghi di culto).
Infine, e non è poco, si chiede anche alla Chiesa (che tanto ruolo sociale e financo politico ha avuto e ha nel Paese) di mettersi in prima linea per contribuire alla salvezza finanziaria dell’Italia.
Quanto poi la manovra incida realmente su tale salvezza, sarebbe altro discorso.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Ici Vaticano/2: trasparenza, non abolizione delle esenzioni”

  1. Andrea Bosio scrive:

    C’è un errore di fondo, chiarito dalla circolare ministeriale apposita (la trovate qui: http://www.dossier.net/guida/norme/c092.htm).
    La “cappelleta nell’albergo” che comporterebbe un’esenzione è una leggenda. In primo luogo perché l’albergo dovrebbe essere di proprietà di un ente non a scopo commerciale – e fin qui ci siamo, difficile trovare un intero ordine religioso che sia a scopo commerciale – e in secondo luogo perché non conta l’immobile, ma l’attività che vi si svolge. Difficile dire che l’attività di un albergo non sia commerciale (se è un albergo e non, per esempio, una casa-vacanze o una foresteria).
    In pratica: l’emendamento radicale è inutile perché la Chiesa paga già l’ICI sugli immobili a uso commerciale.

  2. Michele Dubini scrive:

    @Andrea: gli ordini religiosi hanno alberghi a decine, dove i pellegrini pagano lautamente l’alloggio. L’opera romana pellegrinaggi è emblematica a tal proposito.

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