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Prima italiana per Schumpeter sulle scienze sociali

Con Passato e Futuro delle Scienze Sociali di Joseph A. Schumpeter si chiude per quest’anno la rubrica dedicata alle pubblicazioni di Liberilibri.

Al prossimo anno.


Passato e futuro delle scienze sociali: un testo pubblicato nel 1915 ma nato in realtà dalla rielaborazione di una conferenza tenuta da Joseph A. Schumpeter presso il Sozialwissenschaftlichen Akademischen Verein (una sorta di lezione di commiato dall’Università di Czernowitz) nel novembre del 1911, lo stesso anno in cui appare la sua magistrale Teoria dello sviluppo economico.

Schumpeter, uno dei massimi economisti del Novecento, affronta in maniera sintetica ma efficace e persino graffiante la questione della genesi dello statuto delle scienze sociali e dei loro sviluppi possibili (ribadisce l’Autore che “non c’è una scienza sociale, ma solamente le scienze sociali, i cui confini s’intrecciano in modo molteplice”).

Questo breve saggio rappresenta in certo qual modo “una prima vera sintesi compiuta del pensiero schumpeteriano” – come scrive Adelino Zanini nell’Introduzione –, e l’anticipazione della fondamentale parte introduttiva della History of Economic Analysis, uscita postuma nel 1954.

Nell’esposizione schumpeteriana si intrecciano più discipline, dalla teologia, al diritto, alla morale, alle scienze naturali. Essa enumera i processi assai complessi da cui, nel corso del tempo, si sarebbe formato il pensiero delle scienze sociali e insiste, ad esempio, sul peso e sulla continuità che il pensiero teologico e giuridico hanno avuto nella formazione della ratio delle scienze sociali, sia prima che dopo il Settecento, secolo che segna un vero e proprio spartiacque con la scoperta dell’individuo in società. Bersaglio evidente: l’idealismo tedesco e l’influenza esercitata da Hegel nei confronti dello storicismo.

Per Schumpeter lo sviluppo delle scienze sociali è caratterizzato da una “distruzione creatrice” che deve misurarsi con aspetti diversi: col legame profondo esistente fra scienze sociali da un lato e visioni metafisiche e programmi politici dall’altro; con la professionalizzazione del lavoro scientifico; con la formazione di scuole.

L’aspetto più significativo dell’opera è l’originale teoria sociologica della conoscenza, il cui cardine è rappresentato dai “conflitti tra scuole”: essa illustra il meccanismo secondo il quale le varie cerchie scientifiche generano sviluppo analitico, come pure il processo di “sociologizzazione” del sapere. Qui trova origine la formulazione di concetti fondamentali della produzione più matura di Schumpeter, dalla “filiazione delle idee scientifiche”, alla “visione”, alla rinnovata attenzione ai rapporti fra scienza economica, filosofia, sociologia, scienze sociali. Un testo tutto da scoprire visto che, prima della presente edizione, ne era apparsa solo una in giapponese.

Joseph A. Schumpeter (1883-1950), austriaco, si formò a Vienna e insegnò presso le università di Czernowitz, di Graz, di Bonn. Ministro delle Finanze della Repubblica austriaca, nel 1932 si trasferì negli Stati Uniti, dove insegnò all’Università di Harvard. La sua teoria dello sviluppo economico, della moneta, delle istituzioni del capitalismo maturo, nonché i suoi contributi in ambito sociologico, sono pietre miliari del pensiero economico. Tra le opere principali tradotte in italiano si segnalano Teoria dello sviluppo economico (1911), Epoche di storia delle dottrine e dei metodi. Dieci grandi economisti (1914 e 1951), Il processo capitalistico. Cicli economici (1939), Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Storia dell’analisi economica (1954).

Joseph A. Schumpeter, Passato e futuro delle scienze sociali, collana Oche del Campidoglio, a cura di Adelino Zanini, pagg. XXXVI-130, euro 16,00, ISBN 978-88-95481-61-6


Autore: Luigi De Santis

Romano di nascita, è convinto che le condizioni del diritto e del processo penale siano ottimi osservatori per testare lo stato di salute di una società e che persino l’Italia meriti un sistema giuridico autenticamente liberale. Concorda pienamente con chi ha sostenuto che “il diritto non è accademia : è vita e, se il suo studio non appassiona, significa che non vi è interesse per le vicende umane”.

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