Ires energia? La paga il Nord

- La manovra finanziaria approvata il 12 agosto prevede l’aumento dell’addizionale Ires energia, prima prevista per le attività di commercializzazione e produzione di energia elettrica da fonti tradizionali, dal 6,5% al 10,5% e la sua estensione ai settori della distribuzione, della trasmissione e della produzione di energia da fonti rinnovabili.
Abbiamo visto come la misura abbia effetti devastanti per le società del settore, per i molti piccoli investitori che posseggono titoli azionari e in primo luogo per lo stato, primo azionista dei grandi colossi dell’energia (Enel, Snam e Terna).
Esaminando nel dettaglio la relazione tecnico finanziaria allegata al decreto legge, si legge una parvenza di giustificazione, mossa a base della decisione di estendere l’addizionale al settore delle rinnovabili, che ha dell’inverosimile.
Stimati, infatti, a 6 miliardi i costi a carico degli utenti degli incentivi alle rinnovabili riconosciuti dalle leggi dello stato, si legge: “Va considerata inoltre la distorsione territoriale delle allocazioni attualmente presenti nel paese, che vede la maggior parte delle installazioni di impianti da fonti rinnovabili (oltre il 70%) installate nel centro sud del paese, mentre il costo complessivo viene socializzato a livello nazionale sulla base dei consumi”.

In poche parole, siccome la legge dello Stato prevede che i consumatori finanzino con la bolletta elettrica gli aiuti alle rinnovabili e siccome la maggior parte degli impianti sono collocati nel centro-sud, lo stato interviene a scopo perequativo tassando i profitti delle società che operano nel settore, per incamerare circa 70 milioni di euro all’anno.

E’ una posizione perfettamente legittima ritenere troppo generosi gli incentivi riconosciuti alle rinnovabili e troppo alto il conseguente costo per i consumatori. Per questo lo Stato ha già provveduto a tagliare gli incentivi al fotovoltaico e sta predisponendo una riforma degli incentivi per le altre fonti rinnovabili. Si può obiettare che cambiare le regole a partita in corso non è molto leale nei confronti degli investitori che si sono impegnati per finanziare progetti nel settore. Ma questo è un altro discorso. Si può a maggior ragione obiettare poi che tassando le società sussidiate con le tariffe elettriche non si alleggerisce in nessun modo l’onere che grava sulle bollette degli Italiani.

Non ha, invece, alcun senso tassare un settore perché gli impianti si concentrano in alcune aree del mezzogiorno. Oltre a rivelare un approccio gretto e discriminatorio nei confronti di un’area del paese, non è neanche sorretto dalla realtà dei fatti. L’addizionale si applica alle sole società con un fatturato di almeno 10 milioni di euro e un utile superiore a un milione di euro. Nel meridione non ce ne sono molte a rispondere a questi requisiti. È vero che gli impianti più grandi sono stati costruiti al Sud, ma molti di questi sono di proprietà di fondi di investimento e società con sede legale in altre regioni o all’estero, spesso ad azionariato diffuso e, in alcuni casi, controllate dallo Stato, come Greenpower, del gruppo Enel. Si tratta talvolta di quelle grandi imprese, solide, fiori all’occhiello del capitalismo italiano, di cui Berlusconi alcune settimane fa raccomandava agli Italiani l’acquisto di azioni… che oggi tassa.

Delle perdite di valore che subiscono le partecipazioni statali nelle società colpite abbiamo già detto innanzi. Spostiamo l’attenzione sulla miriade di risparmiatori in possesso di piccole partecipazioni: secondo uno studio del 2001 condotto da Jappelli, Julliard e Pagano per il Centro Studi di Economia e Finanza di Salerno, i piccoli azionisti si concentrano al Nord (53%), e al centro (25%).
Se poi guardiamo l’impatto complessivo della manovra, ci si rende conto che i settori più colpiti sono la trasmissione e la distribuzione di energia elettrica e gas, da cui lo Stato prevede di ricavare oltre 400 milioni di euro all’anno.

Il comparto della distribuzione vede come principali player, oltre a Enel Distribuzione, anche società come Acea, Hera, Irem e A2A. L’azionista di maggioranza di Acea è il Comune di Roma. Hera è partecipata per il 61% dai comuni dell’Emilia Romagna, mentre il restante 39% è in mano a fondazioni e investitori istituzionali. Iren è controllata dai comuni di Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Torino e Genova, mentre il 43% delle azioni è sul mercato e detenuto da privati. A2A è partecipata per il 55% dai comuni di Brescia e Milano, affiancati, nel quadro societario da due partner privati: la bresciana Carlo Tassara SpA e la svizzera Alpiq. Queste le società leader del settore, capaci di far utili e dunque le più tartassate dall’addizionale Ires con il loro mix di capitali pubblici e privati.

Per la loro collocazione geografica e le modalità di gestione del business non rispondono esattamente al profilo del rentier meridionale che si procaccia sussidi descritto dalla relazione alla manovra. Più semplicemente la manovra colpisce nel mucchio le grandi società energetiche, i risparmiatori che investono in azioni, i fondi di investimento e, ancora una volta, gli enti locali; soprattutto quei comuni che hanno voluto gestire i servizi di rete in modo più efficiente e con l’apporto di capitali privati.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Ires energia? La paga il Nord”

  1. questi della lega non capiscono neanche quello che votano.
    e non è la prima volta che votano leggi che gravano di più sul nord mentre vorrebbero colpire il sud (entrambe le cose sono ingiuste).
    se poi un settore è strategico , e quindi da detassare, è quello energetico.

  2. Marco scrive:

    Gli incentivi alle energie rinnovabili vanno eliminati. In attesa di questo provvedimento, la Robin Hood tax male non fa.

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