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Wikileaks, the end?

– Da portavoce a «vandalo digitale». Daniel Domscheit-Berg, ex numero due di WikiLeaks, è letteralmente in guerra con l’organizzazione di Julian Assange da quando, il 21 agosto, ha dichiarato a Der Spiegel di aver distrutto per sempre 3.500 documenti (ma c’è chi giura si tratti di 3.500 submission, e quindi di molto più materiale) inviati da anonimi whistleblower proprio a WikiLeaks. Una rivelazione inaspettata, e che coglie lo stesso Domscheit-Berg in contraddizione con diverse affermazioni precedenti.

Come fa notare l’attivista JLLLOW in un lungo e articolato post sul suo blog, il fondatore della piatta forma rivale OpenLeaks ha infatti fornito in precedenza una diversa versione dei fatti. «Non ho preso documenti da WikiLeaks», aveva dichiarato a Der Freitag non piùtardi del 10 agosto. «Credo che il materiale e le donazioni debbano rimanere a WikiLeaks, perché entrambi erano intesi esplicitamente per quel progetto», aveva aggiunto sempre al settimanale Der Spiegel. Poi, improvvisamente, l’ammissione. Accelerata forse dall’estromissione dal Chaos Computer Club, la community di hacker di cui Domscheit-Berg era membro, da parte di Andy Müller-Maguhn. Lo stesso che avrebbe condotto un disperato tentativo di mediazione (mai riconosciuto come tale, afferma Domscheit-Berg) tra i contendenti per far rientrare WikiLeaks in possesso dei documenti.

Che il tedesco ha invece preferito eliminare. Un gesto che giustifica a questo modo in una intervista a Owni.eu: «Abbiamo deciso di distruggere il materiale più importante dopo aver scoperto, un po’ di mesi fa, che a causa di negligenza e ignoranza tutti i cablo», cioè le comunicazioni riservate della diplomazia Usa pubblicate da WikiLeaks e dai suoi media partner a partire dal 28 novembre 2010, «sono stati dati in pasto al pubblico. Questa è la pubblicazione più irresponsabile che possa immaginare, e siccome non è stata fatta intenzionalmente ma come risultato di un errore facilmente evitabile, i miei dubbi sulla capacità di maneggiare in modo sicuro qualunque tipo di materiale si sono accresciuti ulteriormente», ha argomentato Domscheit-Berg. Sostenendo in sostanza che sia meno rischiosa, per chi li ha forniti, la distruzione del materiale inviato che lasciarlo nelle mani di WikiLeaks, che non sarebbe più in grado di proteggerne l’anonimato. Una istanza già esposta dal tedesco nel suo libro-confessione Inside WikiLeaks, dove sostiene che, a maggior ragione dal momento della sua fuoriuscita dall’organizzazione, la struttura tecnica del sito sia fortemente compromessa.

La decisione di distruggere il materiale, che sarebbe irrimediabilmente perso, è stata accolta con stupore e rabbia dalla folta comunità di commentatori e supporter di WikiLeaks che si interessano al tema del leaking digitale. La condanna nei confronti di Domscheit-Berg è stata unanime e durissima. Assange e WikiLeaks hanno rilasciato due comunicati dove si ipotizzano rapporti tra l’ex membro dell’organizzazione e le autorità statunitensi, che starebbero segretamente predisponendo un’accusa di spionaggio nei confronti dello stesso Assange. Comunque stiano le cose, il dato è che l’opinione pubblica mondiale non potrà venire a conoscenza dei contenuti dei documenti. Anche su questo è guerra: Assange sostiene che al loro interno vi fossero i più volte annunciati file su Bank of America. Domscheit-Berg nega. Vi sarebbero poi state la ‘no-fly list’ dei sospetti impossibilitati a imbarcare un aereo da e verso gli Stati Uniti, i dettagli sui progetti di diversi gruppi neonazisti e altre rivelazioni su «abusi dei diritti umani», ha scritto WikiLeaks. Tra cui «video di atrocità degli Usa in Afghanistan».

Anche se, come dice Domscheit-Berg, i documenti dovessero essere stati di reale interesse solo per il 10-20%, si tratta di una perdita evitabile, e di forte impatto simbolico. Evitabile perché, come scrive sempre JLLLOW, gli organi di informazione tradizionale che collaborano con WikiLeaks sono ormai più di 50 in tutto il mondo. E dunque, se proprio non WikiLeaks, almeno loro avrebbero potuto fornire un sufficiente grado di protezione alle fonti. Dal forte impatto simbolico, perché da quel disgraziato 21 agosto sarà molto più difficile per un whistleblower fidarsi di WikiLeaks o di OpenLeaks, il progetto di leaking digitale che Domscheit-Berg sta lanciando proprio in questi giorni.

Una brutta storia, dunque, senza vincitori ma che trabocca di vinti. E che si aggiunge al quadro a tinte fosche di queste settimane: lo scoccare dei sei mesi di blocco finanziario da parte dei servizi di pagamento online nei confronti di WikiLeaks; gli attacchi informatici subiti dal sito di Assange e passati totalmente in sordina dagli stessi media che, al contrario, esasperano ogni azione più o meno dimostrativa di Anonymous; la pubblica gogna per Assange e Bradley Manning, l’analista dell’intelligence Usa che avrebbe fornito il materiale più scottante all’organizzazione, prima ancora dell’emissione di una sola sentenza (o della formulazione formale di una accusa). Così che i 35 mila cablo pubblicati in questi giorni, anch’essi sostanzialmente ignorati dai media, non riescono a togliere l’impressione che qualcosa si sia rotto irrimediabilmente. Non solo dal punto di vista tecnico, ma della credibilità dei maggiori attori della rivoluzione per la trasparenza digitale. È un problema umano, ha scritto qualcuno su Twitter, centrando perfettamente il punto. Non è detto che i protagonisti dello scontro siano adeguatamente equipaggiati per risolverlo.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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