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Vaticano e ICI, un compromesso è possibile

 – Ha suscitato una vasta eco, sia in ambito politico che nell’opinione pubblica, la proposta del segretario dei Radicali italiani Mario Staderini di “tagliare i privilegi del Vaticano, a cominciare dall’otto per mille e dalle esenzioni su Ici e Ires”: secondo Staderini, “eliminando l’8 per mille e le esenzioni fiscali, il bilancio dello Stato potrebbe contare su 3 miliardi di euro in più all’anno”, e ciò consentirebbe di alleggerire il carico della manovra finanziaria sulle famiglie. La proposta di Staderini è stata successivamente ripresa dal Movimento Cinquestelle, dal Democratico Giuseppe Civati ed ha ricevuto il sostegno di numerosi gruppi spontanei sui social network.

In questo articolo non si desidera fornire un giudizio di merito sull’opportunità politica e sulle conseguenze sociali che la concretizzazione di tale proposta potrebbe produrre:  si vuole piuttosto che essa venga contestualizzata all’interno del quadro giuridico vigente. Inoltre, il limitato spazio a disposizione consente di affrontare – in questa sede – esclusivamente la questione delle esenzioni ICI delle quali godono alcuni beni immobili di proprietà ecclesiastica (si tornerà in seguito sulle problematiche dell’otto per mille e dei benefici relativi all’IRES).Occorre principiare rilevando che i fabbricati di proprietà della Santa Sede elencati negli articoli da 13 a 16 del Trattato dell’11 febbraio 1929 (cd. “Trattato del Laterano” ratificato con legge 27 maggio 1929, n. 810 e modificato in parte dall’Accordo di Villa Madama del 1984) sono – per volontà delle Alte Parti contraenti – esenti da qualunque tributo, sia ordinario che straordinario, tanto verso lo Stato quanto verso altro ente: ciò in forza di quanto disposto dallo stesso art. 16 del Trattato del Laterano.
Quest’ultima norma – secondo la Corte costituzionale – è garantita dall’art. 7 cpv. della Costituzione, e non è perciò  modificabile unilateralmente dal Parlamento se non con la procedura aggravata di cui all’art. 138 Cost.

Va peraltro evidenziato che, essendo il Trattato del Laterano un vero e proprio accordo internazionale, esso dovrebbe essere garantito anche dall’art. 10 Cost., per cui – in forza del principio pacta sunt servanda – l’esenzione prevista dal suddetto art. 16 potrebbe essere cancellata unilateralmente solo nei casi espressamente previsti dalla Convenzione di Vienna del 23 maggio 1969. Nulla invece osta ad una modifica bilateralmente convenuta.

L’esenzione relativa ai  fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto e alle loro pertinenze è stabilita dall’art. 7 numero 1 lettera d) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504.  La norma non esenta dall’imposta solo i luoghi di culto di proprietà di enti ecclesiastici cattolici, ma tutti i fabbricati destinati allo svolgimento di pratiche cultuali purchè non si tratti di riti contrari al buon costume e tale destinazione abbia carattere esclusivo (va rammentato che l’articolo 2 della legge 1° agosto 2003 n. 206, ha equiparato – ai fini tributari – gli oratori ai luoghi di culto). Ci si può chiedere se il richiamo all’art. 8 Cost. cui fa cenno l’articolo 7 sopra citato, abbia l’effetto di escludere dall’esenzione i luoghi di culto di confessioni che abbiano statuti contrastanti con l’ordinamento giuridico italiano: rientrano peraltro certamente nell’esenzione suddetta tutti i luoghi di culto degli enti riconosciuti ai sensi della legge n. 1159 del 24 giugno 1929.

L’art. 7 numero 1 lettera d) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 è – a differenza dell’art. 16 del Trattato del Laterano – una norma unilaterale  liberamente modificabile dal legislatore statale senza alcuna necessità di procedure aggravate. La sua ratio è evidentemente quella di sostenere la libertà religiosa di singoli e gruppi organizzati predisponendo un regime tributario che consenta ai fedeli di esercitare liberamente il proprio culto senza oneri fiscali nei confronti del comune in cui sorge il luogo ad esso deputato.

Qualora però il legislatore intenda modificare in pejus il regime tributario dei luoghi indicati nell’ articolo, egli è comunque tenuto a rispettare l’art. 20 Cost., il quale esclude che possano essere previsti dall’ordinamento giuridico tributi speciali che gravino esclusivamente sui beni degli enti con finalità di religione o di culto: da ciò deriva – quantomeno a nostro avviso – che il Parlamento è libero di assoggettare all’ICI i fabbricati destinati all’esercizio del culto, ma non può poi esonerare da tale tributo edifici adibiti allo svolgimento delle attività non commerciali di gruppi sociali di carattere non confessionale. Viceversa, gli enti aventi fine di religione o di culto si troverebbero ad avere un regime giuridico deteriore rispetto a quello previsto per  altri corpi morali, giacché i luoghi ove essi si trovano a svolgere una delle loro attività principali (quella del culto) sarebbero gravati da oneri fiscali non previsti per i fabbricati destinati ad accogliere le attività di enti non confessionali.

Un discorso analogo vale per gli immobili degli enti ecclesiastici (legati – beninteso – non solo alla Chiesa cattolica ma a qualunque confessione religiosa) destinati allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, nonché inerenti all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi e all’educazione cristiana. Tali immobili sono esenti dall’ICI in forza dell’art. 7, numero 1, lettera i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, purché – in virtù dell’art 39 del decreto-legge n. 223 del 2006, il quale ha sostituito l’art. 7, comma 2-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203 – le attività ivi elencate “non abbiano esclusivamente natura commerciale”.Sia l’art.  7, numero 1, lettera i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 sia l’art 39 del decreto-legge n. 223 del 2006 sono norme unilaterali liberamente modificabili dal legislatore. Va peraltro osservato che il suddetto art. 7 numero 1, lettera i)  non si applica esclusivamente ai fabbricati di proprietà degli enti ecclesiastici, ma a tutti gli edifici utilizzati da enti pubblici e privati, diversi dalle società e residenti nel territorio dello Stato, quando in essi vengano svolte le attività sopra descritte. I corpi morali che beneficiano della norma non sono pertanto solo enti ecclesiastici, anche perché l’esenzione non dipende dalla natura giuridica del proprietario dell’immobile, ma da quella del soggetto che lo utilizza e dall’attività effettivamente svolta. La sua ratio è evidentemente quella di sostenere l’esercizio di attività altruistiche ritenute di particolare importanza per la società civile.

Anche in questo caso, a nostro avviso, qualunque disposizione che intenda modificare in pejus lo status giuridico dei luoghi elencati dall’art. 7, numero 1, lettera i) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 non può essere discriminatoria nei confronti degli enti aventi fine di religione o di culto, i  quali – a norma dell’art. 20 Cost. – dovranno godere del medesimo regime tributario previsto per  tutti gli  enti non confessionali che non abbiano per  oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali. Ciò implica che – qualora il Parlamento decida di eliminare l’esenzione ICI per gli immobili in cui un ente con finalità di religione o di culto svolga una delle attività previste dalla norma – dovrà fare altrettanto con riguardo agli immobili nei quali la medesima attività sia svolta da un ente non confessionale. Molte ONLUS, sindacati, patronati ed associazioni culturali potrebbero così essere “travolte” dalla fine dei benefici tributari previsti dalla disposizione in esame.

In ogni caso, paiono due i punti più problematici del sistema appena profilato sui quali potrebbe porsi l’attenzione del legislatore.
a) Come si accennava l’art. 7 numero 1 lettera d) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 dichiara esenti dall’ICI le pertinenze dei luoghi di culto. A tal proposito va ricordato che la determinazione del concetto di “pertinenza” è piuttosto incerta: potrebbero rientrare in tale categoria anche l’abitazione del parroco e – addirittura – il cinema parrocchiale quando non svolga attività commerciale. Forse si potrebbe – ai fini dell’esenzione ICI – chiarire e limitare il concetto di “pertinenza di luoghi di culto” per evitare abusi e situazioni ambigue.
b) Ugualmente – al fine di evitare abusi e situazioni ambigue – si potrebbe definire cosa si intenda, all’interno dell’art 39 del decreto-legge n. 223 del 2006, con l’espressione  “attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale”. L’eliminazione dell’avverbio “esclusivamente” potrebbe risolvere ogni dubbio ermeneutico purché – come detto in precedenza – la modifica non sia discriminatoria o punitiva nei confronti dei soli enti aventi  finalità di religione o di culto.Occorre peraltro evidenziare che alcuni di questi esercitano talora un’attività collaterale di carattere commerciale – avente una limitatissima rilevanza economica – in locali che non sono accatastati separatamente rispetto a quelli destinati ad accogliere le proprie ordinarie e prevalenti occupazioni di carattere non commerciale (ovvero relative all’esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi e all’educazione cristiana). Il tipico esempio può essere rappresentato dal convento in cui una cella o un ambulacro sia dedicato alla vendita di prodotti realizzati dai religiosi per finalità di autosostentamento: in tal caso dovremmo avere, ai fini fiscali, un’attività commerciale (giacchè in tale concetto rientrano le attività dirette alla produzione di beni o di servizi, anche se svolte in via non esclusiva e anche se non organizzate in forma di impresa, ex art. 55 TUIR e art. 4 DPR 633/72) del tutto secondaria rispetto a quella principale svolta dai religiosi residenti.Nella fattispecie appena descritta può apparire eccessivo sottoporre tutto l’edificio al pagamento dell’ICI, giacchè solo una minima parte di esso è dedicato ad attività di carattere commerciale: in questo caso, come arrivare ad un compromesso? Una buona soluzione può essere sostituire – all’interno dell’art 39 del decreto-legge n. 223 del 2006 – l’espressione  “attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale” con l’espressione “attività che abbiano natura commerciale secondaria e comunque che non producano un fatturato superiore ai 1000 euro annui”.


Autore: Vincenzo Pacillo

Nato a Roma nel 1970, si è addottorato in Diritto ecclesiastico e canonico nell’Università degli studi di Perugia. Successivamente è stato ricercatore in Diritto ecclesiastico e canonico presso l'Università degli studi di Milano. Attualmente è professore associato di Diritto ecclesiastico e delle religioni nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Modena e Reggio Emilia e insegna Diritto ecclesiastico svizzero nella Facoltà di Teologia di Lugano. Autore di tre monografie e di diversi scritti su tematiche relative ai rapporti tra Stati e confessioni religiose, è membro del comitato di redazione della rivista “Daimon”.

6 Responses to “Vaticano e ICI, un compromesso è possibile”

  1. Articolo illeggibile x me, i miei neuroni si son confusi a metà!…. riesco a capire comunque xchè ho firmato la proposta di Radicali Italiani.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Silvana, al di là del compromesso proposto, che può piacere o no, ma mi sembra molto ragionevole, penso che il merito di questo articolo sia di dire la verità e tutta la verità su di una vicenda in cui tutti, senza distinzioni, tendono a dirne solo una parte.

  3. Carmelo, al di là della mia impreparazione in diritto canonico ( per cui quest’articolo mi risulta ostico ) non son d’accordo con te.
    Ho messo molto del mio tempo a leggere alcune cose postate pro e contro e mi son convinta che gli amici di Radicali Italiani abbian ragione.
    Poi vedi io continuerò a far la pensionata sulle montagne modenesi e tu il dirigente di Fli…. ma son convinta tu abbia torto!!!
    ( poi son tante le urgenze che non ho messo la necessaria concentrazione
    nel tentare la lettura dell’articolo, anche se continua a piacermi quello di Facci…)
    Buone ferie comunque!

  4. giuseppe naimo scrive:

    Mi pare che l’articolo ometta di valutare un dato essenziale, e cioè l’impatto della procedura di infrazione aperta dalla Commissione in punto di esenzione ICI alla Chiesa sulla vicenda oggetto di commento.

  5. Vincenzo Pacillo scrive:

    Gentile sig. Naimo, la ringrazio della sua precisazione. Tuttavia il quadro giuridico vigente non può essere in alcun modo condizionato da una procedura di fronte alla Commissione europea che è ancora ben lungi dall’essere conclusa. E’ evidente che laddove Bruxelles ravvisi un contrasto tra la normativa vigente ed il divieto di aiuti di Stato la situazione normativa dovrà necessariamente mutare, ma prima sarà necessario verificare se ed in quali termini tale contrasto sarà rilevato. Credo peraltro che sarà piuttosto difficile – alla luce dell’art. 17 del Trattato sul funzionamento dell’UE, che Bruxelles metta in discussione norme contenute nel Trattato del Laterano.

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  1. […] sostiene che questa misura di favore benefici le sole proprietà ecclesiastiche.  Non è così, come abbiamo provato a spiegare con misura, dentro una discussione in cui ben pochi –da una parte e dall’altra – sembrano volere dar […]