– Altro che sociologia, ma quale economia. La letteratura, più d’ogni altra scienza o approccio al mondo, spiega la realtà contemporanea e, meglio di una Maga Circe, prevede frammenti di futuro. Il racconto, poi, la narrativa, senza la pretesa di descrivere in una sola storia una esaustiva pan-antropologia, riesce a dare il senso di un’epoca, farne emergere i timori, le speranze, i desideri.


Se c’è un grande, inascoltato, narratore, in grado di aver previsto trent’anni prima il mondo di oggi è lui: il principe della distopia, abile romanziere della paura del futuro, acuto inventore di universi, fisici e emotivi, paralleli. Philip K. Dick.
Il prolifico scrittore, autore di più di 131 opere tra racconti e romanzi, è riuscito a prevedere, nel panorama delle sue utopie al contrario, opache e contorte, alcune tendenze del presente che, come ignari viaggiatori delle epoche, noi umani contemporanei percepiamo oggi come luminose conquiste.

I timori dei romanzi di Dick sono le nostre speranze attuali, come in una realtà vista e vissuta al contrario. Il tema spaventoso della distopia, quindi, s’è trasformato nel frutto concreto dell’utopia Novecentesca, la strada verso il sole dell’avvenire ci ha portato dritti verso le mete descritte da Dick.

In particolare hanno preso forma nel presente, spogliandosi del carattere di paure e acquisendo il tono della conquista, due tra le maggiori opere dello scrittore: Do androids dream of electric sheep? e Minority Report.
Il primo, divenuto noto al pubblico planetario nella versione cinematografica, con il nome di Blade Runner, e con la regia di Ridley Scott, è la storia di macchine umanoidi, i replicanti, costruiti dall’uomo e capaci di sviluppare una coscienza propria. Dopo un periodo d’evoluzione tecnologica avvertono il desiderio, animale, persino, più che umano, di non morire e fuggono per modificare la propria data di termine, il giorno della morte prevista.

È recente la notizia di due esperimenti di grande e rivoluzionario successo simili alla creazione dell’androide dotato di capacità emotive. Si tratta della nascita, nei laboratori di Zurigo, di EcceRobot, acronimo di Embodied Cognition in a Compliantly Engineered Robot, androide in grado di imparare dall’esperienza, e la creazione presso il California Institute of Technology di un sistema neuronale fatto di 120 filamenti di Dna e in grado di rispondere a stimoli cognitivi. Un cervello, insomma. E se stessimo per approdare nell’epoca di Blade Runner? Se le previsioni di Do Androids dream of electric sheeps? fossero realistiche, e non solo ipotesi immaginifiche, saremo capaci di gestirne le conseguenze?

Il caso delle previsioni di Minority Report è ancor più inquietante. Il romanzo, la cui versione cinematografica è del 2002, racconta dei poteri dei precogs, esseri particolarmente sensibili dotati della capacità di prevedere gli omicidi e dei quali la polizia di Washington si serve per contrastare e annullare il crimine in città. In pratica quello che sta accadendo a Santa Cruz dove gli agenti locali si servono del contributo di Key Crime, un cyber sbirro, un cervello elettronico in grado di incrociare migliaia di dati sulle abitudini di vita dei criminali e sulle casistiche delle rapine per prevedere dove e come accadrà la prossima. Un precog al primo stadio evolutivo, capace di metterci di fronte a un tema chiave della sociologia: la tensione al mondo perfetto, l’aspirazione all’armonia sociale può rendere legittimo persino il processo alle intenzioni, se si rivela una pratica utile a salvare la vita delle persone?

Ora, al di là delle specifiche intuizioni di Philip K. Dick, è interessante come la fantascienza, da narrazione ipotetica, a volte inquietante e comunque sempre distante dalla realtà quotidiana, si stia trasformando in un’operazione sociologica, di lettura del mondo e dei futuri possibili. Per gli autori delle distopie, tra cui spiccano anche racconti filmici come la meravigliosa serie tv The Prisoner, trasmessa nel 1967, hanno spesso connesso il tema dell’evoluzione tecnologica con quello della capacità di controllo.

Sotto l’apparenza di città vivibili e la parvenza di esistenze serene, come quelle narrate da Dick, si cela l’inquietudine della rinuncia a sapere, ad essere davvero liberi, a comprendere il mondo. Gli eroi dei racconti distopici sono come i personaggi di Matrix: di fronte alle fratture della realtà possono scegliere se dimenticare, per volgere lo sguardo altrove e rifugiarsi in una serena e rispettata ignoranza, oppure affrontare il dubbio, la paura, scontrarsi con il potere e con le convinzioni sociali più diffuse. Rimanendo così soli, perché il dubbio mette paura, isola, come una Cassandra spietata, chi lo provoca.

La fantascienza ha, allora, un valore politico inestimabile, come una grande anti-ideologia ha svelato quello che la trionfale marcia progressista vuole celare sotto il mito della conquista inarrestabile: la marcia compatta, unita, verso un futuro unico rischia di diventare un percorso verso l’infelicità. Il progresso ha in sé i germi dell’anti-politica, come negazione della felicità, totem politico per eccellenza.

Lo stimolo di Dick non riguarda la rinuncia all’evoluzione. È piuttosto un invito a fare propria l’etica del dubbio: solo colui che si sente minacciato, come il protagonista di Minority Report, e per questo mette in discussione l’autenticità meccanica del precog riesce a capire davvero come funziona e a svelare dinamiche nascoste e secondi fini. Solo chi, come Deckard, protagonista di Do androids dream of electrique sheep?, si rapporta in modo originale con la macchina, può percepire l’emergere di una coscienza nuova e percepirne gli effetti sul mondo e sulla collettività.

Il dubbio, quindi, è l’unico talismano per trasformare il futuro da inquietante distopia a accogliente quotidianità. Philip K. Dick docet.