Pensioni no, Ambiente si. Il Governo ‘taglia’ il futuro al Paese

– L’Italia é un Paese senza memoria. Che ha la tendenza a dimenticare il suo passato, impegnata a vivere il suo difficile presente. Che per distrazione e noncuranza rinuncia a servirsi dei suoi trascorsi, sia di quelli positivi, fausti che di quelli negativi, infausti. Quasi si trattasse di una zavorra   al procedere veloce dell’attualità.

Un ulteriore esempio di questo atteggiamento mentale, nel quale miopismo e scelleratezza sembrano miscelarsi al punto da non riuscire ad intravvedere quale delle due prevalga, lo offre una delle decisioni del Governo contenute nella manovra salva-Stato. Una manovra che intervenendo su enti territoriali, ministeri, festività, pensioni, pubblico impiego, costi della politica, contributo di solidarietà, mercato del lavoro, rendite finanziarie, liberalizzazioni, privatizzazioni e lotta all’evasione dovrebbe assicurare le entrate e, soprattutto, una riduzione delle spese, necessarie a far uscire il Paese dalle sabbie mobili della crisi. Una manovra che ha scatenato le reazioni delle opposizioni e dei sindacati, oltre che delle imprese. Ciascuno rivendicando le carenze e le iniquità che i singoli provvedimenti comporteranno sui cittadini e sui differenti settori del mondo imprenditoriale. Generalmente provocando un diffuso scontento. Che in alcuni casi, non é improbabile, sarà mitigato, da  successivi correttivi. Ma come sempre la valutazione, reale e non strumentale come in alcuni casi sembra essere, andrà fatta entrando nel merito dei singoli provvedimenti. Analizzando caso per caso, misura per misura, ogni singoli intervento. Filtrando i commenti, estrapolando il nucleo delle singole proposte dalle visioni di parte.

Un capitolo importante delle misure riguarda anche l’Ambiente. I tagli di 6 miliardi ai ministeri, attraverso la riduzione dei fondi Fas, riguarderanno la banda larga e quindi il ministero dello Sviluppo economico e la prevenzione di rischi di dissesto idrogeologico quindi il ministero dell’ambiente.
Insomma le pensioni sono salve ma non il nostro territorio. La querelle estenuante tra premier e Bossi sulla necessità di procedere ad interventi radicali anche sul servizio pensionistico si é risolta con la vittoria del senatur. La sua crociata  a favore di lavoratori e pensionati, perchè “la loro battaglia é anche la nostra” ha  dichiarato un fermo Umberto Bossi, ha superato ogni resistenza. Incassando alla fine il risultato voluto. Soprattutto, non scontentando una fetta importante dell’elettorato leghista. Perché é inutile negarlo l’unico sul fronte governativo a non aver fatto alcun passo indietro é stato proprio il leader del Carroccio. Su quello che interessava é stato irremovibile.

Sull’ambiente invece nessuno ha deciso di opporre strenui resistenze, di minacciare qualcosa. Decisione presa e ratificata. Senza litigi, senza ricatti. Essenzialmente, brutalmente, perché sull’ambiente nessuno ha mai basato il proprio consenso e quindi iniziare un’altra crociata su un tema del genere avrebbe significato farne poco più che una battaglia personale. Invece ne sarebbe valsa la pena. Sarebbe bastato avere un po’ di memoria, un po’ di lungimiranza. Ricordare i disastri idrogeologici che hanno interessato il Paese e le vittime. Tremilacinquecento morti negli ultimi 50 anni, cinquemila alluvioni e dodicimila frane in 90 anni. Nell’ultimo trentennio, oltre 3.500 vittime, pari a più di 9 morti al mese per frane ed alluvioni. Soltanto nell’ultimo decennio si sono verificati 6 eventi idrogeologici distruttivi, con un bilancio di 284 vittime.

Soffermandosi su quanto accaduto a partire dagli anni Ottanta del Novecento, i ricordi si affastellano talvolta quasi sovrapponendosi. Dalla grande frana (342 ettari) del dicembre 1982 immediatamente a nord del porto di Ancona, che colpì due ospedali e la Facoltà di Medicina dell’Università di Ancona, danneggiò o distrusse completamente 280 edifici, per un totale di 865 abitazioni, divelse la ferrovia e danneggiò la strada costiera su di un fronte di circa 2,5 chilometri. Con un danno economico ammontante a 1000 miliardi di lire.

 Passando, nel luglio 1985, al crollo delle strutture di ritenzione di due laghi artificiali nei pressi di Tesero, in Trentino. Il repentino svuotamento dei laghi produsse una colata di fango di oltre 230 milioni di metri cubi che raggiunse il paese di Tesero causando la morte di 268 ed il ferimento di almeno 30 persone, la distruzione di almeno 70 edifici. Con un danno economico stimato in 8,5 miliardi  di lire.
 Alle centinaia di frane e colate di detrito, e l’esondazione in più punti del Fiume Adda e dei suoi tributari, in Valtellina, nel luglio 1987. Quindi una valanga di roccia di 35 milioni di metri cubi si staccò dal Monte Zandilla, a sud di Bormio, causando 49 morti, 12 dispersi e 31 feriti e danni in 162 comuni, in 5 province (Sondrio, Como, Lecco, Bergamo e Brescia), per un danno economico totale valutato fra 1000 e 2000 miliardi di lire.

E ancora ricordando gli episodi più recenti. La città di Sarno ed i comuni di Siano, Bracigliano e Quindici, nel salernitanao, nel maggio del 1998 con le sue 140 frane  e i suoi 137 morti.  In tempi più recenti, nel 2008, nel dicembre, gli spettacolari danni e il terrore di Roma per la clamorosa piena del Tevere, ad ottobre l’inferno d’acqua a Cagliari, con 3 morti e a luglio, in Valtellina, 2 morti,  a causa del maltempo. Nel 2009 altro annus horribilis. Frane e 4 morti al Nord, 2 a Borca di Cadore nel  luglio. Due vittime nel Trapanese per un nubifragio, a febbraio. Due operai morti sotto una frana a Caltanissetta a gennaio. Frane in tutto il Sud, chiusi 60 chilometri di autostrada a gennaio. Due morti e 4 feriti per una frana sulla Salerno- Reggio Calabria ancora a gennaio.
Disastri che non si sono abbattuti senza ragione, senza spiegazione su un centro piuttosto che un altro, su una provincia del Nord rispetto ad una del Sud. Disastri che sono stati provocati da incuria, incompetenza, affarismo locale e incapacità di capire le conseguenze che una diffusa illegalità sul territorio avrebbe comportato.

Se  l’Italia si sbriciola e si impantana in una melma che ingoia vittime, provoca crolli, dispersi, assenza d’acqua potabile, é perché i territori sono sfruttati in maniera scriteriata e malgovernati. I dati anche in questo caso sono eloquenti. Legambiente certifica che nel 77% dei comuni sono state costruite abitazioni e nel 56% fabbricati industriali in aree a rischio. Ancora 5.581 comuni italiani sono  a rischio idrogeologico di cui 1.700 per frane, 1.285 per alluvioni, 2.596 per frane e alluvioni insieme. Almeno su questo il record negativo spetta al Nord. Al Piemonte che conta 1.046 comuni in pericolo. Anche se il Sud non brilla. Con la sola Sicilia che presenta 272 comuni a rischio dei quali 91 nel Messinese.
Secondo quanto riporta il progetto Avi-Cnr-Gruppo nazionale per la difesa dalle catastrofi idrogeologiche, in base ad un’elaborazione di Legambiente, solo nel corso del 2001 in Italia si sono verificati 341 eventi idrogeologici, di cui 319 frane e 22 piene, mentre nel 2000 sono stati ben 1.237.

Nell’ultimo decennio 1991-2001, il territorio nazionale è stato funestato da quasi 12.000 frane e oltre 1.000 piene.
In Italia c’è una totale, diffusa, indifferenza verso il paesaggio e le sue regole. Rispettare il paesaggio significa curare ogni sua componente, vigilando perché non si creino squilibri, provocati artificialmente. L’abbandono dell’agricoltura, l’incuria dei corsi d’acqua e dei boschi, il profondo rimodellamento della morfologia originaria, l’edificazione in aree nelle quali la legislazione impedirebbe la realizzazione di costruzioni, sono elementi che contribuiscono ad un sovvertimento delle dinamiche naturali e quindi potenzialmente possono innescare nuovi dissesti.

Chiudere un occhio, far finta di niente, equivale in molti casi a creare le condizioni perché si possa verificare un disastro.
Proprio per questo controllo del territorio significa anche mettere in atto strategie utili a prevenire  disastri, ad evitare morti di tante persone e l’impiego di risorse finanziarie anche molto rilevanti. Certamente maggiori di quelle che si pensa di risparmiare tagliando i fondi per la prevenzione di rischi di dissesto idrogeologico. Questa scelta certifica, nonostante gli indubbi sforzi di operare una “stretta” incardinata su interventi strutturali, l’incapacità del Governo di fare scelte lungimiranti. Suggerite dal desiderio di assicurare un futuro meno incerto piuttosto che dalla preoccupazione di non dissipare il consenso attuale. Le Pensioni sono al sicuro, l’ambiente no. Hanno vinto le ragioni dei miopi, abbiamo perso tutti qualcosa.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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