di SIMONA BONFANTE – Una manciata d’ore prima che la primavera araba contagiasse la Libia, il nostro Ministro degli Esteri definiva Gheddafi un maestro di democrazia partecipativa. Poi, a bombardamenti della popolazione civile in corso, e dopo una serie di pericolosamente imbarazzanti giravolte diplomatiche il governo italiano viene costretto (dagli Usa, pare) a ricordarsi di essere non casualmente membro della Nato. Ce ne è voluta di pazienza per farglielo capire al Presidente del Consiglio che era il caso eccome di disturbarlo, il sanguinario. Comunque, tutto è bene quel che finisce bene ed alla fine nella coalizione anti-martirio della popolazione libica ci entriamo pure noi.

Ma non è che da lì in poi le cose siano – politicamente parlando – filate lisce. Figurarsi, con la Lega che ogni due per tre intima al Capo di Governo di smetterla di sprecare soldi per quei beduini (ché, oltretutto, salvarli dalle bombe non vuol dire forse vederseli approdare sulle italiche sponde, non invitati?)

Altro problema: i famosi contratti, quelli stipulati, non solo ma soprattutto, da Eni. Ecco, pare che a dispetto della venuta meno della controparte sottoscrivente – e cioè il dittatore – sia tutto ok. Così, almeno, dall’incontro di ieri tra Berlusconi, Scaroni ed il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Muhamad Jibril.

È lui – l’ex direttore dell’Ufficio per lo Sviluppo Economico di Gheddafi – che riconosciamo come legittimo depositario dell’autorità reggente, ed è con lui che trattiamo – sapevatelo. E questo ‘lui’ ha fino ad ora detto le cose giuste ed immaginato un percorso di democratizzazione nella legalità che è proprio quello che saremmo tutti lieti si potesse realizzare e che, con il dittatore amico ancora sul trono, il popolo libico non avrebbe invece avuto mai. Le riserve, certo, rimangono; sul futuro, quindi, per ora è solo boh.

Ed a proposito di futuro, per quanto ci consta rimane il Trattato di amicizia, consistente nell’elargizione a Gheddafi di un ‘risarcimento’ sbilanciato a favore del sottoscrittore libico quanto basta per confidare che alla fine questi potesse avere tutto l’interesse a smetterla di prenderci per il culo e vomitarci addosso – per intimorirci, per ripicca, per gusto dello sberleffo – orde di disperati.

Servito a nulla, il Trattato. Coi disperati, il Rais ha continuato a giocare divertendosi pure a pistolettare le nostre barche. Ovvio, un dittatore sanguinario il titolo se lo conquista per meriti sul campo, mica al Superenalotto. E i diritti umani? Seee, mai pervenuti, manco quelli.

Ed ora? Ora c’è questa nuova Libia. Una Libia tutta ancora da concepire e che però una chance di ri-nascere nella legalità, cioè nella democrazia, nel rispetto dei diritti umani, degli accordi e delle regole della convivenza internazionale ce l’ha.
Con questa nuova, ancora solo potenziale, Libia vogliamo eccome essere amici. Ed il miglior modo per garantire a noi, a loro ed alla comunità internazionale sempiterna concordia è fare in modo che il paese cementi le proprie fondamenta nel Diritto. Certo, potrebbe volerci un po’: d’altronde pure l’Italia repubblicana ce ne ha messo di tempo prima di capire che se la giustizia post-bellica avesse continuato ad essere amministrata nella vendetta, cioé nel crimine anti-fascista, di strada non ne avrebbe fatta molta.

Nostro dovere – e nostro interesse – è impedire ai libici di commettere gli stessi errori in cui a suo tempo ci siamo incaponiti noi. Ché quel tipo di errori, c’è poco da fare, non si finisce mai di espiarli.