Popstar della cultura. Sopravvalutati feticci italiani

– “Di fronte al vuoto e all’orrore di un ventennio berlusconiano, di fronte al dilagare di una società becera, volgare, retriva, il popolo della sinistra è scosso, ha bisogno di vedere volti amici, di sentire parole incoraggianti. Ha bisogno di riscattarsi da una minorità politica e culturale frustrante. E se i partiti non hanno gli strumenti per raccogliere il grido di dolore di quella parte del paese che vuole cambiare la realtà, il compito tocca ai nuovi intellettuali pop. Fazio e Saviano, con un blitz, invadono le frequenze normalizzate della RAI e recitano il nuovo vangelo dell’Italia indignata, indecisa tra la fuga all’estero, verso lidi più democratici e moderni, e la resistenza in patria. Di fronte al clamoroso successo della trasmissione si avverte una reazione di sollievo. Una nuova Italia è possibile, un nuovo modello di cultura e di informazione è possibile.


C’è un nuovo paradigma, si dice, che sostituisce l’incultura reazionaria e pubblicitaria del centrodestra. Eppure c’è qualcosa che non quadra
. Sfilano sulla passerella televisiva gli eroi dell’antiberlusconismo, gli aedi dell’intellighenzia di sinistra. È confortante rivedere Dario Fo, Roberto Benigni, Paolo Rossi fondersi insieme in un abbraccio collettivo con Corrado Guzzanti e Milena Gabanelli. In fondo, è una preghiera laica quella che per quattro lunedì consecutivi si recita sugli schermi di Raitre. Il format prevede l’elenco, recitato come un rosario. Qualcuno comincia a instillare un dubbio. Che sia davvero una specie di messa, come scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera: “Vieni via con me è il calco di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica. La proposta degli elenchi, di ogni tipo, su ogni argomento, assomiglia molto alle litanie: più che alla vertigine della lista, lo spettatore cede volentieri al fascino della supplica accorata, alla de-vozione popolare, alla lamentazione come unica fonte di speranza e di conforto, al mantra“.
Grasso coglie nel segno. La funzione consolatoria del rito è evidente. Come tutti i riti, prevede una massa di fedeli, un insieme di atti codificati, qualche figura santificata, un’aria penitenziale, ravvivata in questo caso dall’orgoglio degli autoproclamati giusti. (…)

Qui analizziamo (nel libro Popstar della cultura di Alessandro Trocino, ndr) Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e Andrea Camilleri. Soltanto un campione, perché l’elenco poteva continuare e le popstar non mancano: dallo stessoTerzani a Benigni, dai fratelli Muccino a Maurizio Cattelan, da Fabio Fazio a Massimiliano Fuksas, da Alessandro Baricco fino a Nichi Vendola. È una galleria di casi individuali, ma attraversati da uno o più fili comuni. Cornici cognitive ed emotive condivise che ne fanno facce diverse di un’unica medaglia. Medaglia, va detto, non sempre di metallo pregiato. Ad alcuni si potrebbe applicare la celebre definizione di Dwight MacDonald sulle opere midcult. Opere, per dirla con Umberto Eco, “che paiono possedere tutti i requisiti di una cultura aggiornata e che, invece, di fatto, della cultura costituiscono una parodia, una depauperazione, una falsificazione attuata a fini commerciali“.

In definitiva, un compromesso al ribasso. Il consumatore viene illuso di avere a portata di mano l’arte e la cultura “alta” che cerca di incontrare il gusto medio.
O, più correttamente, il gusto medio che viene lusingato da una cultura promessa come alta e che alta non è. I nuovi eroi midcult, rappresentanti del ceto medio riflessivo, borghese e di sinistra, prodotti elitari ma su larga scala, si spartiscono la torta di un mercato perfettamente segmentato per gruppi sociali e per orientamento culturale e politico. Non si discute qui il valore degli autori, peraltro molto diverso e ovviamente opinabile. Saviano è autore di un libro importante,  Allevi un pianista mediamente dotato. Petrini è autore di una grande battaglia per il cibo di qualità, Corona uno scrittore un po’ grezzo che non resterà nella storia. È in discussione la modalità con la quale sono arrivati al successo, le ragioni che hanno contribuito a farne delle popstar, il paradigma che hanno creato o al quale si sono adattati. (…) Elementi che contribuiscono a fornire un quadro poco rassicurante dello stato della cultura italiana e in particolare proprio di quella che si vorrebbe più avanzata, progressista, alternativa al vuoto della destra e del berlusconismo.

A metterli in fila, i peccati capitali degli intellettuali nostrani fanno impressione: inclinazione al conformismo, propensione all’emotività e al sentimentalismo, diffidenza per il razionalismo, predilezione per l’indignazione fine a stessa, ricorso al manicheismo, tendenza alla semplificazione di problemi complessi, inclinazione al sapere nostalgico e al passatismo, profusione di retorica apocalittica, cedimento alla cialtroneria, abuso di facili artifici, antimodernismo e antiscientismo, esaltazione dell’uomo forte, affidamento all’esoterismo new age, delega delle responsabilità, ricerca del guru o del maestro di turno, servilismo. Il tutto condito con una mediatizzazione diffusa e con un narcisismo estremo nutrito di presenzialismo e populismo. Vizi diffusi in dosi molto diverse tra i personaggi di cui ci occupiamo.
Vizi che corrispondono in definitiva ai difetti degli italiani, dei quali si nutre come un saprofita l’industria culturale italiana, abile a incoraggiarli e a sfruttarli. Se è la domanda che regola l’offerta, il panorama culturale non può essere che questo. (…)

Sedici anni di dominio berlusconiano hanno impresso un segno indelebile nel carattere nazionale. Per uscire dalle strettoie della sottocultura berlusconicentrica e per sfuggire al gorgo mefitico dell’autoreferenzialità, l’intellettuale ha ceduto di schianto. Succube da decenni di dibattiti autopoietici e di soporiferi cineclub, ormai ebbro e nauseato dalla propria presunta superiorità morale, da tempo degradata in un indifendibile moralismo da casta protetta, la sinistra culturale ha rotto le righe e, muovendosi in ordine sparso, si è buttata nello stesso circuito di populismo della destra, innervato da robuste iniezioni di moderni steroidi catodici. Quel che rimane dell’industria culturale in mano alla sinistra scimmiotta il baudesco nazionalpopolare, utilizzando le antiche corde dell’emozione, del sentimento, dell’anima, dell’antirazionalismo, dell’antimodernismo e della cialtroneria, che da sempre costituiscono il nerbo della melodrammatica e furbesca indole italica.

Così nasce e prospera Giovanni Allevi, adorato da schiere di fan ai quali propina un pentagramma che fa leva sull’universo olistico dell’era emozionale, di cui il Maestro disserta nei suoi instant book. Accolto con tutti gli onori in Parlamento, il novello Rossini in pochi anni ha edificato, mattone su mattone, una carriera straordinaria.
Miracolato da un ottimo ufficio stampa, è volato sulle ali del marketing, non senza qualche invocazione propiziatoria rivolta all’Altissimo. Il tutto a piedi nudi, naturalmente, perché natura e sentimento, emozione e godimento lento, vanno di pari passo. (…) nel combinato disposto di neoqualunquismo e retorica apocalittica, ecco avanzare Beppe Grillo. Una carriera da comico, sciaguratamente buttata via per vestire i panni del Savonarola, tanto intriso di giustizialismo à la page da condividere con Marco Travaglio ed Emilio Fede il vezzo, un po’ fascista, di deridere l’avversario. Avversario derubricato in nemico, con epiteti offensivi. Oppure per le vie brevi, con insulti diretti a base di “vaffanculo”. (…)

È l’Italia dei furbi e dei finti cascatori. L’Italia che non ha mai conosciuto Cartesio e Voltaire. L’Italia delle grida manzoniane, che ha rinnegato le leggi “armate” di Beccaria e le ha sostituite con la retorica delle orazioni civili, dell’impegno da salotto. L’Italia intellettualmente disonesta, che fa la rivoluzione in terrazza, che festeggia a Fregene con Moravia e Schifano l’assoluzione dell’assassino di Primavalle e non sta «né con lo Stato né con le BR». L’Italia che scende in piazza e sfila compiaciuta. L’Italia degli oratori vibranti e magniloquenti. L’Italia dell’elzeviro, del giornalismo malato, passata dalla pomposità letteraria delle terze pagine alla volgarità pecoreccia dei fogli di regime.(…)

L’Italia della casta, della cricca, del familismo amorale, del “teniamo famiglia”, della raccomandazione, delle affettuosità di potere, della romanità avvolgente, del pizzino. Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia, proprio mentre smantella l’unità a colpi di leghismo, di corruzione e di ignavia politica. Un paese che compra i libri-feticcio di Saviano per combattere la camorra e poi pippa la cocaina dei camorristi nei cessi dell’Hollywood a Milano.

Il paese degli abusi edilizi, dei condoni, dei furbetti del quartierino. Il paese del catastrofismo apocalittico, dell’iperbole emotiva, del populismo tecnocratico, del vaffanculo catartico. Il paese midcult che confida nei miracoli dell’autoculturalizzazione istantanea di massa. Il paese che trasforma lo scrittore engagé in icona da scaffale. Che cerca disperatamente un guru qualsiasi che gli indichi la strada e lo trova in comici che predicano l’anacoretismo e praticano il business. Un paese che preferisce nutrirsi di uno stato di indignazione permanente, piuttosto che provare a cambiare lo stato delle cose.”

P.S. Volevo scrivere sulla validità  di certi argomenti del libro Popstar della Cultura di Alessandro Trocino (tra l’altro giornalista del Corriere della Sera).
Poi mi son detto che forse sarebbe stato più incisivo fare un taglia e cuci dell’introduzione del libro – lasciando le parole dell’autore – cosa che ho fatto.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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