La guerra non è ancora finita, e il dopo non è ancora iniziato

di STEFANO MAGNI – Il conflitto in Libia non è ancora finito, che già ci si preoccupa e dispera per il dopoguerra. Sarà merito di quella nuova sindrome della “Mission Accomplished”, diffusa dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: credere che la guerra sia finita, quando invece è appena iniziata. Sarà per le esperienze traumatiche del dopo-dittatura in Somalia, Afghanistan e (appunto) Iraq, Paesi molto diversi tra loro, ma accomunati da tre elementi: l’Islam, una società tribale e il caos che è seguito alla fine di una tirannia duratura. Studiare i loro casi può portare alla disperazione ogni sincero sostenitore della democrazia e soddisfare tutti coloro che non vedono altra alternativa se non quella fra l’autocrazia e il caos. E’ probabile che sia per questi motivi che non si sentono, né si leggono molte previsioni ottimiste sul futuro della Libia, quando Gheddafi sarà catturato, vivo o morto.

Ma a disturbare il sonno delle classi dirigenti europee non è solo un generico pessimismo accademico, quanto il modo in cui i ribelli hanno, improvvisamente e inaspettatamente, marciato su Tripoli. Da un punto di vista politico, infatti, tutti i governi europei (Italia compresa), gli Stati Uniti e, dagli ultimi giorni, tutti i governi della Lega Araba, riconoscono un solo legittimo governo libico: il Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) guidato dal presidente Mustafa Abdel Jalil (ex ministro della Giustizia sotto Gheddafi) e dal premier Mahmoud Jibril (ex direttore dell’Ufficio per lo Sviluppo Economico sotto Gheddafi). Questo organo esecutivo, sorto dalla rivoluzione di Bengasi, è formalmente sciolto da due settimane. Il suo esercito è privo di comandante da almeno tre settimane. Le sue truppe sono ancora a Ras Lanuf, a centinaia di chilometri a Est di Tripoli. A combattere nelle vie della capitale libica e a dar la caccia a Gheddafi, in questi tre giorni, non è il Cnt, bensì una coalizione di ribelli di Misurata (città assediata sin dallo scoppio della rivoluzione a febbraio) e di tribù berbere, calate dalle montagne di Nafusa, al confine con la Tunisia.

Il Cnt si accinge a mettere il cappello sulla vittoria, preparando il trasferimento della sua sede da Bengasi a Tripoli. Secondo alcuni analisti ottimisti, come il francese François Heisbourg, intervistato ieri dal New York Times, proprio la vittoria di berberi e ribelli di Misurata dovrebbe garantire la futura unità nazionale: se la capitale fosse stata conquistata dall’esercito dell’Est, la guerra sarebbe apparsa come una conquista della Tripolitania da parte della Cirenaica. Il fatto che Tripoli sia stata conquistata da tribù della Tripolitania rende la guerra una sollevazione nazionale contro la dittatura di Gheddafi. Ma i diretti detronizzatori di Gheddafi, fino a che punto condivideranno il potere con il Cnt? Né i ribelli di Misurata, né i berberi accettano di buon grado di sottomettersi all’autorità del Cnt. I berberi, poi, per motivi etnici, diffidano degli arabi in generale. E hanno un proprio consiglio rivoluzionario, autonomo rispetto a quello di Bengasi

A questo scenario, già confuso, si aggiunga la crisi interna al Cnt, che aveva raggiunto il suo zenit proprio alla vigilia della marcia su Tripoli. Il 28 luglio il generale Abdel Fattah Younes, comandante in capo dell’esercito ribelle in Cirenaica, era stato convocato d’urgenza a Bengasi per rispondere a domande sui suoi presunti contatti con il regime di Gheddafi. Ex ministro dell’Interno nel vecchio regime, dunque responsabile della repressione del dissenso, Younes era stato sempre visto con una punta di sospetto nel Cnt. E in particolare dal suo diretto rivale, il colonnello Khalifa Haftar, ex eroe della guerra del Ciad (negli anni ’80), poi dissidente in esilio negli Usa, tornato in Libia solo per combattere contro Gheddafi. Poco dopo la sua convocazione a Bengasi, il generale Younes è stato ritrovato cadavere. Il presidente Jalil si era affrettato a parlare di omicidio organizzato da Gheddafi. Ma il suo ministro delle Finanze, Alì Tarhouni, ha subito dato la colpa ad altre fazioni interne ai ribelli. E’ ancora da stabilire chi lo abbia assassinato. I sospetti ricadono sulla Brigata 17 Febbraio (ostile a Younes), sul colonnello Haftar o sui guerriglieri islamisti della Brigata Ibn Jarrad. Una cosa è ormai certa: non era un omicidio organizzato dal regime, ma una faida interna al fronte del Cnt.

La rivelazione ha provocato l’immediata reazione della tribù Obeidi, che domina Tobruk, di cui Younes faceva parte. Gli Obeidi hanno ventilato la minaccia di un golpe, sparando anche contro la sede del Cnt a Bengasi. Jalil è stato costretto a sciogliere il governo lo scorso 9 agosto. Ma il rimpasto è stato congelato a causa dello scoppio della battaglia di Tripoli. Tuttora, però, non sappiamo chi assumerà la guida del Cnt quando la guerra sarà finita.

L’incognita è: con chi trattare per rinnovare accordi politici ed economici? Jibril, in questi giorni, è in Italia. Il Cnt ha promesso da sempre di rinnovare sia i contratti con l’Eni che il Trattato di Amicizia e Cooperazione. Lo ha ribadito anche ieri, per bocca del suo ambasciatore in Italia. Il prossimo, inevitabile, rimpasto è però sempre un’incognita. Inoltre, quanti contatti abbiamo con i ribelli dell’Ovest che stanno conquistando la capitale? I francesi li hanno aiutati, paracadutando loro armi ed equipaggiamento bellico, fornendo loro anche i carri armati (fatti arrivare dal confine con la Tunisia), inizialmente senza informare nemmeno gli alleati della Nato. Pare (secondo fonti di intelligence citate da Massimo Introvigne su “La Bussola Quotidiana”) che i servizi segreti italiani abbiano anch’essi saldato buoni rapporti con i loro capi. Difficile capire, però, quanto profonda sia la nostra conoscenza di questi nuovi protagonisti del conflitto.

Infine, si potrebbe inserire un altro attore che fa sempre paura: quello del fondamentalismo islamico. I più pessimisti, come il giornalista Daniel Pipes, temono anche per la Libia (così come per l’Egitto e la Tunisia) uno scenario da Iran 1979: i democratici vincono la rivoluzione, gli islamisti la sfruttano per conquistare il potere. In base alle testimonianze raccolte da Ann Marlowe, inviata in Libia della rivista statunitense Weekly Standard, i libici temono l’ingerenza del Qatar, che ha fornito buona parte dell’equipaggiamento bellico all’esercito del Cnt, ma allo stesso tempo starebbe foraggiando i locali Fratelli Musulmani. “Esiste un programma del Qatar” – confida alla Marlowe il politico di sinistra Idris Tayeb – “Vogliono giocare il ruolo dei rappresentanti di questa regione (mediorientale, ndr) nel mondo. Stanno vendendo all’Occidente l’idea che i Fratelli Musulmani siano l’unica alternativa democratica agli estremisti jihadisti. E stanno armando gli jihadisti per far vedere a tutti che c’è bisogno dei Fratelli Musulmani”.
Il Qatar, non dimentichiamolo, è la sede di Al Jazeera, il network in lingua araba che, più di ogni altro, ha coagulato il consenso internazionale attorno alla causa dei ribelli in Libia. Ed è sempre il Qatar la terra di esilio di Alì al Salabi, intellettuale islamico libico di riferimento per i locali Fratelli Musulmani.
E’ dunque lecito preoccuparsi per il dopoguerra.

Ma non anticipiamo i tempi: la guerra non è ancora finita. E non lo sarà finché non verrà preso Gheddafi, vivo o morto. E finché non verranno sconfitte, o indotte a gettare le armi, le truppe a lui fedeli, a Sirte e a Tripoli.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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