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E se la soluzione alla crisi globale si chiamasse Cina?

– “La nostra revisione delle stime sulla crescita globale indica che gli Stati Uniti e l’area dell’euro sono pericolosamente in bilico, vicini alla recessione”: è il sigillo sulla crisi del team di analisti di Morgan Stanley che include Chetan Ahya, capo-economista per l’Asia. E pensare che il terzo millennio era iniziato con grandi aspettative, con la convinzione diffusa che il sogno americano – inteso come diritto alla crescita continua – potesse espandersi a Oriente e nel resto del mondo, che l’Europa potesse diventare attore politico ed economico di primo piano.

La crisi del 2008, un terremoto essenzialmente economico-finanziario, aveva fatto suonare un importante campanello d’allarme. La crisi di oggi, si diceva fino a pochi giorni fa, è essenzialmente politica e nasce dalla sfiducia nella capacità dei governanti di risolvere la crisi del debito sovrano e nelle possibilità di successo dei piani di salvataggio. L’Europa in particolare vive in questa incertezza di fondo, con la sensazione che qualcosa di estremamente negativo per l’euro stia per accadere, che in qualunque momento la situazione possa deflagrare.
Il clima è permeato da una combinazione di preoccupazioni per la possibile recessione e la mancanza di strumenti politici per fronteggiarla. Si vive alla giornata in attesa di toccare il fondo; sui mercati la pressione sarà forte fino a quando non si vedrà una solida risposta politica.

Crisi globale, crisi europea e crisi italiana: la formula è stata ripresa anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo lungo intervento sulla crisi economica tenuto domenica scorsa al meeting di Cl a Rimini, dove il Capo dello Stato ha compiuto un’analisi severa esortando il governo a non “alimentare illusioni” e a non minimizzare i “nodi critici della realtà”.
Di crisi italiana e di crisi delle democrazie occidentali si è detto e scritto molto. Si è parlato forse meno della componente globale della crisi in atto, del nuovo scenario che potrebbe travolgere la ripresa economica lenta e accidentata.

Cosa può avvenire nel mondo di così profondo e destabilizzante ?
L’economia cinese potrebbe registrare una battuta d’arresto e il rallentamento del PIL nella locomotiva del mondo segnerebbe il punto di rottura che, in un contesto di debolezza europea e americana, spinge l’economia globale sulla strada di una  pesante recessione.
La Cina si prepara a fronteggiare la decelerazione su due fronti: l’export, poiché il paese resta ancora sensibile agli shock provenienti da Oltreoceano, e la domanda interna, fiaccata da varie tornate di stretta monetaria. Le esportazioni pesano ancora oltre il 30% del Pil della tigre asiatica e una contrazione dell’economia americana ed europea potrebbe farle precipitare, come è già avvenuto nel 2008 dopo il collasso di Lehman.

Diversamente da allora, oggi è molto più difficile puntare sui consumi domestici per sostenere lo sviluppo, dopo le misure restrittive adottate dal governo per tenere a freno l’inflazione e la bolla immobiliare. L’eventuale rallentamento dell’economia cinese innescherebbe un effetto a catena su nazioni come l’Australia e il Brasile, grandi fornitori di materie prime. Questi paesi hanno retto l’onda d’urto della crisi del 2008 proprio grazie alla domanda cinese, sostenuta dal pacchetto di stimolo da 500 miliardi di dollari varato dopo la crisi del 2008.
In altre parole: una nuova azione di sostegno all’economia cinese salverebbe le sorti del Pil mondiale. Il paese dispone di oltre 3 miliardi di dollari di riserve che potrebbero essere utilizzate per finanziare un nuovo pacchetto di stimolo. L’operazione è non priva di rischi, poiché concederebbe nuovo credito a un sistema con una leva finanziaria già elevata, e nel quale l’inflazione a luglio si è portata al 6,5%.

Il mondo chiede al sistema centralizzato di Pechino di fungere da stabilizzatore della crisi. Il tutto mentre i mercati sono in attesa che il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, in occasione del simposio annuale di Jackson Hole (1), annunci ufficialmente il terzo round  del quantitative easing (2) (QE3), l’acquisto in larga scala di titoli del Tesoro a lungo termine finalizzato a sostenere l’economia americana e a far calare ulteriormente il costo del denaro.
In una fase in cui l’Occidente è sprofondato in una crisi di governabilità, con problemi profondi e strutturali irrisolti che soffocano le economie, la tenuta del sistema è affidata alle banche centrali, con i loro strumenti “anomali”, e ai grandi pianificatori cinesi.
Quanto tutto ciò potrà impattare sul modello di capitalismo liberaldemocratico? Verso quale modello economico stiamo scivolando?

Note
(1) I banchieri centrali di tutto il mondo si incontreranno venerdì 26 agosto a Jackson Hole, in una conferenza annuale sponsorizzata dalla Federal Reserve Bank di Kansas City, lo stesso luogo in cui Bernanke un anno fa innescò il rally finanziario, annunciando che la Fed era pronta a fare “tutto il possibile “per garantire la ripresa economica, compreso l’acquisto di titoli sul mercato.

(2) Involontariamente ironica è la nota del 22 agosto, con la quale la banca d’investimento Goldman Sachs comunica ai clienti che “QE3 is not yet a done deal”. Il sottinteso è che tutti gli investitori stanno scommettendo sull’evento. La cosa è vera a tal punto che secondo l’ufficio studi di Barclays Capital il rendimento dei decennali americani (il 18 agosto al minimo storico dell’1,97%) indica che i trader hanno già scontato acquisti di titoli del Tesoro da parte della Fed per 500-600 miliardi di dollari. Vale forse la pena ricordare che La Fed ha acquistato circa 1.700 miliardi tra titoli di debito pubblico e asset tossici nel suo QE1, tra dicembre 2008 e marzo 2010, ed ha comprato altri 600 miliardi di buoni del Tesoro tra novembre 2010 e giugno 2011, nel QE2.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

8 Responses to “E se la soluzione alla crisi globale si chiamasse Cina?”

  1. Pietro M. scrive:

    Non ho capito cosa si intenda per capitalismo liberaldemocratico. Per i liberali, il bilancio va quanto più possibile in pareggio e la politica monetaria non deve essere discrezionale ed usata sistematicamente per salvare i mercati finanziari. Senza queste due condizioni abbiamo un “capitalismo liberaldemocratico” basato su mercati creditizi dopati che non seguono la realtà economica sottostante ma sono pilotati da un leviatano dai piedi di argilla perché non sa tenere i propri conti in ordine. Questa è una versione soft della NEP di Lenin, altro che capitalismo. Quando tutta la finanza è una cinghia di trasmissione di policies eterodirette e risponde quanto meno possibile alle forze di mercato, che mercato è?

  2. pippo scrive:

    Lo scenario e’ credibile. Mi auguro tuttavia che non si verifichi. Basta con gli stimoli, l’economia mondiale e’ sala di rianimazione, ma inflazionare il mercato non e’la terapia giusta. Nel caso specifico, poi, la Cina rischia troppo a fare un’operazione del genere

  3. Walter scrive:

    Ciò che scrivi lo condivido in pieno se usiamo tutti le stesse regole, ma se un paese le varia o meglio incomincia a pensare di regolare la decrescita? L’economia è un vaso comunicante tendente al livellamento in basso. Pensa alle conseguenze della contrazione dei consumi a livello globale cosa faranno alle economie ancora non formate come quelle di Cina ed India.
    Lancio una provocazione, dovremmo pensare di salvaguardare il livello di esportazioni del BRIC, o rischiamo che la loro inevitabile implosione per mancanza di esportazione ci trascini tutti nel baratro.
    Non credo che la domanda interna del BRIC possa eventualmente sostenere ed evitare la crisi di un paese che parte della sua produzione la fa in campi di lavoro non retribuiti o su prezzi da fame.

  4. Capitalismo e democrazia non necessariamente vanno di pari passo. Il tema centrale è che il governo dell’economia o meglio il governo politico dell’economia è un complesso decisionale misto tra leader eletti democraticamente, eletti non democraticamente e istituzioni la cui leadership è frutto di un negoziato. Insomma più che Adam Smith forse la soluzione del problema e la ricchezza dell’analisi sta nella lettura del Ramo d’Oro di Frazer, nella ricerca di un re pescatore. La democrazia, o meglio un processo decisionale democratico su macrosistemi è da ritenersi ormai una contingenza del secolo scorso? Oppure l’analisi va approfondita, recepita, governata anche traendo insegnamento da culture maldestramente definite primitive e che si affidano anche all’intuitu personae schemi decisionali complessi. Renella comunque coglie ancora una volta nel segno per il valore euristico dei suoi pezzi.

  5. Federico C. scrive:

    La Cina dovrà necessariamente ribilanciare la propria economia verso la domanda interna, e lo sta già facendo con gli ultimi due piani quinquennali, che tra l’altro prevedono un rallentamento controllato del PIL per evitare gli effetti (che si stianno già verificando) del surriscaldamento economico. Sperare che dalla Cina possa venire l’impulso per dare una soluzione all’economia globale secondo me è un po’ difficile perchè serve per forza di cose un approccio multilaterale che coinvolga anche il FMI. Bell’articolo comunque, se vuoi leggi l’articolo in proposito che avevo scritto il mese scorso sul mio blog: http://politicspolicy.wordpress.com/2011/07/18/scacco-matto/

  6. Walter scrive:

    giovedì 18 agosto 2011
    La decrescita felice dell’economia
    Permettetemi di riprodurre il manifesto di Serge Latouche, esso rappresenta la pietra tombale del sistema economico attuale, un nuovo modo di vedere l’economia che si incardina nelle nuove peculiarità dei sistemi oramai globali ed autoreferenziali. Il fatto che le cose stiano cambiando lo ha prennunciato la stessa accademia delle scienze di Olslo dando un premio Nobel per l’economia ad un filosofo. E anche per il fatto che a distanza di quaranta anni si sono compresi i discorsi di Kennedy sulla morte del PIL come parametro economico. Pertanto oggi vi propongo una affascinante lettura che vi consiglio anche di approfondire magari integrandola con la teoria dei Giochi di Nash. Buona lettura e gradirei dei commenti.

    Manifesto del doposviluppo
    di Serge Latouche
    http://www.decrescita.it

  7. lodovico scrive:

    mi sembra che le sue formule politiche preferite o le massime filosofiche non l’aiutano in questi tempi di mutamento. Passata la gioventù e non più Crociano o Boneschiano ma adulto le consiglio di ricominciare da Popper.

  8. In primo luogo, volevo ringraziare tutti per i commenti. E’ significativo questo pezzo ha fatto parlare di sè, malgrado i soli 9 miseri “likes”. Tenete presente che su Libertiamo scrive gente i cui pezzi fanno 195,4 likes medi e nell’ultimo mese raccogono un totale di quasi 1.000 likes. E’ la riprova del fatto che i Likes non contanno assolutamente nulla, forse non servono neanche a indicizzare meglio il pezzo su Big G.

    Ci sarebbe tanto da discutere sopra i vostri commenti, spero di poterlo fare presto con ognuno di voi. In the meantime…

    Pietrus, “capitalismo liberaldemocratico” voleva essere una provocazione per dire esattameente le cose che hai scritto tu. tassonomico us usual.

    Concordo con Pippo e stra-concordo con Federico (corro a leggere il tuo articolo). Lodovico, accetto il consiglio: mi sottoporrò a una popperizzazione controllata :-)

    Last but not…Mannacius è più trail-brazer dei trail-blazer, il colpo che “euristicamente” avevo in canna è proprio quello che hai sparato tu con il tuo revolver-commento. Thks

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