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Provocazione liberale: e se introducessimo una Camera dei Contribuenti?

– L’Italia è già adesso uno dei paesi con la maggiore pressione fiscale, il terzo nella zona OCSE dopo Danimarca e Svezia e probabilmente il primo se si considera la sola parte di PIL emerso, quella su cui effettivamente le tasse vengono pagate.
Malgrado questo ci avviamo ad un ulteriore aumento delle imposte e ad officiarlo è proprio il governo che aveva fatto da sempre, della riduzione della pressione fiscale, la propria bandiera. Del fatto che le tasse debbano essere aumentate pare, però, convinta anche larga parte dell’opposizione che, per rispondere alla propria constituency elettorale, non può certo farsi paladina di politiche di drastici contenimenti di spesa.

Le politiche di espansione della spesa e quindi delle tasse inevitabilmente proseguono, come ormai da decenni, divorando le energie produttive del paese.
La situazione in Italia appare seriamente incancrenita, ma il paradigma “spendi e tassa” affligge, sia pure in diversa misura, un po’ tutte le democrazie occidentali – ed in questo senso si misura, purtroppo, il sostanziale fallimento del modello tradizionale di parlamentarismo nel contrastare l’inesorabile allargarsi dello Stato ai danni della società civile.

Eppure storicamente i parlamenti erano nati proprio con l’obiettivo di porre un limite ai poteri del Sovrano e, primo tra tutti, a quello di imporre tasse.
In realtà ben presto ci si è accorti che la politica poteva servire efficacemente un altro obiettivo, quello di consentire ai vari gruppi di interesse di varare leggi a proprio favore e di spartirsi le risorse  prodotte dagli altri. In fondo votarsi un posto di lavoro fisso o votarsi questo o quel “diritto sociale” è molto più semplice e sbrigativo che guadagnarsi ogni giorno il pane attraverso il libero scambio.

E’ così che nei fatti la vera contrapposizione di classe dei nostri giorni si articola sulla contrapposizione tra tax payers e tax consumers – tra chi crea ricchezza nel mercato ed è soggetto al prelievo forzoso da parte del fisco di parte importante del proprio reddito e chi invece si trova nella condizione di beneficiare delle politiche di spesa attuate dallo Stato. Oggi la democrazia parlamentare è sbilanciata vistosamente verso i secondi, verso chi a vario titolo si vede redistribute le risorse prodotte da imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti privati.

La cosa non stupisce se si considera che l’unico criterio per accedere al voto è la cittadinanza che dà diritto alla fruizione di servizi, senza che questi siano necessariamente legati al pagamento di imposte.  Paradossalmente se solo il quaranta per cento dei cittadini lavorassero, il restante sessanta per cento potrebbe votare per redistribuirsi integralmente la ricchezza prodotta dai primi.
Si tratta evidentemente di un’ipotesi estrema, ma la realtà si è andata muovendo proprio in questa direzione, nel momento in cui per decenni le forze politiche si sono assicurate i voti proprio attraverso l’istituzione e la distribuzione di posti di lavoro pubblici, baby-pensioni, pensioni di invalidità, indennità di disoccupazione ed altri favori e prebende. E’ chiaro che i partiti si sono creati un bacino crescente di elettori desiderosi di attingere a quanto prodotto dal settore privato.
E’ così che all’atto pratico, in parlamento, quasi sempre gli “accordi” si fanno a spese dei contribuenti.

Forse l’unico modo di contenere la spesa pubblica e la pressione fiscale è quello di riequilibrare la democrazia parlamentare, restituendo forza politica a chi produce e paga le tasse.
Una possibile proposta, certo provocatoria, sarebbe quella di riformare il Parlamento, mantenendo un bicameralismo perfetto, ma con due basi elettorali diverse per le due assemblee.
Da un lato una Camera dei Cittadini, eletta da tutti i cittadini italiani adulti, come avviene oggi. Dall’altro una Camera dei Contribuenti eletta da chi paga allo Stato un certo quantitativo di imposte dirette.

La soglia di tasse per la Camera dei Contribuenti potrebbe essere ragionevolmente bassa, in modo da assicurare la rappresentanza della maggior parte dei lavoratori del privato. Non si tratterebbe certo di restringere il voto ad una piccola élite di super-ricchi.
Sarebbero esclusi, invece, i dipendenti pubblici, in quanto la definizione di contribuente dovrebbe prevedere un saldo positivo tra la cifra pagata allo Stato e quella ricevuta, mentre uno statale riceve dallo Stato più soldi di quelli che non gli versi.
Evidentemente il limitare a chi opera nel privato è essenziale perché il modello abbia un senso, altrimenti, si ripeterebbero le dinamiche viste fino ad oggi con governi che creano per decreto un’infinità di posti di lavoro pubblici e quindi di pseudocontribuenti per assicurarsi sostegno.
Peraltro la cittadinanza non dovrebbe necessariamente essere un requisito per votare alla Camera dei Contribuenti. Si può benissimo ipotizzare che agli stranieri che pagano regolarmente le tasse sia concesso un pieno diritto di voto.

Va notato che la permanenza della Camera dei Cittadini garantirebbe il rispetto del principio del suffragio universale così come lo conosciamo oggi e che peraltro già oggi sono molti gli Stati in  cui la seconda camera non è eletta a suffragio universale.
Ad esempio in Gran Bretagna o in Canada i membri della camera alta sono nominati, in Germania sono delegati dei Länder, mentre in Francia sono scelti da un corpo di circa 150 mila grandi elettori.

La presenza di due camere a basi elettorali diverse consentirebbe di articolare meglio la dialettica tra pubblico e privato, tra Stato e società civile – consentendo alle persone che finanziano lo Stato di dire la loro su come vengono spesi i loro soldi.
In questo contesto un governo si troverebbe a dover ricercare in Parlamento una doppia maggioranza e si troverebbe a giustificare ogni spesa – sia essa legata al welfare o al mantenimento dell’apparato amministrativo – di fronte a chi effettivamente la paga. Verrebbe così ad indebolirsi la strategia fondamentale utilizzata da sempre dai partiti, quella di comprarsi il consenso attraverso la spesa.

La Camera dei Contribuenti non sarebbe necessariamente più “di destra” (in senso tradizionale) della Camera dei Cittadini, anzi la sinistra dovrebbe in qualche modo persino dirsi soddisfatta dell’esclusione dal voto degli evasori fiscali, della rappresentanza dei lavoratori dipendenti del privato che pagano le tasse ed anche della possibile estensione del voto agli immigrati contribuenti. Di certo, però, la destra e la sinistra che sedessero alla Camera dei Contribuenti sarebbero più “liberali” della destra e della sinistra che sedessero alla Camera dei Cittadini – in quanto rappresenterebbero una base non interessata alla difesa dello Stato come obiettivo in sé, ma alla difesa dello Stato per quanto effettivamente serve.
Sarebbe un bel passo avanti.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

23 Responses to “Provocazione liberale: e se introducessimo una Camera dei Contribuenti?”

  1. Marcello Menna scrive:

    Gli spunti del suo articolo sono molto interessanti.

  2. tiziano scrive:

    in una situazione come quella italiana (lascio a voi la scelta di aggettivi adeguati) che di certo mon è tale da ieri, da sollievo e fa un po tenerezza vedere che qualcuno ancora prova ad immaginare con una buona dose di spregiudicatezza possibili proposte per ritrovare speranza nel futuro e orgoglio di appartenenza ad un paese, ben vengga quindi l’esercizio di Marco Faraci (scalpitante come esige l’età!) però la valutazione delle proposte deve poi essere seria e rigorosa; credo che quella appena esposta abbia sicuramente un limite enorme di fattibilità per la sensibilità italiana, ma è soprattutto nel merito che mi appare francamente(aggiungerei anche offensivamente) semplicistica e infondata. proverei a spiegare brevemente il perché: la democrazia, per non essere solo una parola vuota, (un mominalismo) non può che basarsi assiomaticamente sulla fiducia a priori in alcune virtu riscontrabili diffusamente nella umana sensibilità, (guarda caso è proprio l’argomento contrario che viene portato a giustificazione da chi, detenendo il potere in sistemi arcaici o autoritari, non ritiene opportuno far votare liberi partiti) ma è quello che implicitamente e inopinatamente sta alla base della proposta del buon Faraci. questo è un elemento haimè incontrovertibile, perchè parte dall’assunto che la motivazione del voto di ogni singolo sia praticamente appiattito su meri interessi personali immediati(per di più esclusivamente economici). io che sono un povero insegnantucolo voteri perciò a sinistra (per semplificare) solo perchè così immagino di avere piu probabilità di mantenere stipendio e posto garantito succhiando risorse a chi lavora “sul serio” producendo ricchezza!! Caro Marco, io non conosco onestamente nessuno che ragiona così, si chiama come minimo dignità e magari, a un livello già più alto, anche onestà intellettuale! Dì la verita: quanti ne conosci tu personalmente?? se proprio vuoi essere provocatorio provaci scommettendo molto mooolto di più sulle capacità umane di capire le proposte vere in ballo quando si tratta di votare. un pseudo corporativismo è veramete grossolano.
    grazie comunque per lo spunto e aspettando altre elaborazioni ti saluto con stima e fiducia.

    Tonini Tiziano

  3. Andrea Benetton scrive:

    > io non conosco onestamente nessuno che ragiona così,
    > si chiama come minimo dignità e magari, a un livello
    > già più alto, anche onestà intellettuale

    Come definiresti uno statale che si da all’assenteismo o scientemente produce “servizi” che non interessano a nessuno ? O chi prende contributi avendone formalmente i requisiti ma nessuna immediata nbecessità ? Due esempi semplici semplici ma potrei continuare.
    Suvvia non scherziamo questo paese è pieno di parassiti …

  4. bruno scrive:

    il maggior carico fiscale e’ sostenuto dai lavoratori dipendenti, pubblici e privati, i quali non evadono le tasse, pagano tutte le imposte e percepiscono stipendi o salari di gran lunga inferiori ai redditi percepiti e in molti casi non dichiarati da lavoratori autonomi appartenenti a varie caregorie. Io sono un insegnante, precario e percettore di uno stipendio poco superiore ai 1300 euro e ho scoperto che ci sono commercianti facoltosi che dichiarano 25000 euro di reddito all’anno e dentisti che ne dichiarano 45000. Appartengo a quella categoria di lavoratori che in realta’ contriibuisce per l’80% alle entrate fiscali per cui finiamola con questa storia ridicola e falsa secondo cui noi, lavoratori statali e in molti casi precari saremmo tax consumers mentre gli evasori fiscali e i bottegai che dichiarano un reddito di 15000 euro all’anno ma possiedono suv e seconda casa al mare sarebbero tax payers. Chi paga le imposte sono soprattutto i lavoratori dipendenti altro che dare il voto solo a dentisti commercialisti o pizzaioli

  5. Paolo scrive:

    Bah. Il problema è che Marco non ha evidentemente alcuna nozione di “dipendente pubblico”.

    Per lui, un poliziotto o magistrato (dipendenti dello Stato in regime pubblicistico), una maestra d’asilo (dipendente di un Comune in regime di diritto privato), o un infermiere (dipendente di un’ASL in regime di diritto privato) sono la stessa cosa: tax consumers.

    Non rileva che quel che percepiscono è il prezzo di una controprestazione lavorativa, determinato (con l’eccezione del poliziotto) con le stesse dinamiche sindacali (e quindi con le stesse assurdità) che regolano i rinnovi di qualsiasi CCNL.
    C’è una rappresentanza dei datori di lavoro (l’ARAN) e una dei lavoratori (FP-FPS-UILFP), esattamente come Confindustria e FIOM-FIM-UILM. Se ARAN non sa fare bene il suo lavoro, sta ai politici rimuoverne i vertici.

    Non rileva che la responsabilità del controllo e della sanzione dell’insufficienza (spesso sia qualitativa che quantitativa) della prestazione lavorativa è del datore di lavoro (cioè il dirigente), a cui l’amministratore (cioè il politico) dovrebbe chiederne conto.
    Un azionista scontento della gestione chiede la rimozione dell’AD, non va a vedere l’operato degli addetti alla verniciatura.

    Non rileva neanche che, secondo il suo criterio, sono tax consumers ad esempio tutti quei privati che beneficiano di affidamenti diretti assolutamente antieconomici per la stazione appaltante, effettuati spesso direttamente dal soggetto politico tramite la collaudata strategia delle “leggi di emergenza”, che guarda caso servono proprio a sottrarre gli affidanmenti dai controlli della pubblica amministrazione (cioè dei vituperati “statali”).

    Non rileva, Marco, che esistono dipendenti “pubblici” di aziende “pubbliche” solo per natura giuridica, ma che non beneficiano di trasferimenti statali, regionali o locali, e che campano solo del proprio fatturato.

    Io ritengo che il vero, unico enorme problema nel “pubblico” è l’irresponsabilità del vertice politico: di fatto, la massima pena per 5 anni di eventuale cattiva amministrazione con danni irreparabili all’azienda, sarebbe il solo “sputtanamento” sul giornaletto di provincia.

    Introduciamo una reale responsabilità patrimoniale degli amministratori pubblici, poi ne riparliamo.

  6. Andrea Benetton scrive:

    Bruno, prendi 1300 euro al mese perchè le altre 1300 che stanno nella tua busta paga lorda vengono trattenute alla fonte per pagare colleghi che voi dipendenti statali vedete tutti i giorni fare i parassiti.
    Voi lavorate certamente ma è anche vero che tollerate omertosamente chi non lo fa o la fa male. Mi piacerebbe che tu eviti di paragonarti a chi è dipendente privato visto che è vero che paghi le tasse sul tuo stipendio ma sia il tuo stipendio sia le tue tasse sono pagati dalle tasse di altri cittadini, per te è solo una partita di giro.
    La barzelletta finale di tutta questa situazione è che lo stato italiano raccoglie di tasse più di quello tedesco, riesce a spendere più di quello che raccoglie e questo ci sta portando al fallimento.
    E dopo questa svenata abbiamo i servizi più disastrati di europa tra cui anche la scuola di cui fai parte. Ma sarà sicuramente colpa di qualcun altro, è sempre colpa di qualcun altro.

    In tutta questa situazione i dipendenti statali hanno ancora il coraggio di parlare e di accusare chi produce ricchezza sia dipendente privato che autonomo di non volere essere rapinato di oltre la meta di quello che guadagna con il suo sudore.

    L’unica soluzione è equiparare le regole del pubblico a quelle che tutti i dipendenti privati hanno così vediamo quanta gente “parassita” rimane a casa.

  7. E se reintroducessimo il re?
    Avremmo qualcuno cui tagliare la testa nella pubblica piazza.
    È così salutare e liberatorio.

    (credo che anche a diritti televisivi sarebbe un bell’affare)

  8. Marco Faraci scrive:

    @Tiziano
    Purtroppo non sono d’accordo sul fatto che la maggior parte della gente voti secondo considerazioni astratte di bene comune. Nei fatti le preferenze politiche di buona parte delle persone (e non intendo solamente la scelta destra vs. sinistra) sono predicibili sulla base di alcuni fattori, tra cui una primaria importanza ha il tipo di lavoro svolto.
    Così molta gente tende a votare per un percepito interesse di categoria di breve periodo. Un po’ per ragioni di calcolo spicciolo ed un po’ per ragioni di condizionamento ambientale e di socializzazione professionale.

    @Paolo
    Il vero problema è che per il settore pubblico manca qualsiasi misura attendibile di quanto il mantenimento di determinati posti di lavoro si giustifichi in virtù del relativo servizio offerto al paese e di quanto invece si giustifichi come puro assistenzialismo nei confronti degli occupati. Questo fa sì che i lavoratori del pubblico vengano a trovarsi in una situazione di particolare conflitto di interessi nel momento in cui si trovino a poter esprimere un voto su come spendere il denaro proveniente dal settore privato.

  9. Bruno Di Chicco scrive:

    come definiresti chi evade le tasse? chi non paga contributi e imposte? chi dichiara redditi di fame e’ poi gira in barca, possiede macchinoni e seconde e terze case? come definiresti un commercialista o un dentista o un pizzaiolo che che dichiara meno di quanto dichiari un insegnante precario? Suvvia questo e’ il paese dei furbi protetti da un governo di cialtroni, in perenne conflitto di interessi con la giustizia sociale e la legalita’, che emana condoni e si inventa scudi di ogni genere per proteggere se stesso, i suoi amici e gli amici dei suoi amici sovvertendo le regole e umiliando la gente onesta. Invece di attaccare ad ogni pie’ sospinto i soliti noti ( lavoratori dipendenti pubblici e privati), colpevoli solo di essere gli unici a pagare le tasse sempre e comunque si facciano rispettare le leggi e le si applichino con rigore: se un dipendente e’ incapace o fancazzista lo si allontani senza gettare la croce addosso a tutti gli altri dipendenti che invece fanno il loro dovere; se c’e’ da tagliare enti inutili ci si adoperi in tal senso ma si proceda anche alle liberalizzazioni e allo scardinamento delle caste professionali; se un lavoratore autonomo evade il fisco pero’ nessuna giustificazione ed indulgenza in quanto costui e’ solo un disonesto ed evasore fiscale che fotte lo Stato e le persone oneste e magari va in giro dicendo che gli statali son tutti fannulloni

  10. Bruno Di Chicco scrive:

    Andrea tu appartieni forse alla categoria dei tremontiani che ritengono che la cultura non si mangia? Hai una visione dell’economia che cresce solo grazie alle fabbriche e alle botteghe e dimentichi che le grandi economie investono in ricerca, istruzione tecnologia. Sarebbe ora di chiudere questa stagione di stupide contrapposizioni tra chi lavora nella pubblica amministrazione ( e comunque le tasse le paga sempre e le paga anche per chi invece il fisco lo evade sistematicamente), e chi si e’ dato alla libera intrapresa. Perfino i Padri nobili del pensiero liberale sapevano che lo Stato (istruzione, sicurezza, difesa) era una entita’ necessaria. Insisto su un punto: occorre che tutti facciano il loro dovere e che chi e’ chiamato a far rispettare le regole si attivi in tal senso. Sul principio di legalita’ non si puo’ transigere.

  11. Bruno Di Chicco scrive:

    il mio stipendio e’ pagato dal mio lavoro che quanto ad onesta’, dignita’, professionalita’ e produttivita’ non e’ inferiore ne’ al tuo ne’ a quello di qualsiasi altro lavoratore autonomo di questo paese. Ho dei colleghi parassiti? Certo, cosi’ come nella tua categoria ci sono evasori fiscali e cattivi contribuenti. Mi alzo la mattina alle 18 e viaggio con il treno ogni giorno per andare al lavoro e gestire classi di 30 ragazzi.. cerco di far crescere quei ragazzi alla luce dei valori della nostra Costituzione che probabilmente non sono i valori ai quali sono votati molti dei tuoi ricchi colleghi.

  12. Mario scrive:

    >Sarebbero esclusi, invece, i dipendenti pubblici, in quanto la
    >definizione di contribuente dovrebbe prevedere un saldo
    >positivo tra la cifra pagata allo Stato e quella ricevuta,
    >mentre uno statale riceve dallo Stato più soldi di quelli che
    >non gli versi.

    Ing. Faraci, al posto dei “dipendenti pubblici” ci può tranquillamente mettere anche:

    – “i consulenti a partita IVA scelti dal Ministro, dal Sindaco, dall’Assessore,…” in quanto la definizione di contribuente…

    – “le grandi spa private italiane che forniscono beni o servizi alla pubblica amministrazione”, in quanto la definizione di contribuente…

    – “le associazioni di privati cittadini che ricevono contributi dalla pubblica amministrazione”, in quanto la definizione di contribuente…

    Guarda caso il ragionamento fila lo stesso.

    Che facciamo, Ing. Faraci? Togliamo a tutti il diritto di voto e di rappresentanza? Torniamo al Senato dei Nobili? A fronte dell’incapacità politica di rendere efficiente la pubblica amministrazione e di ridurre il campo d’azione dello Stato, è questa la “proposta liberale”?!

  13. Andrea Benetton scrive:

    Per tua informazione non sono ne ricco – il cognome è una omonimia – ne un professionista superpagato magari evasore. Sono solo stanco di vedere i soldi buttati nel cosidetto per mantenere gente che non lavora o che lavora senza pensare alla qualità del suo lavoro.
    E per inciso la tua categoria per la mia esperienza di 20 anni fa (i giovani mi confermano che la situazione è solo peggiorata e si vede) è piena di gente che andrebbe licenziata in tronco per manifesta incapacita di insegnare, mancanza di conoscenze, spesso per entrambe.
    Solo che non si può perchè i vostri sindacati non vogliono che si misuri se siete degni dell’importante funzione che dovreste ricoprire nella società. Non tirare in ballo alti principi che basta entrare in una scuola per vedere che razzolate talmente male che l’esempio che date parla da se. Chiudo qui, non mi interessa la paternale su alti principi da chi poi non li applica o tollera chi non li applica.

  14. Paolo scrive:

    Caro Marco, ecco un’ipotesi tanto banale quanto reale.

    Tizia è un’infermiera.
    Come tutti i dipendenti pubblici ha un contratto individuale firmato da lei e dal suo datore di lavoro, per il quale effettua una prestazione lavorativa specializzata, sotto il suo controllo, e a lui ne risponde. Per questa prestazione riceve uno stipendio.
    Secondo te è una tax consumer, e ha un “conflitto d’interesse” nel decidere la destinazione della spesa pubblica.

    Caio è un ingegnere con partita IVA.
    E’ un consulente esterno dell’ASL dove lavora Tizia.
    Come molti consulenti esterni, il suo reddito è prevalentemente costituito dalle parcelle che rimette all’ASL.
    Lui non è un tax consumer?
    Non ha conflitti nel decidere come devono essere spesi i soldi della Sanità?

    Sempronio & C. SpA è una grande società che produce prodotti sanitari.
    Il suo fatturato è al 90% costituito da forniture di tali beni agli ospedali pubblici. Pertanto riceve dallo Stato molto più di quanto paga di imposte.
    Anche questa non è una tax consumer?
    E noon ha conflitti nel decidere la destinazione della spesa pubblica?

    Ma soprattutto: se un socio non approva il risultato della sua azienda, chiede la testa dell’AD, mica va a vedere cosa fa il quinto operaio del reparto verniciatura; si presuppone che quell’azienda sia dotata di un sistema di controllo di gestione, la cui responsabilità nei confronti dei soci ricade comunque sull’AD.

    E allora, se un cittadino non è soddisfatto dell’ASL, perché invece di chiedere la testa del dirigente si accanisce contro l’infermiera Tizia? Non è forse il dirigente colui che ha la responsabilità della gestione?

  15. Alessandro Costa scrive:

    Anche se molti dipendenti pubblici svolgono un lavoro prezioso per la collettività (forze dell’ordine, magistrati, medici, ispettori del lavoro, insegnanti, tanto per fare qualche esempio), è anche vero che moltissimi campano alle spalle di chi le tasse le paga. Io vivo in Sicilia, dove le assunzioni presso la Regione (i dipendenti sono circa 20000) avvenivano con vere e proprie infornate, addirittura senza che fossero stabiliti a priori i compiti che gli assunti avrebbero dovuto svolgere. Sempre in Sicilia i Forestali sono circa 30000, lavorano solo per qualche mese all’anno e nel periodo restante intascano l’indennità di disoccupazione. In totale gli stipendi che la Regione Siciliana paga ogni mese sono circa 140.000 (non ho sbagliato a digitare, sono proprio centoquarantamila!) Il problema, in effetti, esiste. La soluzione proposta, però, non mi entusiasma. A parte le difficoltà tecniche (approvazione di legge costituzionale con le maggioranze richieste) credo che stiamo girando intorno al problema, che è quello per il quale i rappresentanti dei cittadini una volta eletti, anzichè curare gli interessi generali della collettività cura interessi particolari, dei clientes a livello locale, delle lobby a livello nazionale. Anche con una Camera dei Contribuenti, chi mi dice che gli eletti faranno gli interessi dei contribuenti? Del resto saranno sempre espressione dei partiti, gli stessi che finora si sono spartiti la torta, insieme ad amici ed amici degli amici, alle spalle di cittadini e contribuenti.

  16. Bruno Di Chicco scrive:

    qui si sta facendo confusione perche’ si mettono sullo stesso piano i dirigenti pubblici, super stipendiati e spesso di nomina politica e clientelare, con gli insegnanti, i poliziotti, gli infermieri ecc., ecc. che percepiscono uno stipendio modesto per un lavoro utile ma sottopagato e che quindi danno allo Stato e all’ intera comunita’ piu’ di quanto ricevono (altro che negare loro il diritto di voto… ma si sa con l’afa e il sole che picchia…). Andrea non ho mai detto che tu sei un evasore, come te anch’io sono stanco di vedere i soldi pubblici sperperati per mantenere gente che non fa il suo dovere ed e’ per questo che chiedo che le leggi vengano applicate e che contro l’assenteismo ed il lassismo nella pubblica amministrazione si usi la mano pesante. Detto questo permettimi di ribadire il concetto che chi evade o non rispetta le norme di legge, ad esempio sulla sicurezza nei posti di lavoro, vada perseguito senza tentennamenti. Quanto alle condizioni della scuola pubblica, i problemi ci sono perche’ ci sono troppi insegnanti anziani e poco propensi all’aggiornamento e per alcune discipline c’e’ carenza di personale’ abilitato o specializzato, perche’ i programmi didattici sono vecchi, le aule troppo piccole per contenere 30, 32 alunni e in molti casi fatiscenti, mancano le strumentazioni necessarie ecc., ecc, ma e’ anche vero che la scuola, almeno quella del centro-nord e di alcune aree del sud, e’ in linea con le scuole degli altri paesi europei come dimostrano le ultime ricerche e gli ultimi dati. Noi nella scuola non razzoliamo male come tu dici e le nostre condizioni non sono peggiori di quelle del mondo dell’impresa italiana, fanalino di coda sotto vari profili a cominciare da quello della competitivita’, non abbiamo a che fare con gente disonesta e senza scrupoli che non paga le tasse, esporta illecitamente capitali all’estero, fa affari con le ecomafie, ricicla denaro sporco, pensa di fare l’imprenditore con i soldi dello Stato, educa i figli come tanti berluschini o veline, magari quegli stessi berluschini e veline che ti raccontano le cose che tu vai dicendo sulla scuola. Stai attento a come parli, l’esempio che do e’ decisamente migliore dell’esempio che dai tu e i tuoi colleghi e non mi spreco a farti paternali a chi gli alti principi non li conosce nemmeno

  17. filipporiccio scrive:

    Non credo nessuno metta in dubbio che oltre a dipendenti pubblici parassiti ci sono anche professionisti parassiti, aziende parassite eccetera. L’economia in Italia è talmente controllata o mediata dallo stato che sono rarissimi i casi di chi lavora esclusivamente per il settore privato. Tuttavia è lampante che il livello di spesa pubblica è insostenibile per l’economia, per cui si procede ai famigerati “tagli lineari” oppure si individuano le prestazioni inutili e le si elimina. Questo, naturalmente, nell’ipotesi accademica di voler evitare il default dello stato; dato che invece la priorità della politica è assicurare il massimo del trasferimento di ricchezza dal paese alla casta dei politici e ai loro clienti, non si taglierà una mazza e si continueranno ad alzare le tasse, finché tutta l’attività produttiva del paese non sarà stata delocalizzata all’estero (ricordo che le imprese italiane non delocalizzano solo in Cina ma anche in Germania, chissà perché), e rimarranno solo i burocrati e i pensionati che continueranno a prendersela con gli evasori e con i traditori che se ne sono andati all’estero.
    Questo paese merita solo di fallire.

  18. Marco Faraci scrive:

    E’ evidente che l’articolo, come già evidenziato nel titolo, vuole essere in primo luogo una provocazione. E non ha la pretesa di risolvere tutte le contraddizioni innescate dallo statalismo.
    Resta ineludibile tuttavia la questione che il sistema istituzionale come lo conosciamo attualmente sembra non avere gli anticorpi per contrastare le derive assistenziali e clientelari che conducono in definitiva il paese a divorare se stesso – così come il problema che mentre nel mercato chi lavora o offre un servizio non “controlla” il proprio cliente o il proprio datore di lavoro, i lavoratori del pubblico esercitano un controllo sull’entità che li stipendia e questo fa scaturire dinamiche non sempre virtuose.

  19. Bruno Di Chicco scrive:

    L’Italia non crescera’ mai: orazi contro curiazi, guelfi contro ghibellini, fascisti contro antifascisti, comunisti contro anticomunisti, papalini contro anticlericali, liberisti contro statalisti, lavoratori autonomi contro lavoratori dipendenti… mai uno che dica che chi merita va avanti (se nel settore pubblico mancano criteri per misurare il merito e la competenza che vengano introdotti), che chi e’ disonesto vada in galera o paghi fino all’ultimo centesimo (se un lavoratore autonomo evade e’ un disonesto punto e basta) Io sono un lavoratore dipendente ma possiedo anche locali che dichiaro regolarmente cosi’ come pago da sempre il canone RAI perche’ le leggi vanno comunque rispettate: DURA LEX SED LEX

  20. Massimo74 scrive:

    @Bruno di Chicco

    Nel settore pubblico non c’è modo di misurare il merito o la competenza perchè a differenza del privato non esiste la logica del profitto che è l’unico criterio realmente oggettivo per poter valutare se un determinato servizio è realmente efficente e/o competitivo.Come ho già avuto modo di spiegare altre volte,se si vuole che i servizi pubblici siano efficenti e meno costosi e che fenomeni come l’assenteismo si riducano al minimo,l’unica soluzione è far pagare i servizi pubblici a consumo e non attraverso il prelievo fiscale coercitivo.In questo modo,tra l’altro,si eliminerebbe alla radice anche il fenomeno dell’economia sommersa.

  21. Paolo scrive:

    @Marco: “i lavoratori del pubblico esercitano un controllo sull’entità che li stipendia”???

    Mi sembra che continui volutamente a non comprendere che il rapporto lavorativo ed economico NON E’ tra l’infermiera Tizia e lo Stato, e NEPPURE tra Tizia e un politico eletto: è tra Tizia e l’Azienda Sanitaria Locale nella persona del suo Direttore Generale.

    L’infermiera Tizia controlla il suo direttore generale?

    No: per legge, non può avere alcun potere di indirizzo né di controllo sull’ASL. Mentre un dipendente privato può essere azionista della società ed in quel caso esercitare un potere diretto di indirizzo e controllo, nei limiti della quota posseduta (anzi, “vota per testa” se è una coop).

    Se ci sono problemi di efficienza, clientela, malaffare, e comunque di eccessiva spesa pubblica, questi riguardano NON SOLO alcuni dipendenti pubblici, ma anche LA SFERA ECONOMICA PRIVATA che ruota attorno alla spesa pubblica: in sostanza, dunque, IL MARCIO STA TRA IL POLITICO E IL SOGGETTO NOMINATO DAL POLITICO (il Direttore Generale).

    Se, invece, intendi dire che Tizia, votando alle elezioni politiche e amministrative, almeno indirettamente “incide” sulle scelte che possono interessare la sua condizione lavorativa, non ci vedo niente di strano: lo fanno anche i tassisti, i notai, i farmacisti, gli artigiani, gli ingegneri, i disoccupati, i pensionati, i rentier, gli evasori… insomma i cittadini.

    Si chiama democrazia.

    Tizia può contribuire a far eleggere l’on. Spendo Male che propone di aprire 10 ospedali inutili in ogni provincia.

    Così come l’operaio della FIAT Caio può votare per l’on. Paga Pantalone che propone contributi di Stato a fondo perduto per l’acquisto di automobili.

    Tizia, Caio, Spendo Male e Paga Pantalone sanno che quella spesa la pagheremo tutti noi, i nostri figli e i nostri nipoti, magari con l’emigrazione causa default dello Stato. E’ una scelta politica discutibile, ma legittima.

    Così stante la situazione, il “dagli allo statale” diventa per il politico un comodo alibi per continuare gattopardescamente a usare lo spoil system delle dirigenze non come strumento virtuoso per garantire efficienza e qualità (v. USA), ma per regalare poltrone agli amici.
    Che ovviamente non sanno gestire il servizio né il personale dipendente, e nemmeno vogliono farlo: la loro vera e unica occupazione è, e resta, e resterà quella che avevano PRIMA dell’incarico dirigenziale: creare, mantenere e gestire il consenso per il politico che li ha nominati.

    Certo, una riduzione degli ambiti di intervento della spesa pubblica ridurrebbe anche il “problema” degli “statali”.

    Peccato, però, che finora assistiamo solo all'”esternalizzazione”, quell’escamotage che permette al politico di creare un’AZIENDA PRIVATA A CONTROLLO PUBBLICO, con ottimi vantaggi per le segreterie dei partiti:
    – gli amministratori restano di nomina politica
    – le nuove assunzioni si fanno senza selezione pubblica
    – i dipendenti pubblici esternalizzati “amici” ricevono laute gratifiche nella nuova azienda
    – i “nemici” e i “senza tessera” finiscono in lista di mobilità provinciale
    – così creato, il nuovo mostro raccoglie il peggio del pubblico e il peggio del privato, ma ai cittadini si può sempre raccontare la favola dell’efficienza e dell’abolizione degli sprechi…

    Se invece facessimo davvero una scelta di privatizzazione e liberalizzazione di (alcuni, molti, tutti) servizi, il grosso del problema sarebbe risolto, e la sorte degli “statali” in esubero sarebbbe una (temporanea) materia di trattativa sindacale.

    E non ci sarebbe bisogno della Camera dei Contribuenti :-)

  22. Paolo scrive:

    @Massimo74:
    Ti sbagli, il profitto non è affatto un criterio realmente oggettivo per misurare l’efficienza.

    Esistono realtà private che generano profitti pur essendo molto inefficienti in termini organizzativi e produttivi.

    Parimenti, esiste un intero settore privato non profit con perle di efficienza.

    Altra cosa, ma sempre molto grossolanamente, sarebbe assumere come metro di efficienza (meglio, di economicità) il Valore Aggiunto.

    Tieni presente, però, che esistono comunque servizi storicamente ritenuti indispensabili per la collettività ma “a valore aggiunto negativo”, e per questo da porre a carico della spesa pubblica anche nel pensiero liberale classico.

    Resta il fatto che con il “dagli allo statale” si va poco lontano. Anzi, prima delle “spese pazze” degli anni ’80, il debito pubblico era sotto controllo, eppure non solo gli “statali” godevano di benefici impensabili oggi, ma erano anche, presumo, molto meno produttivi di oggi.

    Ripeto, l’efficienza nel pubblico è un grosso problema. Ma bada caso Brunetta, che aveva promesso il “piano industriale della pubblica amministrazione”, a parte qualche sparata ad effetto non ha cambiato un granché: sa(peva) benissimo che efficienza = managenerialità, e tra i dirigenti di oggi ci sono pochi manager e molti “clientes” funzionali al consenso dei politici e da essi nominati.

  23. Paolo scrive:

    L’articolo “Quei super dirigenti statali pagati con un doppio stipendio” sul Corriere.it di oggi 25/8 è un piccolo esempio dei rapporti tra politica e dirigenza in Italia.
    Altro che Camera dei Contribuenti, questi vanno chiusi nella Camera Stagna per non sentire il tanfo di marcio che emanano. Anche la mia infermiera Tizia ringrazierebbe.

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