– L’Italia è già adesso uno dei paesi con la maggiore pressione fiscale, il terzo nella zona OCSE dopo Danimarca e Svezia e probabilmente il primo se si considera la sola parte di PIL emerso, quella su cui effettivamente le tasse vengono pagate.
Malgrado questo ci avviamo ad un ulteriore aumento delle imposte e ad officiarlo è proprio il governo che aveva fatto da sempre, della riduzione della pressione fiscale, la propria bandiera. Del fatto che le tasse debbano essere aumentate pare, però, convinta anche larga parte dell’opposizione che, per rispondere alla propria constituency elettorale, non può certo farsi paladina di politiche di drastici contenimenti di spesa.

Le politiche di espansione della spesa e quindi delle tasse inevitabilmente proseguono, come ormai da decenni, divorando le energie produttive del paese.
La situazione in Italia appare seriamente incancrenita, ma il paradigma “spendi e tassa” affligge, sia pure in diversa misura, un po’ tutte le democrazie occidentali – ed in questo senso si misura, purtroppo, il sostanziale fallimento del modello tradizionale di parlamentarismo nel contrastare l’inesorabile allargarsi dello Stato ai danni della società civile.

Eppure storicamente i parlamenti erano nati proprio con l’obiettivo di porre un limite ai poteri del Sovrano e, primo tra tutti, a quello di imporre tasse.
In realtà ben presto ci si è accorti che la politica poteva servire efficacemente un altro obiettivo, quello di consentire ai vari gruppi di interesse di varare leggi a proprio favore e di spartirsi le risorse  prodotte dagli altri. In fondo votarsi un posto di lavoro fisso o votarsi questo o quel “diritto sociale” è molto più semplice e sbrigativo che guadagnarsi ogni giorno il pane attraverso il libero scambio.

E’ così che nei fatti la vera contrapposizione di classe dei nostri giorni si articola sulla contrapposizione tra tax payers e tax consumers – tra chi crea ricchezza nel mercato ed è soggetto al prelievo forzoso da parte del fisco di parte importante del proprio reddito e chi invece si trova nella condizione di beneficiare delle politiche di spesa attuate dallo Stato. Oggi la democrazia parlamentare è sbilanciata vistosamente verso i secondi, verso chi a vario titolo si vede redistribute le risorse prodotte da imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti privati.

La cosa non stupisce se si considera che l’unico criterio per accedere al voto è la cittadinanza che dà diritto alla fruizione di servizi, senza che questi siano necessariamente legati al pagamento di imposte.  Paradossalmente se solo il quaranta per cento dei cittadini lavorassero, il restante sessanta per cento potrebbe votare per redistribuirsi integralmente la ricchezza prodotta dai primi.
Si tratta evidentemente di un’ipotesi estrema, ma la realtà si è andata muovendo proprio in questa direzione, nel momento in cui per decenni le forze politiche si sono assicurate i voti proprio attraverso l’istituzione e la distribuzione di posti di lavoro pubblici, baby-pensioni, pensioni di invalidità, indennità di disoccupazione ed altri favori e prebende. E’ chiaro che i partiti si sono creati un bacino crescente di elettori desiderosi di attingere a quanto prodotto dal settore privato.
E’ così che all’atto pratico, in parlamento, quasi sempre gli “accordi” si fanno a spese dei contribuenti.

Forse l’unico modo di contenere la spesa pubblica e la pressione fiscale è quello di riequilibrare la democrazia parlamentare, restituendo forza politica a chi produce e paga le tasse.
Una possibile proposta, certo provocatoria, sarebbe quella di riformare il Parlamento, mantenendo un bicameralismo perfetto, ma con due basi elettorali diverse per le due assemblee.
Da un lato una Camera dei Cittadini, eletta da tutti i cittadini italiani adulti, come avviene oggi. Dall’altro una Camera dei Contribuenti eletta da chi paga allo Stato un certo quantitativo di imposte dirette.

La soglia di tasse per la Camera dei Contribuenti potrebbe essere ragionevolmente bassa, in modo da assicurare la rappresentanza della maggior parte dei lavoratori del privato. Non si tratterebbe certo di restringere il voto ad una piccola élite di super-ricchi.
Sarebbero esclusi, invece, i dipendenti pubblici, in quanto la definizione di contribuente dovrebbe prevedere un saldo positivo tra la cifra pagata allo Stato e quella ricevuta, mentre uno statale riceve dallo Stato più soldi di quelli che non gli versi.
Evidentemente il limitare a chi opera nel privato è essenziale perché il modello abbia un senso, altrimenti, si ripeterebbero le dinamiche viste fino ad oggi con governi che creano per decreto un’infinità di posti di lavoro pubblici e quindi di pseudocontribuenti per assicurarsi sostegno.
Peraltro la cittadinanza non dovrebbe necessariamente essere un requisito per votare alla Camera dei Contribuenti. Si può benissimo ipotizzare che agli stranieri che pagano regolarmente le tasse sia concesso un pieno diritto di voto.

Va notato che la permanenza della Camera dei Cittadini garantirebbe il rispetto del principio del suffragio universale così come lo conosciamo oggi e che peraltro già oggi sono molti gli Stati in  cui la seconda camera non è eletta a suffragio universale.
Ad esempio in Gran Bretagna o in Canada i membri della camera alta sono nominati, in Germania sono delegati dei Länder, mentre in Francia sono scelti da un corpo di circa 150 mila grandi elettori.

La presenza di due camere a basi elettorali diverse consentirebbe di articolare meglio la dialettica tra pubblico e privato, tra Stato e società civile – consentendo alle persone che finanziano lo Stato di dire la loro su come vengono spesi i loro soldi.
In questo contesto un governo si troverebbe a dover ricercare in Parlamento una doppia maggioranza e si troverebbe a giustificare ogni spesa – sia essa legata al welfare o al mantenimento dell’apparato amministrativo – di fronte a chi effettivamente la paga. Verrebbe così ad indebolirsi la strategia fondamentale utilizzata da sempre dai partiti, quella di comprarsi il consenso attraverso la spesa.

La Camera dei Contribuenti non sarebbe necessariamente più “di destra” (in senso tradizionale) della Camera dei Cittadini, anzi la sinistra dovrebbe in qualche modo persino dirsi soddisfatta dell’esclusione dal voto degli evasori fiscali, della rappresentanza dei lavoratori dipendenti del privato che pagano le tasse ed anche della possibile estensione del voto agli immigrati contribuenti. Di certo, però, la destra e la sinistra che sedessero alla Camera dei Contribuenti sarebbero più “liberali” della destra e della sinistra che sedessero alla Camera dei Cittadini – in quanto rappresenterebbero una base non interessata alla difesa dello Stato come obiettivo in sé, ma alla difesa dello Stato per quanto effettivamente serve.
Sarebbe un bel passo avanti.