Credevamo che la tubercolosi fosse ormai debellata, ed invece eccola rispuntare. Il recente episodio del Policlinico Gemelli di Roma, come comprensibile, semina allarme. Ma quanto giustificato?
Ne parliamo con la Prof Giovanna Riccardi, Ordinario di Microbiologia presso l’Università degli Studi di Pavia e Presidente della Società Italiana di Microbiologia Generale e Biotecnologie Microbiche (SIMGBM).
Tra i massimi esperti italiani, nel 2009 Riccardi scopre il meccanismo d’azione di un nuovo farmaco antitubercolare, meritando la pubblicazione su Science della scoperta conseguita insieme al team pavese. Riccardi è attualmente titolare di due importanti finanziamenti europei dal titolo: “New Medicines for tuberculosis” (2006-2010) e “More More Medicines for tuberculosis” (2011-2015).


“La tubercolosi (TBC), causata dal batterio Mycobacterium tuberculosis, meglio noto come bacillo di Koch, dal nome dello scopritore, è tornata tristemente alla ribalta. Le cause della sua ricomparsa – spiega Riccardi – sono essenzialmente tre: aumento del flusso migratorio da Paesi in via di sviluppo dove la TBC è endemica, stretta correlazione con l’infezione virale HIV, comparsa di ceppi multi-resistenti ai classici farmaci antitubercolari”.

Il problema – ci chiediamo – è di mancata prevenzione, mancata sorveglianza o cos’altro?
“Il problema è soprattutto di mancata sorveglianza. Bisogna ritornare ad alzare la guardia, perché questa malattia infettiva non è banale e casi come quelli accaduti al Gemelli sono destinati a ripetersi.”

Rispetto a quanto avvenuto al Gemelli quale la reazione della comunità scientifica e quali le proposte che suggerirebbe ai responsabili delle politiche sanitarie?
“Non volendo sconfinare nell’area di competenza prettamente clinica, lascerei agli esperti (Pneumologi, Tisiologi, Infettivologi ed Epidemiologi) il compito di identificare le misure più idonee da adottare. Come ricercatore che si occupa di tubercolosi da diversi anni faccio però alcune considerazioni.
Teniamo conto innanzitutto che il trattamento antitubercolare prevede una terapia con 4 farmaci per 4 mesi seguita da due farmaci per altri 2 mesi. Risulta evidente che una simile terapia è piuttosto “impegnativa” su di un adulto, figuriamoci su di un neonato.
La terapia, inoltre, funziona se l’isolato clinico è sensibile ai suddetti farmaci; altro discorso se i ceppi sono resistenti. Attualmente sono in circolazione ceppi di Mycobacterium tuberculosis definiti MDR (Multi-drug resistant), XDR (extensively drug resistant) e TDR (totally drug resistant). I ceppi MDR sono resistenti a due importanti farmaci antitubercolari: l’isoniazide e la rifampicina. Il trattamento delle forme MDR prevede una terapia di almeno un anno con farmaci di seconda generazione. I ceppi XDR sono MDR resistenti anche ad almeno due farmaci di seconda generazione. Tali ceppi sono molto difficili da curare ed i ceppi TDR sono praticamente incurabili.
Servono urgentemente nuovi farmaci antitubercolari. Al momento 10 nuove molecole sono in fase di sperimentazione clinica, ma non sono sufficienti; per tale motivo la Commissione europea elargisce cospicui finanziamenti per trovare nuove molecole.
L’Italia non è esente da questo problema: mi risulta che ci siano pazienti affetti sia da forme MDR, XDR e TDR. Consiglierei di bandire finanziamenti su questa tematica.”

Dovremo aspettarci in futuro la ricomparsa di altre malattie che credevamo sconfitte? E se sì, quale la strada per farci trovare attrezzati a rispondervi?
“Più che altre malattie quello che dobbiamo temere sono i ceppi resistenti agli antibiotici. Sto pensando ai patogeni nosocomiali che sono multi-resistenti e circolano soprattutto negli ospedali. Bisogna fortemente tornare ad investire ancora nell’area della microbiologia; i batteri non sono sconfitti anzi oggi più che mai vale quanto diceva Louis Pasteur: “Signori, spetterà ai microbi l’ultima parola”.”