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Da Augusto a Tremonti, storia e geografia di un concetto: l’amministrazione territoriale

– Nel 7 d. C. Augusto pose fine alla suddivisione repubblicana dell’Italia.  Una federazione di territori con diversi status amministrativi che alle realtà civiche riconosciute, i municipia e le coloniae, sommava una moltitudine di altri aggregati. La riorganizzazione augustea, attuata sulla base di criteri etnici, linguistici e ovviamente geografici, é assai probabile che tra le sue finalità avesse la costituzione di un nuovo quadro per i censimenti o per il sistema fiscale. Certamente introdusse un reale decentramento delle competenze che a lungo assicurò un buon governo dei territori. Le XI regiones, riportate da Plinio il Vecchio, le quali costituiscono l’intelaiatura della moderna ripartizione a parte Sicilia e Sardegna, non ebbero mai, però, funzione politica e amministrativa. Anche perché la gestione del potere nel campo dell’amministrazione e dello sviluppo, era delegata ad autorità locali,  elette democraticamente dai cittadini del luogo. Ogni città comprensiva del proprio agro centuriato, diremmo ora del proprio territorio comunale, aveva un proprio governo che le consentiva di auto governarsi e svilupparsi liberamente. Così accanto ai duumviri o triumviri esisteva un consiglio municipale formato dai decemviri e poi gli edili con compiti di manutenzione delle strade e degli edifici pubblici. Mentre i poteri giudiziario e religioso erano assicurati, rispettivamente, da alcuni magistrati appositi e dai sommi sacerdoti della città.

La supervisione dei governatori provinciali e, soprattutto, il frequente rispetto delle leggi erano le garanzie perché la macchina procedesse quasi autonomamente. Solo con il III secolo d. C. ogni regione poté contare su un proprio corrector, un governatore, anche se già in precedenza si ha notizia della presenza di una città capoluogo, forse punto di raccolta delle tasse, sede di prefetture giudiziarie, talvolta sede di una zecca e in generale di centro di riferimento.
Come é noto il sistema amministrativo romano é un indiscusso punto di riferimento, un vero e proprio modello. Un paradigma nel quale si armonizzavano competenze ed efficienza, razionalizzazione delle spese e capacità di offrire servizi.

Dalla lungimirante riforma augustea alla manovra di Tremonti. La storia ha bruciato intere stagioni senza comprendere l’abisso nel quale, coscientemente, stava sprofondando. Ora, nella dieta della politica tracciata dalla manovra bis di metà agosto sono entrate le Province al di sotto dei 300 mila abitanti, e le Giunte e Consigli nei Comuni al di sotto dei 1000 abitanti. Stando alle rilevazioni Istat del 2010 del primo provvedimento faranno le spese non più le 36 province allarmate all’inizio ma 28. Perché otto delle province con meno di 300 mila abitanti beneficiano del nuovo parametro territoriale che mantiene in vita gli enti superiori ai 3 mila chilometri quadrati. Del secondo 1945 comuni, cioè un quarto del totale.

Anche le province che sopravviveranno saranno chiamate a portare il loro contributo all’austerity, dimezzando i componenti attuali di Giunte e Consigli. La politica perderà 1953 posti che andandosi a sommare a quelli cancellati dal Dl Calderoli del 2010 permetterà una riduzione nei fatti del 60%.   Anche i Comuni verranno toccati dalla sforbiciata dal momento che per quelli tra i 1000 e i 10.000 abitanti é previsto l’obbligo di gestione associata su tutte le funzioni fondamentali entro la fine del 2012.

Il tema non é affatto nuovo, se é vero che anche nelle passate manovre era comparso. Per poi, però, magicamente scomparire in sede definitiva. Il problema é il medesimo, spostandosi di tema in tema.  L’opposizione tenace, strenua, che le singole categorie oppongono a riforme strutturali che non abbiano di mira la sopravvivenza nell’immediato ma che piuttosto tentino di riorganizzare, di ridefinire su nuove basi la questione. Quel che sembra mancare anche in questa occasione é il coraggio di osare. Mettendo mano anche ai tanti, troppi, luoghi nei quali la politica esercita le proprie funzioni.

Appare ormai chiaro che la frammentazione di competenze, il sovrapporsi di compiti, il macchinoso  meccanismo statale in ambito locale, dal Comune alla Regione, ha assunto costi impossibili da sostenere. Peraltro a fronte di un servizio alla comunità, spesso scadente. In ogni caso inferiore alle legittime aspettative. Proprio per questo é necessario un cambio di passo. Spingersi oltre rispetto alle misure presenti sul tema nel decreto legge.

L’intelaiatura delle misure sembra scontentare tutti. Avviando una gara da parte di amministratori di Comuni e Province a rischio soppressione a trovare la soluzione che salvi la propria barca. Facendo ricorso per le Province, ad improbabili fusioni (“Molisannio”, “Apuania”), addirittura ad “uscite dall’Italia”. Pensando, i Comuni, a suggestivi Principati, centri apolidi. Proteste partono anche da tutti gli altri Comuni che comunque tra patto e tagli nel triennio 2011-2014 perderanno 6,6 miliardi rispetto ai 12 trasferiti nel 2010.

La questione seppur controversa non ammette ripensamenti, anzi richiede una ferma presa di posizione da parte dei diversi contraenti. Un atto di responsabilità, per dirla con il Presidente Napolitano. Una riforma che non contempli tagli orizzontali ma che aggredisca i problemi, intervenendo in maniera mirata, insomma verticalmente. Non disdegnando scelte anche impopolari. Disfarsi delle province, tagliare dalle spese dei Comuni le voci che pesano sul loro bilancio senza incidere positivamente sui servizi, devono essere molto più che proposte di singoli gruppi parlamentari. Decidere di abbandonare la sovrastruttura provinciale, nella sua interezza, non é soltanto un passo deciso verso un alleggerimento, concreto, dei costi. Ma anche una misura che ben si inquadra nella politica di semplificazione della burocrazia necessaria ad riequilibrare il rapporto tra utente e amministrazione. I benefici di questo provvedimento si attenuerebbero nel mare magnum dell’organizzazione degli enti statali se fosse disgiunto da un profondo restyling dei Comuni. Predisporre il taglio di ogni attività non strettamente inerente al loro ruolo é la premessa improcrastinabile per giungere ai successivi, ravvicinati temporalmente, step. Che debbono prevedere la dismissione del patrimonio immobiliare non utilizzato a fini istituzionali e le partecipazioni in società di gestione dei servizi. In sostanza sfrondando del superfluo, così da assicurare quei servizi essenziali, accrescendo la qualità complessiva. Al Nord come al Sud. A Calalzo come a Noto, a Filettino come a Serrapetrona.

Discutere su questo si può, naturalmente. Però sapendo che l’esito non può prevedere “annacquamenti”.
Semmai si può ragionare sull’incidenza sulle casse statali della soppressione delle Giunte e dei Consigli nei Comuni under 1000. Un esempio per provare a capire. Considerando che il gettone nei mini comuni é di 17 euro e 65 centesimi occorrono 1219 consiglieri per fare un deputato regionale siciliano. Un beneficio, ma poco più che trascurabile rispetto agli sprechi della Regione. Peraltro un beneficio che non potrà non trascinarsi dietro un più che probabile caos amministrativo prodotto dalle Unioni municipali raffazzonate in manovra. Un’operazione che anche sul piano delle identità  locali non sembra promettere nulla di buono. Prospettandosi come il preambolo di un appiattimento, di una perdita di caratteri identificativi, di peculiarità che non di rado hanno assicurato la sopravvivenza a molti piccoli Comuni.

Molto più utile, nell’ottica del risparmio di risorse, sarebbe, anzi sarà, assicurare che l’alleggerimento  della politica regionale, così come declarato nel testo approvato in Consiglio dei ministri, non subisca modifiche. Meno posti in Consiglio e Giunta, adeguamento di “emolumenti e utilità” a quelli dei parlamentari nazionali. Riuscire anche ad intervenire su società fantasma che si alimentano dalle casse regionali dichiarandosi finalizzate ad assolvere ai servizi più differenti, ma nella sostanza sala di attesa per politici e parapolitici rimasti senza poltrona, significherebbe davvero mostrare che si é imboccata la strada del cambiamento.

Ai moderni duumviri (o triumviri), agli edili e alle assemblee municipali si dovrà richiedere rigore e lealtà nell’adempimento delle loro funzioni. Ma ora é tempo che i senatores, i politici del nostro tempo, si assumano la responsabilità di ristrutturare l’articolazione delle amministrazioni sul territorio. Guardando al futuro, ma soprattutto tenendo a mente il passato.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Da Augusto a Tremonti, storia e geografia di un concetto: l’amministrazione territoriale”

  1. VALERIO MANGIALARDO scrive:

    Sono della PROVINCIA DI VIBO VALENTIA, candidata dal governo alla soppressione.Ancora una volta la politica della Lega Nord ha la meglio su quella delle altre regioni del centro e del Sud.
    La politica del ricatto a Berlusconi funziona, eccome. Cosa che non sanno fare i nostri politici meridionali, che sono talmente attaccati alla loro poltrona e del resto se i territori vanno in frantumi non gli interessa proprio niente, l’importante è la carica e lostipendio.
    Questa dei 3000 Kmq è un’invenzione di Tremonti e Bossi, tesa a tutelare le province Lombarde-Venete e Piemontesi.
    Perchè come parametro non è stata considerata la distanza dalle province. Ebbene il mio paese (Joppolo) sarà distante dalla provincia di Catanzaro 110 Km.
    Monza provincia -citta del Nord- è distante da Milano 10 Km. distanza che si puo’ percorrere in metropolitana. A 30 Km. da Monza abbiano Lecco- a 15 Km. da Lecco ritroviamo Como- a 30 Km. da Como abbiamo Brescia. Perchè onorevoli deputati calabresi-siciliani-campani consentire tutto questo? è un’ingiustizia sociale.
    STATE ROVINANDO L’iTALIA

  2. pippo scrive:

    Ma cosa devi andare a fare nel capoluogo di provincia?

    Possibile che nel 2011 non sia possibile avere servizi dal Comune o dalla Regione senza spostarti fisicamente?

  3. creonte scrive:

    la provincia è la vera unità territoriale, spalamata sulla realtà fisica. ben più delle regioni per certi versi, che han trovato una loro identità solo con l’arrivo della gestione sanitaria.

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