di GIORDANO MASINI – Dopo tanto dibattere, volenti o nolenti, alla fine l’Iva potrebbe aumentare comunque, tramite un meccanismo automatico contenuto nella manovra che autorizzerebbe l’aumento delle imposte indirette nel caso che l’obbiettivo prefissato, il pareggio di bilancio, non venisse raggiunto nei tempi prefissati.

Ipotesi, questa, tutt’altro che campata in aria, dato che i saldi della manovra sono tutt’altro che chiari, e a naso andrebbero seriamente ridimensionati. Un esempio per tutti, la cosiddetta tassazione delle rendite finanziarie, provvedimento che più di ogni altro sembra mettere d’accordo una classe politica ubriaca di demagogia: oggi il ministero quantifica in quasi 2 miliardi l’anno il gettito del provvedimento a regime, ma sembra molto più verosimile che con l’andamento dei mercati e le minusvalenze che si stanno realizzando bisognerà alla fine contare i crediti d’imposta.

Quindi, come recita il testo del decreto, “Al fine di garantire gli effetti finanziari, in alternativa, anche parziale, alla riduzione dei regimi di esenzione, esclusione o favore fiscale, può essere disposta, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero dell’Economia e delle Finanze, la rimodulazione delle aliquote delle imposte indirette, inclusa l’accisa”. Incluse le imposte di registro, inclusi carburanti e sigarette e inclusa, soprattutto, l’Iva.

Che ovviamente non aumenterà per rimodulare il peso della pressione fiscale dalle persone alle cose, come potrebbe in qualche misura essere ragionevole fare, esattamente come l’aumento dell’aliquota sui redditi da capitale non verrà bilanciata da una proporzionale diminuzione del carico fiscale sul lavoro. Per carità. In questo paese le tasse si creano e non si distruggono, e chissenefrega degli effetti recessivi che un aumento simultaneo delle tasse e dell’Iva (con le sue conseguenze immediate sui prezzi), unito al taglio lineare degli sgravi e delle compensazioni fiscali per famiglie ed imprese avrebbe per il paese.

E intanto, secondo la Cgia di Mestre, il prelievo fiscale a livello locale è cresciuto del 138% (avete letto bene: centotrentotto percento) mentre l’amministrazione centrale dello Stato ha incrementato le entrate “solo” per il 6,8%. E’ il nostro federalismo, bellezza: quello che avrebbe dovuto spostare il prelievo fiscale dal centro alla periferia, e che invece ha solo moltiplicato gli enti autorizzati a spremere i contribuenti: più tasse per lo Stato, più tasse per gli enti locali. Non fa una piega, in un paese ammalato di non-crescita, in cui si sono persi altri 88.000 posti di lavoro solo nel 2011, secondo gli ultimi dati di Unioncamere.