Sono Robin Tax, rubo ai ricchi, ai poveri e pure allo Stato

di DIEGO MENEGON – Qualche giorno fa Marco Faraci ci segnalava come fosse fuorviante il gergo giornalistico quando parla di miliardi “bruciati” dalle borse. I mercati, osservava, danno dei segnali di prezzo e, nel caso dei mercati borsistici, indicano il valore delle società quotate.

A volte, però, capita che si possa parlare opportunamente di miliardi di euro di capitalizzazione letteralmente “bruciati”. Ad accendere la miccia però non sono i broker, ma i governi. È quanto è accaduto esattamente una settimana fa con l’approvazione della manovra finanziaria. Il decreto legge approvato dal Governo prevede un aumento dell’addizionale sull’energia (la famigerata Robin Tax) da 6,5 a 10,5 punti percentuali e l’estensione dei soggetti cui si applica l’imposta. Come un articolo di legge può bruciare oltre cinque miliardi di euro in poche ore: all’indomani della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della manovra, Snam Rete Gas ha perso il 9,9%, Terna il 13,6%, Enel Green Power il 5,4%, Falck Renewables il 6%, Ternienergia il 3,9%, l’Enel (a cui si applicava già l’aliquota, ma nella misura del 6,5%) ha perso il 4,2%, Saras il 4,4% ed Edison il 3,3%.

In una settimana di negoziazioni a Piazza Affari, i medesimi titoli non hanno conosciuto nessun rimbalzo ed anzi hanno successivamente seguito il trend negativo dei mercati. Possiamo quindi dire che la misura fiscale che dovrebbe portare all’erario 3,6 miliardi di euro in tre anni è costata al sistema paese 5,2 miliardi di euro in un giorno.

I paradossi non finiscono qui. Molte di queste società sono partecipate dallo Stato. La perdita di valore di una società come l’Enel ha quindi effetti negativi sulla finanza pubblica. Con il crollo del titolo, lo Stato ci ha rimesso 750 milioni di euro. Lo stesso vale per Terna e Snam. A fronte dei 90 milioni di euro di maggiori entrate fiscali previsti nel 2011 con l’applicazione dell’addizionale a Terna, la Cassa Depositi e Prestiti, suo principale azionista e società a partecipazione interamente pubblica, ha perso 126 milioni di euro. Simile ragionamento vale per Snam: a fronte dei 220 milioni di euro in più per l’erario nel 2011, previsti dalla relazione tecnico-finanziaria della manovra, l’azionista pubblico c’ha rimesso 390 milioni di euro in poche ore.

Ulteriori effetti negativi potranno aversi per i molti azionisti, pubblici e privati, se il forte inasprimento dell’imposta Ires (a questo punto a quota 38%) avrà effetti recessivi e indurrà le società a rivedere al ribasso le proprie dividend policy, che finora hanno garantito una cospicua entrata per le casse dello stato.

Oltre a dimostrare di non aver cura per i risparmi investiti da centinaia di migliaia di famiglie italiane nelle società colpite dall’addizionale Ires, lo Stato punisce sé stesso facendo male i conti.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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