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Primum pensare, deinde comunicare

– In questo articolo parleremo rapidamente di cose banali – ma attenzione, dietro la banalità presunta si annidano le logiche rafforzative dell’immaginario. In poche parole, guai a chi “dimentica” di interpretare ciò che reputa banale.
Sappiamo tutti, certo, che i canoni espressivi del discorso politico in questi ultimi due decenni si sono sclerotizzati. Sappiamo tutti che, spesso, ci troviamo innanzi a formule dell’ “indifferenziazione politica”, ossia, osserviamo che gli orizzonti tematici dell’agire politico tendono ad omologarsi ed appiattirsi. Ci accorgiamo, per dirla in altre parole, che spesso campagne elettorali e singoli atti di comunicazione politica si manifestano non per principi di “differenziazione”, ma per similitudini.

Stesse parole di qua e di là, programmi apparentemente simili che si differenziano solo per come sono messi in colonna, per come sono indicizzati – ma attenzione: l’indicizzazione (mettere in consecuzione vuol dire creare metafore strategiche e gerarchiche – come quando si fa una ben fatta lista della spesa) è di per se stessa una scelta narrativa e quindi racconta priorità tematiche, e quindi organizza un palinsesto ideologico.

Sembra, quindi, che la riconoscibilità di una formula ideologica politica non sia più nelle frasi e nelle parole chiave, ma piuttosto in altro. In cosa?
Ecco qual è il problema. Come distinguere le reali differenze dei programmi e degli orizzonti politici?

Chi segue quotidianamente la politica dovrebbe imparare a conoscere le diverse modalità culturali ed i diversi presupposti ideologici dei singoli movimenti, partiti, leader, partecipanti; ma chi, come la maggior parte degli elettori, ha una fruizione delle cose politiche di tipo superficialmente massmediatico e intrasociale (rapida scorsa a titoli, qualche articolo, un tg, i pareri dei singoli amici “opinion leader” nell’ambito dei micro gruppi sociali) si ritrova a saper poco o nulla delle varie articolazioni politiche dell’area alla quale appartiene (o pensa di appartenere) e concretizza la parte più compiuta delle proprie opinioni nelle fasi di irrisoluzione politica, ossia, nei momenti di crisi socio-economica (i periodi di non crisi portano al “rafforzamento” della proprio senso di appartenenza politica), e nei momenti di ricollocazione politica, ossia, le varie elezioni.

E qui viene il problema. Quali parole usare in queste fasi politiche?
Noi sappiamo tutti che i sinonimi non esistono. Sono un’invenzione, una metafora, divulgativa che nell’età della formazione è utile per far comprendere la complessità della lingua e dei linguaggi. Ma poi impariamo che cavallo, equino, destriero, ronzino, puledro (tutti ipotetici sinonimi) sono parole dai significati e dalle connotazioni culturali e psicologiche ben diverse – così come casa e abitazione (ad esempio).
Come scegliere, quindi, le parole politiche? Come scegliere gli elementi di linguaggio che diventeranno la marca di riconoscimento e di narrazione della forza politica, e di autorappresentazione identitaria dell’elettore?

Fino a qualche tempo fa, si agiva così:
Un partito esprimeva un’area di pensiero. Il pensiero politico era rappresentato da formule culturali che compivano il proprio punto di vista sulle cose del mondo, attraverso un sistema di idee. Ecco cos’è l’ideologia. Quest’area di pensiero era la messa in discorso, e progetto politico, di istanze culturali che erano, allo stesso tempo, l’espressione di desideri e bisogni emergenti e appartenenti a determinate aree sociali, e formule applicabili per portare determinate aree sociali a prendere consapevolezza dei propri desideri e bisogni latenti o repressi – non ancora emersi ma sicuramente potenziali.

Era una politica, in poche parole, che partiva da un repertorio d’idee negoziative della società (individuava istanze sociali, dava loro una forma, le nominava, le rendeva visibili, e poi le proiettava sulla società), era una politica che aveva come primo assunto l’esistenza di un progetto, e poi – con sforzo e motivazione – cercava le parole più adatte, e meglio funzionanti, per comunicare agli elettori il proprio progetto. Un progetto che era, sempre, il tentativo di dare risposte alle istanze trasformative e migliorative (ovviamente dal proprio punto di vista) della società. Le parole della politica erano, deterministicamente, il punto di arrivo di un progetto e di un orizzonte di futuro. Un punto d’arrivo testuale necessario per comunicarsi e per far sì che l’ipotetico elettore potesse scoprire, in sé, le attinenze con quel progetto.

Oggi le cose sono, per certi versi o almeno in certi casi, cambiate.
Mi è capitato di leggere, in questi giorni, due studi di piani di comunicazione che due partiti italiani hanno commissionato ad una stessa, stimata e importante, agenzia di comunicazione politica straniera.
I due partiti non hanno comunicato all’ agenzia un proprio programma di massima per, poi, farglielo sviluppare ed ottimizzare in termini comunicazionali – per farglielo, quindi e in poche parole, mettere in ipotesi di discorso politico. Non hanno fatto come un industriale che ad una agenzia di comunicazione potrebbe dire: “io ho questo prodotto, ci ho investito e ci credo, mi studi qualcosa per comunicarlo al meglio?”. No.

Dalle risultanze dei due studi appare chiaramente che i due partiti non hanno aree di pensiero da veicolare, non hanno intrapreso un vero e congruo circolo negoziale con la società italiana, non hanno un progetto di trasformazione del paese, e quindi all’agenzia di comunicazione hanno, implicitamente, chiesto: “io suppergiù sono posizionato in quest’area politica, mi tireresti fuori alcuni temi ch’io possa rivendermi ai miei elettori, e poi, mi troveresti le parole adatte per farlo?”

E’ una operazione di marketing strategico, e questo in politica va bene, ma in questo caso lo è in assenza di prodotto.
Voi sapete che ci sono due categorie di marketing strategico: la prima serve a meglio comunicare, allocare e valorializzare (nell’immaginario psicologico di consumo) un prodotto – la seconda serve ad identificare quale sia un prodotto che ancora non c’è, ma che potrebbe rispondere a determinati desideri sociali, e che potrebbe aver buone possibilità di comunicazione, d’allocazione, di valorizzazione e quindi di consumo.

Ecco. La politica italiana ha scoperto questa seconda categoria del marketing – un po’ come a dire “io sarò ciò che meglio si venderà”, ed a prescindere ch’ io creda o meno, nel prodotto.
E’ il vuoto di idee.
Le idee sono sostituite dalle parole di successo. Il programma sarà il frutto e il risultato dello studio e dell’identificazione delle parole che avranno la maggior possibilità, e plausibilità, di consumo politico.

Possiamo dire che Berlusconi abbia incentrato la propria carriera politica su queste prassi? Certo. Ma ciò non allevia le colpe di quei partiti che una volta imparata la lezione, non hanno fatto nulla per dimenticarla.
E non ditemi che è colpa della fine delle ideologie. Le ideologie non sono mai finite e non potranno mai farlo. Se ideologia è, come è, avere un punto di vista sulle cose del mondo attraverso un sistema di idee, allora, anche questa “politica incidentale”, e non progettuale, è, di per se stessa, una ideologia. E pure oziosa.

Diciamo che i politici che ragionano in questi bolsi termini di sotto-marketing sono l’esatta metafora di un paese culturalmente sgonfio, come l’Occidente.
Dove la progettualità politica è sostituita da parole brandizzate su focus group e da swat analysis, e da spin doctor guru bipartisan con pochissime idee, vendute al altissimo costo, e che omogeneizzano le differenze ideologiche per far di tutto un unico indifferenziato pappone, sempre uguale (beninteso senza nessun disprezzo, anch’io, da non guru e incapiente, talvolta m’occupo di queste cose).

E’ una politica che potrebbe essere raccontata in prima persona con questa bella frase di Karl Kraus: “Il mio linguaggio è la puttana di tutti che io rendo vergine”.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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