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In Rete vince chi coglie l’emozione. Per questo la politica perde

«Uccidere un metodo di comunicazione non significa uccidere lo spirito di quella comunicazione». Così YM Ousley, editore di Signature9, web magazine di life-style e costume, ha commentato la minaccia di David Cameron di bloccare messaggerie e social network, intesi come luoghi privilegiati per l’organizzazione del recente movimento dei ribelli londinesi. Ecco, nella frase del giornalista, sintetizzato il problema dei problemi, la questione chiave dell’epoca contemporanea. La politica non sa più comunicare quindi, non capendo ma temendo la polis, non esiste più.

Se, infatti, come nel libro Guida galattica per autostoppisti, gli esseri viventi costruissero un intelligentissimo cervello informatico per rispondere alla domanda sul tutto, quel mega pc oggi userebbe una sola parola: incomprensione. La politica, e Cameron è solo uno, e nemmeno il più violento, degli esempi di contrapposizione al web, non ha capito e detesta, in fondo, capire il mondo contemporaneo. Il re è nudo, e continua a coprirsi le pudenda con mani tremanti. Cosa è accaduto? Perché, a parte qualche elogiatissimo e mitizzato caso, come l’ormai obsoleta campagna 2008 di Barack Obama, i politici, on line, non sono convincenti, spesso, anzi, appaiono ridicoli e inadatti? Perché la politica non sa comunicare nella Rete e l’anti-politica o l’anti-Stato, come nel caso dei ribelli di Londra, invece, trasforma ogni hashtag di Twitter in un successo da trending topic mondiale?

La ragione è semplice e basterebbe ricorrere al citatissimo McLuhan per spiegarla. Ma il mantra «il mezzo è il messaggio», diventato nel giornalismo l’equivalente di un proverbio popolare, coglie tutte le sfaccettature della faccenda. Ci vuole lo spirito critico di Jean Baudrillard per comprendere cosa è successo. Se, come sostiene il sociologo, è vero che ogni epoca può essere rappresentata da un oggetto che nella forma e nell’obiettivo d’uso ne incarna lo spirito, allora si può sostenere che il il personal computer è il presente. Il pc è un potentissimo strumento politico proprio perché incarna i valori che animano la polis contemporanea. Il computer, per esempio, incarna la flessibilità tipica della civiltà occidentale contemporanea: è possibile portarlo ovunque, ci si può connettere in ogni momento, la conversazione online cui si può accedere non si ferma mai, non ha un tempo, né un luogo. È senza limiti.

Chi naviga percorre le mappe del mondo contemporaneo e, con il proprio intervento, contribuisce a disegnarle. «Le mappe – sostiene sempre Baudrillard in Simulacri e Simulazioni – precedono il territorio». Le interpretazioni, cioè, creano il reale. Vale a dire che nelle società connesse chi partecipa alla conversazione Internet ha un ruolo nel costruire il racconto collettivo, è immerso nella narrazione globale: conosce, comprende e crea il mondo. La politica, invece, non lo fa, perché naviga con le mappe concettuali del mondo novecentesco. Ogni ostacolo che incontra nel proprio percorso – dalle critiche a un video su YouTube all’esplosione di movimenti organizzati attraverso i social network- sono iceberg: nascondono un profondo problema di linguaggio.

La politica, intanto, ragiona per limiti, è abituata all’idea di confine: il partito, per esempio, è un soggetto atto a dividere, rappresenta una parte della società, non il tutto. Il concetto di globale è estraneo alla politica novecentesca e un cambiamento profondo, radicale nei partiti ancora non c’è stato. Il racconto attraverso il quale la politica e lo Stato, le istituzioni, i candidati e gli eletti, narrano il mondo è profondamente diverso dalla storia umana rappresentata dal web. L’eroe politico è un individuo che con il sostegno degli aiutanti, dei cittadini elettori, cerca di raggiungere l’obiettivo di un mondo più giusto e più libero. Durante il proprio viaggio l’eroe deve dimostrare una serie di competenze: deve essere credibile, abile, in grado di prendersi cura delle persone, concreto e giusto. È autorevole. Ma proprio il concetto di autorevolezza è profondamente cambiato nel e grazie al web. L’autorità della carica ricoperta da un eletto o da un funzionario di partito, per esempio, non ha più senso. La Rete ci ha abituato a una parvenza di costante verità: l’idea di alterità e quella di distanza, intrinseche nel principio autoritario, non valgono più. “Presidente” non si scrive più con la lettera maiuscola.

Il frame chiave della politica novecentesca, da cui ci liberiamo con tanta fatica, è invece proprio la frattura: il tessuto sociale è concepito come frammentato, e nelle fratture si inserisce la capacità di mediazione del politico. Nel web il tessuto sociale è, al contrario, una fitta rete dinamica dove contano le connessioni, i link, non le differenze. Se per la politica il senso emerge per contrapposizione, per la rete nasce grazie all’associazione, alla contiguità.

La politica tende, per sua natura, a conservare lo status quo, la Rete invece è la più grande innovazione degli ultimi decenni portatrice di una mutazione culturale con pochi precedenti. La televisione, quando fece irruzione nelle case, non portò un cambiamento tanto profondo nel linguaggio politico. Certo, il pubblico divenne elemento chiave del privato, fece il proprio trionfante ingresso accanto al caminetto, com un amico di famiglia, il quale, però, conservava sempre uno status altro, una brillantezza particolare, una fascinosa distanza.

Per tutte queste ragioni Brunetta, che ha definito il web come un manganello in mano a sedicenti squadristi-precari, o, per esempio, Stracquadanio, per il quale chi è on line perde tempo, abituati come sono alla cultura della tv, fondata sulla visibilità, non concepiscono il linguaggio della Rete, basato sul dialogo.

L’anti-politica, intesa come movimento di critica alle istituzioni, ha successo nel web proprio perché si contrappone alla rigidità incarnata dai politici. Ma non ha, come certe manifestazioni di protesta, vita lunga, non incide davvero nel clima complessivo per una sua inclinazione alla momentaneità, alla violenza verbale tipica degli stati di allarme. Una società, però, non vive d’emergenze, ma di desideri di futuro che i movimenti “anti”, per propria natura, non sanno interpretare. Chi, allora, ha davvero successo in Rete? Per semplificare si potrebbe dire chi coglie l’emozione, per esempio in Facebook, e chi, come su Twitter, la ragione di un’epoca. E quella digitale è veloce, molto di più dei barocchismi linguistici di una politica diventata incomprensibile.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

One Response to “In Rete vince chi coglie l’emozione. Per questo la politica perde”

  1. creonte scrive:

    ed è ben grave che i sedicenti riformatori socialisti anni ’80 del nord, oggi siano i più arretrati e dozzinali. i trentenni han visto in FI il aprtito della libertà e dei telefilm delle tv private nascenti.

    i più giovani ci vedono solo il contenitore delle diatribe autoreferenziali di una tv che non fa spettacolo, ma da spettacolo.

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