Riflessioni libertarie e agostane sulla violenza norvegese e inglese

Come fare a distinguere un Paese libero da uno che non lo è? In un Paese civile, libero, la vista di un uomo armato in uniforma ispira istintivamente un senso di protezione. In un Paese non libero, piagato dalla corruzione e dal potere arbitrario, la vista di un uomo armato e in uniforme incute terrore.

Non si tratta di una distinzione irrazionale, o frutto di pregiudizio. E’ possibile che un poliziotto russo (per non parlare di quelli venezuelani, cinesi, cubani, bielorussi…) minacci di punirti per una falsa sanzione, solo per estorcerti denaro. E’ possibile anche che abusi di te o ti sbatta in galera senza un valido motivo. E’ molto più difficile che lo faccia un poliziotto o un carabiniere italiano. Passando dalle singole esperienze individuali ai grandi numeri, vediamo che nelle democrazie liberali la violenza dello Stato è realmente più contenuta che nelle autocrazie o nelle democrazie illiberali. Nel corso del XX Secolo, al loro interno, le nazioni libere non hanno mai sperimentato alcuna guerra civile, genocidio o politicidio.

Eppure due fra le democrazie più avanzate d’Europa, la Norvegia e il Regno Unito, in meno di un mese, hanno vissuto due fra i peggiori episodi di violenza interna su larga scala degli ultimi anni. E ad opera di loro cittadini, non di terroristi stranieri. La richiesta più frequente dall’opinione pubblica, dopo casi come questi, è: più polizia con più potere e meno libertà. Stiamo subendo tutti una crisi di coscienza. Ma è immotivata. Non è la libertà che deve essere sacrificata.
La risposta si può dedurre dalla stessa dinamica degli eventi, in entrambi i casi. Il terrorista norvegese Anders Behring Breivik, per raggiungere il suo obiettivo, si era travestito da poliziotto. Un agente norvegese, evidentemente, ispira istintivamente fiducia. Perché nessuno, a terra, sul traghetto e sull’isola, gli ha chiesto i documenti, ne ha accertato l’identità, ha preteso che esibisse il suo mandato, ha verificato i suoi ordini, magari chiedendo di parlare con un suo superiore. Le forze dell’ordine sono poco presenti nella vita del regno scandinavo e, quando si palesano, i loro metodi sono tutt’altro che brutali. Breivik è riuscito a sfruttare queste virtù come fossero falle del sistema. Grazie alla fiducia che la sua uniforme ispirava nei civili, ha potuto raggruppare sotto la sua guida i giovani laburisti riuniti a convegno, ottenere la loro massima attenzione. Per poi aprire il fuoco contro di loro. L’agente di cui tutti si fidavano si è rivelato il peggior carnefice. La polizia, quella vera, è intervenuta quando i morti erano già quasi un centinaio.

In Gran Bretagna, i gruppi di vandali, dopo la prima notte di incendi e saccheggi, hanno capito di aver a che fare con una polizia incapace di (o priva della necessaria determinazione a) intervenire con la necessaria durezza. La popolazione civile dei quartieri colpiti dai disordini, inizialmente, si è attaccata al telefono per chiamare il 999, il numero d’emergenza. Con il risultato che i centralini si sono intasati, ma ben pochi saccheggi sono stati prevenuti o fermati. L’impressione che si ricava dalle testimonianze degli inglesi colpiti dalle violenze di agosto, è quella di una forza dell’ordine totalmente impotente. Nello scontro che in questi giorni si sta combattendo, a colpi di accuse, fra governo e vertici della polizia, il primo accusa i secondi di lassismo e applicazione di tattiche sbagliate, i secondi si giustificano affermando di aver avuto troppo pochi agenti a disposizione per reprimere in tempo un disordine troppo esteso. E’ anche uno scontro sindacale quello che si sta disputando. La polizia (sostenuta dal Partito Laburista) mira a dimostrare che i tagli al budget e al personale previsti dal governo Cameron renderebbero la situazione ancora più incontrollabile. L’esecutivo, al contrario, addita l’inefficienza dimostrata per argomentare con più vigore a favore dei tagli. La versione ufficiale di governo e polizia concorda su un singolo punto: è tornata la calma solo quando 16mila agenti sono stati dispiegati nelle vie della capitale e contemporaneamente sono state adottate regole di ingaggio più dure. Ma ci sono voluti quattro giorni e quattro notti di scontri prima di arrivarci. E la versione governativa sottovaluta un aspetto molto importante: mentre si attendeva una soluzione politica e poliziesca, la popolazione dei quartieri colpiti è riuscita ad organizzare una valida auto-difesa, oltre che a mettere in piedi una primissima macchina della ricostruzione. La vera rivoluzione non è stata quella dei vandali, ma quella dei comitati di quartiere, dei gruppi di volontari, dei proprietari scesi in piazza per difendere il frutto del loro lavoro. Anche perdendoci la vita, come nel caso di Haroon Jahan, del fratello Shazad Ali e di Abdul Musavir, travolti deliberatamente da un’auto, durante i saccheggi di Birmingham, mentre proteggevano il loro negozio.

Sia la strage in Norvegia che la violenza nel Regno Unito portano ad un’unica conclusione. Che non è: “non c’è abbastanza polizia”. Ma semmai: “non accettare ciecamente l’autorità della polizia”. “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”, ricordava Thomas Jefferson (o chiunque abbia pronunciato questa frase a lui attribuita). Per “vigilanza”, Jefferson intendeva, prima di tutto, quella degli individui sullo Stato. Se siamo liberi, se la polizia, nei nostri Paesi, non ci fa paura, è perché abbiamo sempre tenuto viva questa vigilanza, nel corso dei secoli. Se ce ne dimentichiamo, se ci convinciamo di non avere più il diritto a difendere, anche personalmente, la nostra vita e le nostre proprietà, se ci affidiamo docilmente all’autorità pubblica, perdiamo non solo la nostra libertà, ma anche la nostra stessa sicurezza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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