Dalla violenza delle riots, il sogno della Big Society si fa realtà

– La prima domanda che sorge spontanea, di fronte alla follia che si è scatenata nella capitale e nelle principali città del Regno Unito è una sola: Perché?

Politici e sociologi hanno cercato di rispondere, con diverse idee e proposte, spesso contrastanti. La risposta più plausibile riposa in un letale mix di diversi fattori; un’immensa polveriera saltata alla prima scintilla. Il risultato è stato un’esplosione di selvaggia guerriglia urbana.

Sbagliano i giornali partigiani della penisola (gli stessi che subito urlarono al terrorismo islamico quando Breivik fece strage di giovani laburisti) quando incolpano il modello multiculturale inglese, che pure vacilla: i quartieri periferici di Londra teatro degli scontri, da Tottenham a Croydon, sono altamente popolate di immigrati, ma non hanno la coesione delle banlieue parigine, in cui abitavano prevalentemente africani.
Nei sobborghi del Regno Unito risiedono fianco a fianco indiani e pachistani, cinesi e congolesi, egiziani e polacchi. Have e havenots.

Basta guardare i volti che si nascondevano sotto i cappucci dei looters per capire che lì in mezzo c’erano anche tanti insospettabili inglesi “purosangue”, non necessariamente in difficili condizioni economiche. Non sono tutti degli havenots: sono quasi tutti maschi e sotto i trent’anni e tra di loro vi sono studenti di giornalismo, ingegneria, un’aspirante ballerina, un’ereditiera, maestri, assistenti sociali. O basta ascoltare la rabbia e il pianto dei tanti immigrati con i loro piccoli negozi etnici a conduzione familiare, spazzati via dalla distruzione incontrollata delle riots.

Il pretesto per spaccare tutto è stato dato dall’omicidio del giovane di colore Mark Duggan, che ha scatenato la scintilla per la rivolta contro la polizia. In questo fattore si coniugano alla perfezione lo storico disprezzo per la polizia che risiede in parte della sottocultura della periferia britannica, quello che passa dal movimento punk a quello hooligan, dagli skin ai rude boy, e la propensione al grilletto facile dei bobbies di Sua Maestà che spesso e volentieri, in attimi di pura follia, sparano senza motivi plausibili.

La stessa reputazione e buon nome della polizia inglese è stata sparigliata dall’agghiacciante scandalo sulle intercettazioni telefoniche che ha travolto Rupert Murdoch, Scotland Yard e lo stesso (seppur solo di striscio) governo con-lib. In tutto questo si incastona alla perfezione lo stato dell’economia e della società britannica: i forti tagli, soprattutto nel settore dell’istruzione e del sociale,hanno tagliato le gambe al ceto più povero e che si è sempre storicamente appoggiato ai (troppo generosi) sussidi del welfare state: quello che si accontenta dei piccoli lavoretti aleatori, tirando avanti tutta la settimana per il sabato sera al pub, in discoteca o allo stadio.

Non è un caso che proprio a Tottenham, epicentro degli scontri, siano stati chiusi diversi centri sociali per giovani e negozi, precedentemente ai riots. Altra motivazione che si aggiunge al mix incendiario è l’altissimo tasso di violenza della capitale, ormai sempre più preda delle baby gang e sempre più simile a Downtown Los Angeles: l’alto numero di accoltellamenti tra i giovani è evidente a qualsiasi turista che ha intenzione di entrare la sera in un club, dal momento che verrà perquisito manualmente dagli addetti alla sicurezza, come non si fa nemmeno in aeroporto al momento del check-in.

Questo miscuglio di problemi sociali ed economici, di tagli governativi e abitudine fisiologica alla violenza, esportato rapidamente e con successo in altre città del Regno Unito, è sfociato in una folle razzia. Un’incontrollata e selvaggia ordalia di distruzione e devastazione. Più che attaccare la polizia, i simboli del potere, o le sedi governative, i looters si sono immediatamenti dimostrati veri e propri predoni, prendendo d’assalto agenzie di scommesse e centri commerciali, abitazioni e negozi etnici, rivendite di televisori o negozi di elettrodomestici. Per la maggior parte dei rivoltosi, il caos generale era soltanto un pretesto per colpire, in massa e quindi con scarse probabilità di farsi riconoscere, tutti quei luoghi in cui c’erano beni di consumo ed accaparrarsi “free stuff“. Perché la vera motivazione che risiede dietro a questa insensata violenza è un inquietante e immenso abisso di noia che si estende – per inerzia e pigrizia – nel desiderio consumeristico di spezzare le regole di una società che non si sente come propria e di “possedere” andando contro un mondo mai accettato.

E proprio su questo si era arrivati inizialmente a credere che le fiamme di Londra non bruciassero solo i negozi (spesso negozi di immigrati, negozi non per ricchi e senza merci di lusso) ma anche la Big Society che continua a costituere il programma veramente rivoluzionario dell’agenda politica di David Cameron. Per questi ragazzi, non esiste nulla che sia simile a qualcosa chiamato società. Essi non ne hanno una, non la concepiscono (se non astrattamente e per ribellione) e nemmeno la desiderano.

Eppure – invece di crollare – la Big Society vagheggiata da Cameron è riemersa dalle ceneri come un’araba fenice. Dalle macerie della distruzione e dalle fiamme della violenza, l’Inghilterra ha reagito con uno scatto di orgoglio e ha rialzato la testa. Un nuovo tam-tam è passato per i tanto vituperati social network. Numerosissimi cittadini hanno firmato su Facebook un appello di supportoe aiuto alla polizia britannica, la quale ha caricato un proprio profilo Flickr per raccogliere e mostrare la foto dei sospetti condannando con inequivocabile fermezza le riots. Tramite l’hashtag @cleanupriots si sono creati in modo assolutamente spontaneo numerosi comitati cittadini per la pulizia delle strade e la riorganizzazione della City.

I veri anarchici, i veri rivoluzionari sono stati proprio loro: quei tanti cittadini sorridenti per le strade, armati di scopa e secchio, a cercare di aggiustare il caos e a riportare la normalità. A presidiare e proteggere i negozi. Cittadini senza differenza di etnia e ceto. Quella madre di Birmingham che ha preso per un orecchio (letteralmente) la figlia e l’ha costretta a costituirsi dopo averla riconosciuta in mezzo ai vandali rappresenta il volto migliore, responsabile e british di un’Inghilterra sconvolta, impaurita ma non sconfitta.

Persino la polizia ne è uscita rafforzata, ottenendo forte consenso da parte della popolazione che chiede a viva e unisona voce una punizione veloce e severa per i violenti. Oltre centomila persone hanno firmato online una petizione (che verrà discussa in Parlamento) in cui richiedono l’abolizione di ogni sussidio statale ai suddetti. Il vero sconfitto è proprio David Cameron, che sta annaspando nel tentativo di ricostruire una leadership che la maggior degli inglesi non è più propensa a riconoscergli, accusandolo di non essere stato in grado di gestire al meglio la vicenda delle riots e trascinato (involontariamente) in una querelle proprio con la polizia (futuro oggetto del suo piano dei tagli).

Proprio in questa ottica devono leggersi le sue insensate e folli dichiarazioni su fantomatici limiti da imporre ai social network (buon giorno, Stato Etico Orwelliano!). La soluzione è tuttavia a portata di mano: il 74% di un campione recentemente intervistato da YouGov ha dichiarato che la società inglese è distrutta. Tuttavia, esistono i semi per un nuovo patto sociale per una Big Society che rappresenta un sempre meno procrastinabile cambio di rotta della situazione britannica.

La Big Society è possibile. L’Inghilterra trema e tende una mano, sapendo che potrà compiere l’innominabile e l’impossibile. Una rivoluzione potrà davvero essere compiuta. Ma perché così sia ci sarà bisogno di uno statista, non di un politico: la scelta spetta a Cameron.


Autore: Stefano Basilico e Michele Dubini

Stefano Basilico: Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag. Michele Dubini: Nato nel 1990 a Mariano Comense (CO), ha conseguito la maturità classica. Giurista a tempo pieno, frequenta la facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca. E' un Liberale e un Libertario a 360°: gli si scalda sempre il cuore quando si ritrova a dialogare di problematiche (e possibili soluzioni) etiche.

One Response to “Dalla violenza delle riots, il sogno della Big Society si fa realtà”

  1. goffredo scrive:

    inspiegabile davvero ciò che è accaduto sino ad ora…eppure questo giornalista inglese guardate che ci era andato vicino gia mesi fa ad azzeccare un tale disastro:
    http://www.youcandid.com/video/6755104c98f2f1dd53af13e74e0d52ff/

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