Quel pessimo gergo giornalistico che crea diffidenza verso la finanza e il mercato

– Quante volte lo abbiamo letto in questi giorni sui giornali o lo abbiamo sentito ripetere dai TG: “le Borse hanno bruciato 80 miliardi di euro”, “Anche oggi in Borsa distrutti 50 miliardi di capitalizzazione”, e così via.
Sono modi dire, è vero. Ma sono pessimi modi dire, specie in un paese con una scarsa cultura economico-finanziaria e con un pregiudizio di fondo contro il capitalismo. Sono modi di dire che rinfocolano l’idea che la Borsa sia un meccanismo perverso che consente a pochi speculatori senza scrupoli di arricchirsi a spese dei piccoli risparmiatori ed in generale a spese del benessere della nazione. Similmente si rafforza la percezione che le transazioni finanziarie siano qualcosa di negativo per l’economia e pertanto sia giusto tassarle ed in certi casi anche vietarle.

Peraltro se nelle fasi “orso” i titoli ci raccontano di una Borsa che brucia ricchezza, ci sarebbe per lo meno da aspettarsi che nelle fasi “toro” si scrivesse che la Borsa la ricchezza la sta “generando”. Ci sarebbe, per così dire, un minimo di coerenza nel ragionamento. In realtà la Borsa in sé non genera né distrugge ricchezza ma si limita a registrare come varia la percezione del valore delle aziende da parte degli operatori economici.
Piuttosto la Borsa è il luogo in cui delle persone possono scambiarsi dei titoli di proprietà, con bassi costi di transazione – cioè in definitiva la Borsa rende più liquida e quindi più effettiva  la proprietà. Se prevalgono gli slogan,  più di qualcuno si metterà in testa che chiudendo le Borse il valore dei beni non scenderebbe più, un po’ come molti si sono già convinti che mettendo sotto controllo le agenzie di rating si eviterebbero le crisi.

Chi ha paura delle valutazioni che emergono dal mercato auspica nei fatti il monopolio statale della determinazione dei prezzi e della diffusione dei dati sullo stato dell’economia. Piuttosto che fidarsi di processi decentrati ed indipendenti, si preferisce – pur senza ammetterlo esplicitamente – un modello di economia basato sulla pianificazione centrale, dove, come in 1984 di Orwell, spetta solo al governo di informare i cittadini attraverso i propri canali di come vanno le cose. Dove chi esercita il potere può parlare senza paura di essere smentito, additando come complotto disfattista qualsiasi analisi difforme.

Troppe persone, a sinistra e a destra, preferiscono che sia solo la politica a dire la sua. Probabilmente dà loro sicurezza, come si suol dire: “un uomo con un solo orologio sa che ore sono, un uomo con due orologi non è mai sicuro”.
Evidentemente nel sistema che ne consegue i governanti sono portati a negare persino l’evidenza, generando così un’immane bolla politica, destinata prima o poi ad una drammatica deflagrazione. Il funzionamento delle Borse invece fornisce una valutazione in tempo reale dello stato dell’economia – una valutazione per molti versi “oggettiva” perché costruita dal basso per il mezzo di un gran numero di interazione volontarie di soggetti privati che comprano e vendono dei titoli di proprietà al prezzo che ritengono corretto. L’esito delle Borse è scarsamente controllabile dai governi, come ben si vede dal fallimento quasi sistematico delle misure politiche ad hoc di volta in volta varate per far ripartire i mercati. E’ invece un esito fortemente sensibile alle prospettive complessive ed ai connotati strutturali dell’economia di un paese, perché sono queste le cose che davvero interessano agli investitori.

E’ difficile pensare che i nostri BTP vadano giù di prezzo solo in funzione di un qualche attacco speculativo, perché quando delle obbligazioni credibili scendono di prezzo innescano inevitabilmente una corsa all’acquisto che ne riporta su la quotazione. In Borsa un titolo sottovalutato diventa immediatamente appetibile e sarà destinato a crescere di prezzo, così come specularmente un titolo sopravvalutato sarà ritenuto da vendere e quindi andrà in contro ad una correzione di prezzo al ribasso. Quindi la Borsa tende a ricondurre i titoli al valore rispondente all’opinione generale degli operatori – in questo senso, contrariamente a quello che fa la politica, tende persino anche a contrastare la formazione di bolle.

In definitiva, sarebbe molto utile che i giornalisti evitassero titoli ad effetto ed invece spendessero qualche parola in più per spiegare alla gente come funzionano davvero i mercati finanziari.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Quel pessimo gergo giornalistico che crea diffidenza verso la finanza e il mercato”

  1. Daniel Folie scrive:

    Bell’articolo, ha proprio ragione, peccato che i TG verosimilmente non abbandoneranno questo gergo giornalistico disinformante dato che fa loro comodo avere a disposizione un capro espiatorio( in questo caso la finanza, altre volte anche la politica) su cui addossare le colpe.

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