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In Iran il regime teme le pistole (ad acqua)

– «Le battaglie d’acqua sono un nostro diritto inalienabile». Si sono giustificati così, parafrasando in modo ironico le posizioni di Ahmadinejad sul nucleare, gli organizzatori del flash mob in Iran, durante il quale ragazzi, donne, famiglie si sono lanciati gavettoni nel parco di Bandar Abbas. Il gioco non è piaciuto alle autorità religiose tanto che 17 giovani sono finiti dietro le sbarre. Il reato commesso? Il più grave per i governi autoritari: l’uso dell’allegria come strumento di espressione politica, manifestazione di piazza di un sentimento inatteso, formidabile, più potente della paura, più contagioso della rabbia, impossibile da soffocare.

Ahmadinejad, come Jorge da Burgos ne Il nome della rosa, non può sopportare il comico, principio rivoluzionario per eccellenza. Il potere autoritario non ama il Carnevale perché non può concepire il gesto irriverente, il ribaltamento del senso di realtà, la forza incantatrice della maschera che svela invece di celare, mette in mostra il ridicolo e la debolezza invece di nasconderle.

La battaglia d’acqua di Bandar Abbas è l’esatto contrario della rivolta inglese, avvenuta negli stessi giorni. Si tratta di fenomeni compiuti entrambi dai giovani, i portatori naturali di sovvertimento, ma condotti in nome di due principi opposti. L’allegria degli iraniani e la rabbia degli inglesi: il mondo ha confini non solo politici e geografici, ma di sentimento. È anche il cuore dell’analisi condotta da Dominique Moïsi, politologo francese e consigliere dell’IFRI, l’Istituto di Relazioni Internazionali, autori del saggio Geopolitica delle emozioni. L’allegria, sintomo fisico della speranza, ha un potenziale maggiore della cupa rabbia, perché la prima tende a curare le relazioni, mette al centro la polis, la relazione tra gli uomini e si fonda sulla centralità dello spazio pubblico e interpersonale. Non si ride da soli, ma insieme. La seconda, invece, è l’emozione in grado di dividere, di generare fratture sociali e tra individui, è una forza isolante, atomizzante, in grado di sgretolare. La rabbia e la rivendicazione sono collanti momentanei, la felicità, e la sua ricerca, è il motore di ogni società. Per questo è più pericolosa e ha effetti più solidi e duraturi nel sovvertimento dello status quo.

Secondo Hegel, per esempio, «i periodi di felicità sono le pagine bianche della storia», sono i momenti in cui maturano le condizioni per le grandi evoluzioni tecnologiche e culturali. «I grandi cambiamenti– spiega il filosofo- sono un’evoluzione della coscienza e dell’empatia».

Jeremy Rifkin ha condotto una lunga indagine sul tema, al fine di elaborare una sorta di pan-antropologia culminata in La civiltà dell’empatia. C’è un racconto all’inizio del libro simile, per forza emotiva, alla battaglia d’acqua dei giovani iraniani i quali, come narra il film I Gatti Persiani, ricorrono spesso alla festa, al divertimento per sfuggire dal sentimento cupo del potere.  Durante la notte di Natale del 1914, scrive Rifkin, all’inizio della prima guerra mondiale, nelle Fiandre un gruppo di tedeschi in trincea intona il canto Stille Nacht al quale gli inglesi rispondono con Christmas Carol. Piano piano i soldati escono fuori per scambiarsi strette di mano e sigarette. Non si sparano, si comportano come un gruppo di amici per tutta la notte. Un miracolo, durante un conflitto in cui sono morte circa otto milioni e mezzo di persone. Quell’episodio è stato il frutto momentaneo, disperato, della naturale ricerca della felicità, la quale anima l’uomo anche nelle condizioni più drammatiche.

Lo psichiatra Victor Emil Frankl, superstite dell’Olocausto, spiega le ragioni per cui la felicità e l’allegria, intesa come una sua ricaduta comportamentale, sono potenti strumenti della politica. Nel saggio Man’s Search for Meaning racconta la propria storia personale e il modo in cui è riuscito a sopravvivere alla memoria del campo di concentramento. La via d’uscita alla sofferenza è la logoterapia, basata sulla premessa per cui la forza vitale di ogni individuo è la ricerca del senso della propria esperienza. La crudeltà, la rabbia, la depressione, secondo Frankl, sono sentimenti connessi all’assenza di significato: quando l’uomo smette di cercare è afflitto dalle emozioni distruttive. Gli individui sono venuti al mondo per cercare e la ricerca ultima riguarda proprio la felicità, l’unico motore di futuro. Nell’eterna lotta psicologica tra paure e desideri, infatti, vincono sempre i desideri perché sono il sentimento dei superstiti.

Un esempio concreto delle teorie di Frankl è la storia della gestazione del film La Vita è Bella: Roberto Benigni per scrivere la sceneggiatura si è avvalso del contributo di Shlomo Venezia, Sonderkommando a Auschwitz. I Sonderkommendo erano le truppe reclutate tra i detenuti e incaricate di estrarre i corpi dalle camere a gas e di cremarli. Per mantenere il segreto sull’Olocausto quasi tutti i Sonderkommando vennero uccisi: Venezia no, insieme a un’altra dozzina di uomini in tutto il mondo. La sua terapia della parola è stata l’origine del film, accusato spesso di superficialità e di poca attinenza ai fatti. Ma in grado di portare alla luce la forza grande della speranza, del racconto felice, dell’allegria.

Anche L’Allegria di Naufragi, la raccolta di poesie di Giuseppe Ungaretti, ha una forza comunicativa simile, è in grado di eleggere l’allegria a motore politico d’ogni epoca. Ungaretti, infatti, per raccontare l’esperienza della prima guerra mondiale, fa ricorso all’ossimoro, accosta, per spiegare la capacità dell’uomo di reagire al male, due termini opposti. Il destino, per il poeta, è una serie di rovesciamenti, una sorta di mare tempestoso. Durante i naufragi, però, il vero lupo di mare non s’arrende ma ricomincia sempre a navigare, a cercare una nuova meta.

E se anche l’economia, per citare Jeremy Bentham, è la ricerca della felicità per il più alto numero di persone, allora non resta che addentrarsi negli immaginari pop e usare, senza scendere nei doppi sensi, le parole dei Beatles: Happiness is a warm gun. In mano alle persone, puntata dritta contro il potere autoritario.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

3 Responses to “In Iran il regime teme le pistole (ad acqua)”

  1. creonte scrive:

    l’acqua bagna i vestiti, ed è una cosa indecente per Akhmadinejad

  2. zulu scrive:

    La storia delle pistole ad acqua esce dalla penna del fantasioso Guido Olimpo, lo stesso che vedeva negli attentati di Oslo il chiaro modus operandi di AlQuaeda. Io nutrirei qualche dubbio sull’attendibilità della notizia.

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  1. […] bell’articolo su libertiamo.it a proposito, ebbene sì, di pistole ad […]