Tremonti, l’uomo che della soluzione fa un problema

di SIMONA BONFANTE – Siamo alla crisi politica. Era pressoché inevitabile. Facciamo però che – cada il governo o no  – il problema italiano rimane, e quel problema ha due diversi metri focali: il breve, ovvero la ristrutturazione del debito, e il medio, cioè la ricostruzione strutturale dei meccanismi attraverso cui quel debito si crea. La soluzione al problema breve è una: la soluzione al problema medio.

Il nostro forse ex Ministro dell’Economia questa duale capacità prospettiva non riesce per niente a farla sua. Infatti non ha ancora constatato come la speculazione sul debito – che lui si è accanito a leggere come una imprevedibile eventualità – sia solo l’invero prevedibilissimo sintomo di un male che si chiama debito, e che o aggredisci quello – intervenendo sui meccanismi che lo alimentano – o sarai costretto a pompare a vita il paese di anti-dolorifici, nella speranza che i sintomi (il problema nel breve) si attenuino, e che mai nessuno si accorga che, invece, il male sta ancora tutto là.

Il professor Tremonti ha questo di incredibile: riesce puntualmente a fare della soluzione ai problemi ‘il’ problema. La soluzione che Tremonti si è ieri premurato a trasformare in guaio è il taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici. Li ha tagliati, appena insediato, il governo liberal-conservatore britannico, senza che alcuna istituzione extra-parlamentare, alcuna agenzia di rating, alcun organismo internazionale lo costringesse: lo ha fatto per una questione di equità, perché se lo Stato eccede nelle risorse impiegate per mantenere sé stesso, si fa fonte di iniquità sociale prima ancora che elemento di distorsione economica. Tagliare il numero e lo stipendio dei dipendenti pubblici è stato, per Cameron e l’alleato Clegg, un atto dovuto: dovuto al paese che i due hanno la responsabilità di governare, e dovuto alla credibilità dell’organo governativo che hanno entrambi l’onore di rappresentare.
Da noi, specularmente, Berlusconi si preoccupa di non scontentare nessuno, mentre Bossi si incaponisce a non esser da meno alla peggiore feccia del politicismo terrone, mutuandone con successo le ambiziose prassi partitocratico-spartitorie.

Da noi, i dipendenti pubblici, oltre che eccedenti in numero e deficitari in produttività, costano al sistema una fortuna in oneri sulle imprese, dunque in mancata occupazione privata: l’eccesso parassitario, insomma: è quello che inibisce la creazione di Pil. Provvedere al dimensionamento delle risorse necessarie per mantenerne le – sostanzialmente nocive – funzioni è uno di quegli atti dovuti che un governo consapevole del valore del concetto di ‘credibilità’ non si sognerebbe mai di scongiurare, figurandosi magari di mettersi così al riparo da ritorsioni di piazza. I sindacati, se vogliono, in piazza ci vanno lo stesso. E per molto meno.

Certo, non si risana un paese malato di spesa pubblica solo riducendo la voce di uscita denominata “personale”. Un paese malato di spesa pubblica però si risana anche così. Non per Tremonti, il quale a questo dice no, con la stessa accanita strafottenza di quando si opponeva alla stupida rigidità contabile dell’Europa di Maastricht, che non permetteva a gente come lui – ed al di lui non-poi-così-alternativo predecessore, Vincenzo Visco – di dar sfogo alla tecno-creatività finanziaria che il ruolo occupato conferiva loro la facoltà di esercitare. Le politiche economiche dei governi Berlusconi e Prodi, su questo, possono ormai tranquillamente surfare in tandem.

L’Europa, ovvero l’europeista ‘vincolo di bilancio‘ si è però adesso – d’emblée – tramutato da problema in soluzione – la sola possibile, addirittura. Pare infatti che nulla di finanziariamente incisivo il governo italiano possa fare senza arrivare prima a maastrichtizzare la Costituzione. E vabbé.
Il fatto è che non possiamo stare qui ad aspettare che Tremonti capisca che il suo mestiere non è costringere l’universo mondo ad assumere la, a lui consona, miopia focale ad universale misura delle cose.

Le pensioni, ad esempio, la loro armonizzazione trans-generazionale, non sono un problema, non sono il tema-che-scotta, ma la soluzione alle iniquità laburistico-previdenziali del nostro paese, e l’argomento sul quale le forze politiche si giocano un terreno enorme, tutto da conquistare: la credibilità progettuale. Ricordate la scala mobile? Le scelte impopolari, se necessarie, se razionalmente impostate, se razionalmente argomentate perché giuste, ebbene si possono prendere senza perdere anzi conquistando il favore dei decisori finali.

Ma neanche di pensioni, per il Governo Berlusconi, si può parlare, come se alzare l’età e razionalizzare i meccanismi di spesa previdenziale, equiparando privato e pubblico, uomini e donne, usciti e neo-entrati fosse un atto contro e non piuttosto per l’equità sostenibile del sistema sociale nazionale.
Però no, di pensioni, Tremonti, non  vuole parlare. Mentre invece quell’inutile, prospetticamente effimero, strutturalmente aleatorio ‘contributo di solidarietà’ che imporrà coattamente al già iper-tartassato contribuente italiano un ulteriore doloroso sacrificio, beh quello, il Ministro dell’Economia non ha il pudore né la compiacenza di escluderlo.

Tutto sbagliato, senza costrutto, senza coerenza:  la non-politica economica del Ministro non ha la minima speranza di aggredire il problema, né la più remota chance di restituire, agli italiani ed agli investitori stranieri, fiducia nella possibilità del paese di rigenerare sé stesso rigenerando il patto sociale al quale sono ancorate le sue possibilità di sviluppo sociale, civile ed economico.

È talmente sbagliata la non-politica economica del Ministro Tremonti che pure dentro il Pdl c’è chi non è più disposto a metterci il voto.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Tremonti, l’uomo che della soluzione fa un problema”

  1. Di ritorno dalla Germania, dove aveva trascorso diversi anni, impegnato alla conquista e nel consolidamento della corona imperiale,
    appena rientrato in quella che Egli definiva la sua vera Patria, Federico II si trovò davanti al disastro amministrativo provocato
    dall’opera poco illuminata dei Reggenti. Costoro, infatti, avevano legiferato senza alcun senso dello Stato, in particolare,
    distribuendo prebende e privilegi ai loro favoriti. Per riportare l’ordine, Egli, non scelse di usare la forza, come era consuetudine di quei tempi ma, senza perdere tempo, si fermò a Capua e promulgò un edito di natura esemplare, chiamato: “DE RESIGNANDIS
    PRIVILEGIS”. Questa legge imponeva che tutti i privilegi accordati dopo la morte dell’ultimo Re normanno di Sicilia venissero
    sospesi e che i relativi decreti venissero depositati presso la cancelleria imperiale per essere esaminati ad uno ad uno e poi, a seconda del caso, essere confermati o cancellati. Veniva, così, rimessa in discussione una vastissima e gamma di questioni che spaziavano dall’attribuzione dei maggiori feudi del regno fino alla riscossione delle tasse e dei tributi imperiali. In particolare, venivano revocate le donazioni fatte a spese del Demanio, colpendo tutti quei nobili e quegli eclesiastici che si erano
    impadroniti del patrimonio nazionale durante il periodo di anarchia del Regno. Sembra, veramente, che i governati che il
    popolo ha scelto, per guidare l’Italia, potrebbero trovare ottima ispirazione nella saggesca di Federico II, sia per fare giustizia degli errori commessi negli ultimi anni sia per non trovarsi di fronte ad uno Stato ingovernabile proprio per la sovrapposizione di quelle leggi incomprensibili, di quei privilegi insensati e di quelle regole inapplicabili che sono venute, negli anni, a costituire il “Corpus Legislativo” della prima Repubblica.

  2. lodovico scrive:

    ai tempi di Federico II non esisteva ancora la Costituzione Italiana, La corte Costituzionale, la magistratura ed un Presidente della Repubblica come NAPOLETANO garante della COSTITUZIONE e delle leggi.E poi, lei si immagina un presidente della Repubblica che firma una legge che implichi la riduzione dei compensi dei dipendenti statali in assenza di una pari diminuzione di quello dei privati? O, al limite, una parificazione tra pubblico e privato?

  3. Massimo74 scrive:

    @Lodovico

    Proprio per parificare il settore pubblico con quello privato si dovrebbero tagliare gli stipendi dei dipendenti statali,i quali è bene ricordare sono cresciuti negli ultimi 8 anni di circa il 23% contro un aumento medio degli stipendi privati di circa l’8%.In pratica gli stipendi pubblici crescono il triplo di quelli privati.
    Ora, di fronte a questi dati, direi che tagliare gli stipendi nel pubblico impiego non’è solamente doveroso da un punto di vista del risanamento della finanza pubblica,ma lo è anche e sopratutto da un punto di vista etico e morale.

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