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Dalla Germania, sulla diagnosi preimpianto, una lezione di civiltà parlamentare

– Dopo una lunga e meditata discussione, lo scorso 7 luglio il Bundestag ha introdotto per via legislativa una limitata possibilità di diagnosi preimpianto sugli embrioni. La scelta di mettere mano alla “legge di tutela degli embrioni” (Embryonenschutzgesetz) risalente al 1991 ha tratto origine da una sentenza emanata nell’estate del 2010 dal Bundesgerichtshof (l’omologo della nostra Cassazione), in base alla quale la PID – questo l’acronimo tedesco – non poteva dirsi incompatibile con la legge in vigore, in quanto da essa non espressamente regolamentata. Non era quindi penalmente rilevante la decisione di un medico e della coppia di procedervi. Al legislatore toccava comunque il compito di colmare il vuoto legislativo.

Trecentosei i voti a favore del disegno di legge che apre ad un parziale screening, duecentoventotto i parlamentari contrari a qualsiasi tipo di diagnosi e cinquantotto i suffragi per la soluzione che avrebbe reso l’analisi sugli embrioni soltanto un’eccezione alla regola. Insomma, il Bundestag – come spesso accade quando viene interrogato su questioni di coscienza – si è letteralmente spaccato in due. Ma ciò che più stupisce chi non ha confidenza con la politica tedesca è che la spaccatura ha attraversato tutti i gruppi parlamentari, nessuno escluso, da destra a sinistra, dalla CDU fino a Die Linke.

Mentre la proposta approvata a maggioranza veniva da due parlamentari di FDP e CDU, la seconda era stata presentata congiuntamente da Verdi e CSU bavarese, nonché ufficialmente sostenuta dalla Cancelliera Merkel ed infine la terza da alcuni deputati appartenenti a CDU, SPD e Verdi.

La compostezza e la genuinità del dialogo, gli appelli accorati degli inconsueti schieramenti formatisi nell’emiciclo, il profondo rispetto reciproco hanno reso il dibattito particolarmente gradevole per gli astanti, davvero lontano mille miglia dallo stolido starnazzare dei deputati di casa nostra. Come già accaduto varie volte nella storia del Parlamento tedesco (non da ultimo quando il Bundestag disciplinò in materia di aborto e di testamento biologico), è infatti venuto meno il Fraktionzwang, ossia l’obbedienza alla linea del proprio gruppo, potendo così ciascun deputato esprimersi in assoluta libertà, anche appellandosi al proprio credo, laico o religioso che sia.

Al Bundestag siedono infatti diversi deputati con un ruolo nella Chiesa protestante. Tra essi v’è ad esempio la signora Göring-Eckardt, che oltre ad essere deputato ecologista e convinta assertrice di un divieto della diagnosi preimpianto è presidente del sinodo della Chiesa protestante tedesca (EKD). Gli argomenti usati nel dibattito– il rischio eugenetico da un lato contro la libera scelta dei genitori per evitare un aborto dall’altro – non sono differenti da quelli che sentiamo ripetere a casa nostra. Si è passati da frasi come “la responsabilità per una scelta così dolorosa non può che essere di chi ricorre alla fecondazione artificiale” (Ursula von der Leyen, CDU) a ragionamenti quali “la diagnosi preimpianto impedirà in taluni i casi il dolore, ma comunque sia impedirà sempre ad una vita umana di venire alla luce” (Wolfgang Thierse, SPD).

Frequente è stato anche il ricorso a struggenti casi personali per giustificare la propria posizione. Eppure, l’estrema pacatezza con cui ogni singolo deputato si è accostato al tema non ha prodotto alcuna voragine nell’opinione pubblica. Niente curve da stadio, niente insulti, niente grida, ma soltanto applausi discreti. In questo modo i tedeschi hanno potuto farsi un’idea di che cosa ci fosse in gioco.

Secondo un sondaggio pubblicato prima del voto, il 75% dei tedeschi è favorevole alla PID nel caso i genitori siano geneticamente predisposti a contrarre certe malattie, ossia qualora vi siano difetti cromosomici negli embrioni. E questo è precisamente il contenuto del disegno di legge approvato, il quale subordina comunque la scelta della madre al voto di una commissione etica (Ethikkommission) e alla sua adeguata informazione e assistenza psicologica e medica.

La diagnosi potrà materialmente essere svolta soltanto in centri specializzati. Nessuna lista a priori di malattie è stata quindi stilata. Un sì, dunque, ma fortemente condizionato. In particolar modo dal voto della commissione interdisciplinare, strumento molto amato dai tedeschi per risolvere qualunque tipo di impasse si presenti. Ancora una volta, quindi, la Germania si conferma il paese della prudenza in tema di libertà civili, un paese cioé che non pone divieti a prescindere alle innovazioni scientifiche, ma che apre con cautela a soluzioni che, comunque la si pensi, sono cariche di interrogativi etici.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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