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Anarchy e censura web in Uk

– I social media hanno un nuovo nemico: David Cameron. Il premier britannico, nel suo intervento ai Comuni,lo ha detto senza mezzi termini riferendosi agli scontri e ai saccheggi che hanno sconvolto il Paese a partire dalla morte di Mark Duggan, sabato 6 agosto. «Stiamo lavorando con la polizia, i servizi d’intelligence e l’industria per capire se può essere giusto impedire alle persone di comunicare attraverso questi siti e servizi quando sappiamo che stanno preparando violenze disordini e atti criminali», ha affermato Cameron. Perché «la libera circolazione delle informazioni può essere usate per nobili azioni. Ma anche per azioni malvagie».

Non esattamente una scoperta degna di nota, ma quanto basta per ventilare l’ipotesi di un inedito blocco delle reti sociali in un Paese occidentale. Un’idea non solo errata e pericolosa, ma anche fondata su un presupposto che, al momento, non sembra avere riscontro nei fatti. E cioè che le «orribili azioni»compiute prima a Londra e poi nel resto dell’Inghilterra siano state«organizzate attraverso i social network». Una posizione sostenuta dalla polizia fin dai primi focolai di violenza, e che ha portato perfino all’arresto di alcuni utenti che, su Facebook, avevano incitato alla ‘rivolta’. E che ha fatto breccia in parte della stampa: il Sun e il Daily Mail, nel Regno; il Giornale e, in parte, La Stampa, in Italia. Ma che i più attenti osservatori delle dinamiche online hanno smentito altrettanto tempestivamente.

Stando alla meticolosa ricostruzione del Guardian, e contrariamente a quanto affermato da Cameron,i riottosi si sarebbero infatti coordinati semmai tramite il sistema di messaggistica istantanea del Blackberry, il Bbm (Blackberrymessenger). Perché è lo smartphone più diffuso nel Paese tra i giovani. E perché è altrettanto diffusa la convinzione che i messaggi scambiati tramite Bbm siano destinati a restare privati e non tracciabili. Convinzione, peraltro, falsa. Anche senza fornire particolari poteri agli investigatori, come puntualmente argomentato dal New Scientist.

«La rivolta dei telefonini», come l’ha battezzata il sociologo Anthony Giddens, più che quella dei social media, dunque. Ma anche se il coordinamento avesse davvero avuto luogo su Twitter e Facebook, la decisione del premier inglese sarebbe ugualmente da condannare. Per cinque motivi, ha scritto il blogger Jon Worth.

Prima di tutto perché la libertà di espressione è più importante, e la sua difesa passa anche per quella dei socialmedia utilizzati da 30 milioni di persone nel Regno. E «non vogliamo emulare la Bielorussia e la Cina», ha osservato Worth. Secondo, perché la chiusura dei social media non garantisce il funzionamento delle comunicazioni di emergenza, che dai primi non dipendono strettamente. Terzo, il blocco significa rimuovere i sintomi, ma nonle cause. Quarto, perché si potrebbero comunque utilizzare altre tecnologie di comunicazione. Da ultimo, perché i social media possono essere utilizzati, come è successo, per contrastare la violenza, invece che per fomentarla.

Ce ne sarebbe abbastanza. Ma i commentatori si sono spinti oltre. David Goodman, sul New YorkTimes, ha sottolineato l’incoerenza di Cameron. Che soltanto a febbraio 2011 affermava, riferendosi alle ribellioni in Tunisia ed Egitto, che Internet e i social media fossero «un potente strumentonelle mani dei cittadini, e non mezzi di repressione». Armi per chi«ne ha avuto abbastanza della corruzione», per ritagliarsi un futuro migliore. Ma se lo sono, perché chiuderli? Secondo Indexon Censorship, poi, l’uscita del premier segue la consueta fallacia: incolpare il mezzo invece di chi lo usa a sproposito.

Diversi account Twitter riconducibili ad Anonymous sono già sul piede di guerra. E dopo aver attaccato il sito di Blackberry,colpevole di aver garantito collaborazione – e cioè dati di conversazioni private – alle autorità, è facile immaginare che le azioni contro il governo britannico, in caso di blackout, sarebbero dure e immediate. Infine Jeff Jarvis, sul Guardian, ha parlato di «pericolosi precedenti» e negato fermamente che «la censura» sia «il sentiero che conduce alla civiltà». E poi «chi deve dire quali messaggi e contenuti dovrebbero essere rimossi da chi e su quale piattaforma?», si è chiesto il giornalista, prima di aggiungere: «Chi decide che un contenuto è offensivo?».Più in generale l’uscita di Cameron,pur posta in forma di domanda («è giusto»?), prosegue su una strada tristemente battuta da altri Paesi democratici: quella che conduce al ‘Controllo 2.0‘. Che, secondo Reporters Without Borders, di anno in anno sta avanzando a discapito della libera espressione a livello globale. Dell’arretratezza italiana, accoppiata a pericolosi progetti liberticidi, si è scritto più volte. Ma la tendenza riguarda anche la Francia, con il presidente Nicolas Sarkozy che al recente EG8 ha chiesto di «civilizzare» il web; gli StatiUniti, dove Barack Obama, nonostante le belle parole di inizio mandato, sta perseguendo una battaglia senza precedenti ai whistleblower, e cioè a chi diffonda informazioni riservate;ma anche, per citare solo i casi più recenti, la Turchia, l’India, l’Australia. Senza parlare di ciò che accade nei regimi. Insomma, un segnale di discontinuità e saggezza avrebbe giovato. O almeno, un po’ di buonsenso. Come quello dispensato da Ben Rooney sul WallStreet Journal: «I social media nonpossono prendersi i meriti della ‘primavera araba’ almeno quanto non possono essere ritenuti responsabili per ‘l’estate diLondra’», ha scritto sul blog Tech Europe del quotidiano economico.«Possono aver giocato un ruolo, ma semplicemente perché sono il nostro strumento di comunicazione attuale. Le tecnologie della comunicazione sono moralmente neutre». La decisione di censurarle, no: è sbagliata, Cameron.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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