La politica dimentica, ma i mercati ricordano. Ultima chiamata per l’Italia

Di PIERPAOLO RENELLA – Incassato dal governo il sostegno condizionato di Francoforte, si riaprono oggi i battenti di Montecitorio e 150 parlamentari, espressione delle Commissioni congiunte  Affari Costituzionali e Bilancio di Camera e Senato, si troveranno di fronte il Superministro Giulio Tremonti che illustrerà i contenuti del piano di austerità per anticipare di un anno (al 2013) il target del pareggio di bilancio.

L’atmosfera che si respira alla vigilia è quella di una manovra fatta di lacrime e sangue, dettata dalla Bce in cambio del sostegno ai Btp, una sorta di “ultima chiamata” per l’Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, mentre il sentiment delle borse mondiali – di Piazza Affari in particolare – è vicino al livello di apocalisse.

L’Orso è tornato e incede spedito, nel timore generale di una nuova recessione americana e di altre economie mature paralizzate dal debito pubblico. L’indice Ftse Mib chiude la seduta ben al di sotto dei 15mila punti (-6,65% in un giorno, -27,25% da inizio anno),  puntando dritto verso i minimi storici del marzo 2009 (1), quando la crisi finanziaria dei mutui subprime raggiungeva il suo apice e i colossi bancari mondiali venivano nazionalizzati uno dopo l’altro. Il paniere Euro Stoxx 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati in Europa, malgrado la forte correzione, è un po’ più lontano da quei minimi (2) .

Se l’Italia indossa la maglia nera del vecchio continente è solo per via dell’esecrabile speculazione? Mettiamola così: il ciclone che si sta abbattendo sui mercati non accenna a fermarsi e minaccia l’Italia molto da vicino, con particolare veemenza.  Perché mai?

Nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere, Mario Monti ha ricordato che “ciò che l’Europa e i mercati hanno imposto” – privatizzazioni, liberalizzazioni e interventi sul mercato del lavoro – “non comprende nulla che non fosse già stato proposto da tempo dal dibattito politico, dalle parti sociali, dalla Banca d’Italia e da molti economisti”. Le cose che ci chiede la Bce erano nel programma elettorale del 2008 (qualcuno finge di dimenticarlo?).

Proviamo a capire come uscire dalla morsa dell’immobilismo politico, assai poco apprezzato dai mercati. Raramente viene naturale come nel caso dello stallo italiano parlare di emergenza e emergenzialismo e di trovare una puntuale conferma della formula nella colpevole inoperosità dei governi che si sono alternati negli ultimi decenni. L’insieme di queste conferme segnalano ogni volta nuovi confini della paralisi e altri modi di interpretare l’accidia politica. Da questo punto di vista, l’interesse del mercato è non quello di sfasciare l’economia, semmai di vigilare che l’esecutivo comprenda la difficile situazione del paese e faccia quanto necessario per risalire la china.

Ogni persona di buon senso sa che il futuro dell’Italia non è nelle mani degli speculatori, ma dipende dalle risposte politiche che produrrà la crisi finanziaria.  La vulgata è che l’austerità, accompagnata da una sana ossessione per la crescita, in Italia siano bandite perché foriere di inevitabili batoste elettorali dei partiti al governo.
A volte l’idea di negare la realtà può essere seducente, ma il momento è troppo serio per perdere tempo nei calcoli elettorali. Un governo serio e responsabile dovrebbe prendere atto della difficoltà della situazione, calarsi nella realtà e analizzare le implicazioni future dell’attuale congiuntura, come di ogni eventuale misura varata.

Il ventaglio delle cose da capire non è superiore alla media, proviamo a stilarne uno scarno elenco.

1)    Calarsi nella realtà vuol dire in primo luogo farla finita di negare il presupposto base del modello dell’economia classica. Nel mercato vince l’ordine, non il suo contrario e le scelte operate ad alto livello sono il frutto di valutazioni, non di interessi o di manovre destabilizzanti più o meno oscure.

2)    In Italia siamo alla fine di un’era, alla fine di un lungo periodo di relativa stabilità basato sulla spesa e sul debito pubblico. Potrà seguire un periodo di relativa instabilità, dal quale si potrà uscire solo con una politica rigenerata, che dovrà fare i conti con l’economia globalizzata.

3)    Nello specifico, calarsi nella realtà vuol dire capire in concreto che una manovra lacrime e sangue fatta di maggiori imposte sarebbe esiziale per i cittadini e per l’attività economica del paese.

4)    Per evitare di ritrovarsi ogni anno a tappare le falle del bilancio pubblico, l’unica strada percorribile è quella fatta di misure strutturali per la crescita. Le riforme dovranno stimolare non solo la produttività ma anche la flessibilità e l’innovazione del sistema. Se questo sarà l’obiettivo condiviso dalle forze politiche, le liberalizzazioni non potranno non essere la pietra miliare del nuovo sistema. Il mondo è pieno di incertezze, e i mercati possono adattarsi a una situazione in rapida evoluzione meglio di qualsiasi soggetto pubblico. Al mercato, in definitiva, dovrebbe essere concessa la maggiore libertà possibile, compatibilmente con la stabilità economica e politica.

Se non ora, quando?

(1) Osservando l’andamento del Ftse Mib, si nota che al valore di chiusura del 10 agosto 2011 (pari a 14.676), il paniere ha subito una correzione del 50% rispetto ai massimi a tre anni del 2 settembre 2008 (29.412 punti). La distanza dai minimi storici del 9 marzo 2009 è pari a circa 2.340 punti, pari al 16% dai valori attuali.

(2) Alla chiusura del 10 agosto, il valore del benchmark dei mercati azionari europei si attesta a quota 224. La distanza dal minimo toccato il 9 marzo 2009, in questo caso è di 69 punti, pari al 31% del valore attuale. Si tenga presente che l’Euro Stoxx 600 è appesantito dai 33 titoli italiani che ne fanno parte (da Eni fino Davide Campari, passando per Mediaset, Fiat, Generali e i principali istituti finanziari italiani), senza i quali la distanza dai minimi del 2009 aumenterebbe ulteriormente.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

4 Responses to “La politica dimentica, ma i mercati ricordano. Ultima chiamata per l’Italia”

  1. lodovico scrive:

    Non so se la manovra sarà lacrime e sangue: ne dubito,c’è un problema di consenso. trovo interessante il fatto che le forze politiche stiano prendendo coscienza di quanto si potrà fare e che pian piano stiano indicando soluzioni alla crisi che è sistemica in quanto troppi paesi in area euro crescono troppo poco. Normalmente si sosteneva che i consumi privati aiutassero la crescita e che in mancanza di crescita lo stato dovesse aumentare il deficit per compensare la mancanza di crescita: ora molti si sono ricreduti su questo falso principio e questo è assai interessante.Lo stato per i liberali deve occuparsi della sua funzionalità ed efficienza e ad emanare leggi che favoriscano la concorrenza e nuove attività.Le ricordo che pur essendo l’italia un paese industrializzato nel listino FTse mib la presenza di titoli finanziari è preminente per valore e assicurazioni e banche non sono ancora settori liberi,speriamo che la bufera passi in fretta e che nel sistema si possano trovare risorse per la crescita senza attardarsi in analisi di indici in quanto le comparazioni sono sempre difficili da farsi e si preferisce guardare il futuro.

  2. L’ultima frontiera di una crisi, almeno vista con una logica schumpeteriana, non c’è. Anzi la crisi è la frontiera di un processo, di un processo dinamico che se lo si fotografa e lo si studia è già in movimento verso un’altra frontiera. Il problema quindi è l’identificazione della frontiera e dei processi che si alimentano. La prima frontiera del processo da crisi del debito sovrano è iniziata con l’Argentina. In Europa con la Grecia. Non con il Belgio (ha i lavoratori più produttivi dell’orbe terraqueo). L’Italia, qui concondo con il sempre ottimo Renella deve fare scelte anticorporative stabili, durature, dure. I segnali odierni vanno verso scelte tipiche di un paese con una natura intrinsecamente, mi si perdoni il termine datato, “clerico-fascista”. Dazioni temporanee di denaro, gli ori alla patria. Ma a Tremonti non si può consigliare di leggere un pò di Ayn Rand per comprendere che l’unico processo rivoluzionario e redistributivo in Italia è la liberazione dello stato da un capitalismo a motore interno spesso oligopolistico che fa della collusione arte e mestiere, un mondo professionale abnorme che sugge improduttività e non inventa nulla, una cultura intrinsecamente poco disposta a comprendere la ricchezza degli scambi culturali in sè. Insomma una via godereccia al liberismo dov’è? Una scintilla seriamente liberale. Anche le tristi figurine delle parti sociali che vanno al confronto sanno di vecchio, stantio di pomposità di circostanza che non trovano grandi giustificazioni se non la salvaguardia dell’esistente. La rivoluzione liberale, se ci sarà, non sarà, per dirla come Mao, un pranzo di gala.

  3. Lodovico e Stefano, in pratica avete detto tutto o quasi.

    Lodovico: in tribunale si direbbe: “obiezione accolta” sull’eccessivo peso del comparto bancario a Piazza Affari. Ma si tratta di un dato di fatto che riflette la deinstrializzazione del nostro paese e la mancanza di settore privato, quotato, operante nel comparto hi-tech.

    Stefano: concordo, soprattutto l’ultima parte del ragionamento e chioso: “con queste parti sociali non andremo mai da nessun’altra parte diversa dal baratro”. Volendo semplificare la prima parte, io direi: la crisi del 2008 è stata sostanzialmente economico-finanziaria. Quella di oggi e di domani, come ho scritto nel pezzo, nasce dalla mancata risposta politica ai problemi “esplosi” allora.

    Che ne pensi, che ne pensate?

  4. lodovico scrive:

    la politica nei paesi democratici (una testa un voto), con i suoi stanchi ed antichi rituali, da sempre riponde con grande ritardo e non è in grado di pensare il futuro perchè legata ad interessi precostituiti.Anche la società ( non so fino a che punto “civile”ma certo più civile della politica) come la politica è lenta nei cambiamenti….. ma non è questo il punto.Diffido, da liberale, delle risposte mancate o non della politica e della politica e per dirla con Popper è dalla cooperazione di tanti uomini che lavorano, pensano, si muovono e che con le loro azioni,una volta condivise dalla maggioranza,si può sperare in soluzioni migliori per risolvere i problemi.
    Probabilmente il cambiamento richiede più tempo o parecchi questo cambiamento non lo desiderano o lo osteggiano ed allora si rimane legati a quanto, una volta,sembrava giusto.
    P.s. il fascimo ed il comunismo hanno dato ai loro tempi…ma il discorso può esser esteso ad altri sistemi,risposte a problemi anche di ordine economico che poi si son mostrati non corretti.

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