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L’assassino è il maggiordomo populista

– Gli uomini non usano quasi mai la libertà che posseggono, per esempio, la libertà di pensare; in compenso chiedono, invece, la libertà di parola.

Siamo alla fine di un lungo percorso storico che ha di fatto sclerotizzato il concetto di libertà. Da una parte la libertà intesa come aspirazione e logica di equiparazione sociale, e quindi il socialismo. Ma le spinte ideali del socialismo hanno ormai smesso di produrre accelerazioni storiche, erose dalla contemporaneità e dalla riscoperta dell’individuo e dell’individualità, nelle sue due logiche dicotomiche e discordanti: da un lato l’individuo inteso nel senso delle potenzialità dell’uomo, di ogni singolo uomo e della forza “espansiva” dei suoi talenti e meriti individuali e dall’altro l’auto-reclusione dell’io civile nell’orticello qualunquistico di un malinteso particulare.

La libertà intesa in termini liberali, cioè non discriminatori né di alcune “specie” di libertà né di alcune “categorie” di individui, è oggi in crisi. E’ soffocata. Ha perso di mordente. Per certi versi, molte delle libertà liberali sono state raggiunte, ed una volta raggiunte, paradossalmente, non ci si interessa più del loro mantenimento in vita. Per altri versi, quelle ancora da raggiungere non si riesce a “comunicarle” come indispensabili per il progresso delle società, delle nazioni, del mondo.

Il liberalismo stagna. Il socialismo, in occidente, non c’è più. Sopravvive nei colori delle cravatte rossi di alcuni politici che a definirli socialisti vien da ridere. Chi ha oggi le royalty del concetto di libertà? E’ buffo a dirlo. E’ come in quei romanzi noir nei quali la storia è ambientata in un bellissimo castello, di proprietà di un suggestivo personaggio, di solito arcigno e sospettoso, che poi scopriamo essere stato, un tempo, il maggiordomo dell’ex proprietaria. Forse era il suo amante, forse lei si serviva di lui per giochi innominabili, ma poi, in fin dei conti, lui l’ha sposata, poi l’ha uccisa –   ed eccolo ora, nuovo proprietario della meravigliosa magione con tenuta annessa. Con la parola libertà è andata allo stesso modo. La libertà e ora di proprietà del populismo.

Il populismo era uno strumento usato da tutti, a destra e manca. Uno strumento della serie “ogni tanto, quando proprio serve”. Come certi psicofarmaci da prendere sono in tangibili casi d’ansia. Veniva usato, ma di nascosto. Amante innominato, travestito da altro. Ma poi il populismo si è fatto strada, è diventato amante ufficiale, ha sposato la politica, l’ha uccisa, e mo’ è proprietario dello stabile … il Parlamento. Ma mica solo del nostro. Di molti parlamenti, in giro per il mondo. Pure negli USA detta legge – stramaledetti Tea Party. Com’è stato possibile.

E’ merce, il populismo è merce. Si vende a tutti, sembra non pretendere nulla in cambio. Assolve le masse dalle loro colpe, dà loro l’alibi di non aver niente da nascondere, nessun cadavere nell’armadio, nessuna responsabilità, le benedice. Promette un paradiso che è un misto tra quello socialista e liberale, una strana roba informe, ma che accontenta tutti. Non si sa come sia, ma riesce ad intortare giovani e vecchi. Vende una speranza, quella di non doversi più preoccupare di nulla, tanto ci pensa esso, il populismo – il vindice, a risolvere le cose. Ma per poter far ciò ha bisogno di un nemico, di un capro espiatorio. Un olocausto laico.

Di solito lo individua nella politica, nella classe dirigente: “tutti incapaci”. E la massa risponde “sì sì mandiamoli via, io non li ho mai votati” e come una volta scrisse Leo Longanesi a proposito degli italiani ex fascisti:  “In questa piazza riconosco tanti volti, ma fra tutti c’è un tacito accordo: noi non ci siamo mai conosciuti prima”.

Il populismo prende i voti della destra e della sinistra. Scansa il socialismo che non c’è più, e anestetizza il liberalismo che potrebbe esserci ancora. E poi –  e qui l’Italia docet – è venuta meno una delle logiche sostanziali per la compiutezza e per l’applicabilità del liberalismo, ossia, l’autorevolezza della democrazia parlamentare. In poche parole il populismo è una delle cause assolute del declino dell’ importanza e, persino, della pratica concreta del parlamentarismo.

I parlamenti sono delegittimati. I politici pure, la politica di conseguenza. Populisti appartenenti a caste accusano i politici di appartenere alla “casta”. Diseredati, che tali rimarranno, si mettono nelle mani dei loro padroni che gridano “vi hanno rovinato, ribellatevi, ci penso io”.  Destra e sinistra diventano categorie obsolete schiantate dalla nuove logiche del presente, e il populismo ingrossa le sue file contando sul fatto che la maggior parte degli scontenti non sono, come la destra e la sinistra, in grado di interpretarle. Raccoglie, in poche parole, i milioni di sbandati dopo lo sfondamento delle ultime difese della modernità.

Si parla, ma non si pensa. Il populismo confonde, e fa confondere, libertà con comunicazione – tutti comunicano e son convinti così di essere liberi – se c’è comunicazione c’è libertà, pensano, ma non è così. La comunicazione, la ipercomunicazione, massmediatizzazione del tutto e del sé, se è ideologicamente “gestita” non è libertà – ed allo stato, in verità, è ben gestita.

Ecco il perché della frase iniziale: “Gli uomini non usano quasi mai la libertà che posseggono, per esempio, la libertà di pensare; in compenso chiedono, invece, la libertà di parola.” Che, ovviamente, non è mia ma fu scritta ben più di un secolo e mezzo fa da Soren Kierkegaard.

In ultima analisi, finchè in un modo o nell’altro non riusciremo a strappare la parola “libertà” dalle mani dei populisti, dei vuoti a perdere culturali e politici, per la libertà di pensare saranno tempi duri. Il populismo ha ucciso il socialismo, ha rinchiuso in cantina il liberalismo, diseduca al pensiero tematico, non fa emergere idee … ma le fa scegliere.

E finchè il populismo starà al potere politico e culturale, per il liberalismo saranno tempi duri. Tanto duri che se oggi voi andaste in giro a chiedere “cosa vuol dire libertà” molti risponderebbero “partecipazione”. Eh sì, dobbiamo compiere un delitto altrettanto perfetto quanto il suo, dobbiamo uccidere il populismo. Ma attenzione. Il populismo non si farà far fuori facilmente, non lo ha mai fatto. All’ultimo, quando sei convinto di averlo messo nel sacco, tira fuori la sua arma segreta … si trasforma … in destra conservatrice … o peggio ancora … reazionaria. Bestiaccia maledetta.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “L’assassino è il maggiordomo populista”

  1. Patrizia Tosini scrive:

    Visto che non sono su Facebook, ti “liko” qui: bravo Francesco, articolo bellissimo !

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