– La Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha da poco licenziato una mini-riforma della (archeologica) legge sull’Ordine dei Giornalisti. Tale norma rappresenta il primo serio e concreto tentativo di innovamento della disciplina di riferimento per chi svolge attività giornalistica, da 48 anni a questa parte; ma non è una buona notizia. Qualcuno penserebbe che nel mondo di oggi – sempre più veloce e sempre più competivo – rivoluzionato da nuove strategie comunicative e dalla potenzialità di un fondamentale web 2.0, anche il mestiere del giornalista (come anacronisticamente  concepito in Italia) si sia ammodernato e adattato duttilmente alla realtà. Che nel mondo di oggi (dove per scrivere un buon articolo di opinione o di cronaca bastano una tastiera e una connessione internet) si sia finalmente provveduto ad attuare una serrata liberalizzazione della professione suddetta, slegandola dall’anacronistica concezione corporativista-castale che sembra ancora dominare i pensieri di molti operatori (e non). E invece no.

Tutto quello che prevede il testo della mini-contro-riforma dell’ordine dei giornalisti è un innalzamento delle barriere all’entrata per l’abilitazione dei pubblicisti (sarà ora obbligatorio un esame che verterà sulle conoscenze di cultura generale e delle norme deontologiche) e dei professionisti (una laurea triennale sarà assunta a requisito obbligatorio). Manco a dirlo, l’Ordine è più che felice di rimarcare la intrinseca differenza che sembrano avere i giornalisti con il tesserino rispetto a tutti gli altri appartenenti alla specie umana, puntando – come sempre – il dito contro l’incommensurabile pericolo delle “liberalizzazioni selvagge” (sic!), le quali porterebbero a un immediato calo di qualità e a un consequenziale svilimento della professione giornalistica.

Queste idee nascondono una piccola ma intensa malattia mentale, che si è diffusa e incancrenita nelle menti degli italiani. Una sorta di amore verso la miseria e la mediocrità. La continuazione dell’impianto corporativo-fascista degli Ordini è, infatti, un virus spiritual-sociale che ha deturpato per sempre la concezione che gli italiani hanno avuto/hanno/avranno delle fantomatiche “professioni intellettuali”, rivestendole di un velo di sacralità; invece di sottoporre le prestazioni professionali all’attento esame del mercato (che altro non sono – in questo caso – che i lettori stessi), si preferisce piegare il mercato (cioè i lettori) alla professione, per il buon nome della stessa. E’ uno schema che si ripete paro-paro per avvocati, architetti, ingegneri, giornalisti e molto altro ancora; tutto è possibile nel paese più sventurato d’europa, nel povero paese dove ogni categoria ha il suo monopolistico e granitico Ordine Professionale di riferimento. Perché tutto questo (è bene sottolinearlo) avviene solo in Italia. Analizzando unicamente la professione del giornalista, è impossibile non notare come l’Italia sia relegata – purtroppo giustamente – a mero fanalino di coda del Vecchio Continente in merito a libertà economica e apertura al mercato. L’intera Europa concepisce generalmente l’attività giornalistica basandosi secondo logiche di mercato, associativo-sindacali e organizzative proprie delle aziende editoriali in cui viene svolto il lavoro vero e proprio. Lo Stato interviene di rado, solitamente partecipando alla commissioni per abilitare l’aspirante giornalista alla professione (è questo il caso del Belgio e del Lussemburgo). E poi vi sono quei paesi in cui dell’intervento dello Stato non vi è nemmeno l’ombra, come l’Inghilterra e la Germania.

Strano ma vero: nel Regno Unito (e Irlanda) – in assenza di un controllo normativo di natura pubblica – sono fioccate libere associazioni di giornalisti (delle specie di sindacati-club). Altro che caos anarchico provocato dalle “liberalizzazione selvagge”: chiunque può, semplicemente, mettersi davanti a una tastiera e scrivere; se i suoi “pezzi” saranno validi, potrà fare strada e iscriversi (se lo ritiene opportuno) all’associazioni più vicina ai suoi orientamenti e alle sue affinità politiche e non. Medesimo discorso (come scritto sopra) anche in Germania, dove chiunque può liberamente e pacificamente definirsi giornalista. Proponiti all’editore e mettiti in gioco, that’s all. Così si fa nei paesi civili: ci si getta nella pugna e si formano libere associazioni.

Anche nei paesi ove la professione giornalistica viene sottoposta a controlli stringenti ed è tutt’altro che de-regolamentata ma affidata a organizzazioni sindacali e/o commissioni composte unicamente da giornalisti/miste (Belgio, Lussemburgo, Francia, Norvegia, Austria), non esiste assolutamente nulla di paragonabile all’Ordine, che costituisce un vero e proprio – oltre che vergognoso – unicum tutto italiano. Solo il Portogallo è analogicamente ricollegabile all’Italia; e non è un caso se in entrambi i paesi gli Ordini (che tuttavia in Portogallo è stato abolito nel 1979 per venire sostituito dallo Statuto Professionale dei Giornalisti) siano stati partoriti da uno spietato regime corporativista-antiliberale, i cui rimasugli carsici sono ancora vivi e lottano in mezzo a noi.

Questo provvedimento bipartisan che si colloca nella scia social-corporativa di una sfilza di proposte liberticide (basti pensare alla legge ammazza-sconti sui libri o alla controriforma forense che rischia di venire approvata in via definitiva) rappresenta l’ennesima (e sicuramente non l’ultima, visti i precedenti) occasione mancata per cercare di collocare questo malmesso paese nel solco economico europeo e di spezzare il purulento circolo vizioso che alimenta gli Ordini Professionali, stroncando sul nascere le prospettive e le ambizioni lavorative dei giovani, che chiedono possibilità e prospettive fondate su politiche che sappiano davvero cogliere il futuro e il passo dei tempi. Ma nel paese dei dinosauri, nulla si muove.