Il Terzo Polo sia responsabile. Parli d’altro, non di ‘politica’

di CARMELO PALMA – Se troppi alla “responsabilità politica” consacrano il proprio impegno, così chiamando una speciale disponibilità a dire e fare ciò che serve all’interesse generale secondando quello particolare, ci piacerebbe che il Terzo Polo desse prova di diversa responsabilità, non nel senso dell’accordo, ma piuttosto del disaccordo. Non della coesione, ma della distinzione.

Di fronte ai sinistri scricchiolii del nostro debito pubblico, il Parlamento italiano meno di un mese fa ha consentito al governo di licenziare, a tempo di record, una manovra inutile e probabilmente dannosa. Adesso che si riaprono le Camere, sarà meglio cambiare registro. Pensavamo allora – e pensiamo ora che a quella manovra bisogna porre rimedio – che c’è qualcosa di più patriottico che non disturbare il manovratore. Meglio, molto meglio, disturbarlo. Per meglio e più credibilmente dar torto anche ai “contro-manovratori”, ingolositi dal dividendo della rovina.

Tra il Cav. che pensa – e comunque dice – che non c’è problema, e quelli che dicono – e perfino pensano – che il problema è lui, il Terzo Polo ha il dovere e appunto la responsabilità di guardare alle cose e non alle ombre che le luci proiettano sul fondo della caverna. Mentre da Bruxelles e Francoforte ci arrivano gli ordini su carta intestata (e meno male)  una politica responsabile dovrebbe ammettere che la tutela esterna non va bilanciata, ma assunta come vincolo interno. Non basta il commissariamento dell’esecutivo. Serve l’auto-commissariamento del sistema politico. La ricreazione è finita e ha ragione la signora maestra.

Ci piacerebbe allora che il Terzo Polo non stesse in mezzo, ma fuori dai giochi per come i “primi” e i “secondi” vorrebbero condurli. A star lì, né troppo vicini né troppo lontani, né troppo disponibili né troppo indisponibili, pensiamo che non si possa fare del bene e neppure ricavare vantaggio. Il dove del Terzo Polo e il suo ubi consistam morale, prima che politico, è nel punto preciso in cui si è consumato il fallimento della Seconda Repubblica: nel trade off tra la politica e il governo, tra costi di esercizio e efficienza di sistema. Diversamente un Terzo Polo non avrebbe spazio e forse neppure senso, riducendosi ad un’area di riserva parlamentare e politica, priva di ambizioni proprie e sensibile a quelle altrui.

Il Terzo Polo nei prossimi mesi dovrebbe parlare solo delle cose impossibili, delle riforme impronunciabili. Della previdenza, del mercato del lavoro, del settore pubblico e del “comparto” istituzionale. Dello Stato e del suo perimetro efficiente. Del mercato e della sua “moralità”. Cominciando da domani e scommettendo sulla possibilità di risvegliare dal sonno dogmatico un elettorato più incline a credere che a capire, a illudersi che a sperare, a postulare che a esigere, a rivoltarsi che a ribellarsi. Vaste programme, en effet.

In Italia, però, non è fallito il bipolarismo. È fallita una politica accomodata nell’illusione che delle cose di cui non si può parlare, occorra tacere. È fallita l’idea che l’agonismo “antropologico” possa surrogare la competizione politica, che il feticismo ideologico possa rimpiazzare la passione civile, che tra la realtà e la rappresentazione politica non debba – e addirittura non possa – darsi una relazione onesta. Per costruire un alternativa, per forza da lì, anzi solo da lì, occorre ripartire.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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