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Ecco a voi lo “zombie movie”. Chi sono i teppisti che incendiano il Regno Unito

In Inghilterra sta andando in scena il più grande “zombie movie” della storia. Masse di insorti senza nome non parlano nemmeno, ma distruggono tutto, proprio come gli zombie. La gente si barrica in casa, inchiodando le assi alle finestre per non farsele sfondare, proprio come nei film. Ma è tutto vero. Settantadue ore di caos, un morto, 35 feriti, oltre 500 arresti, gli incendi più vasti che Londra abbia mai conosciuto dal 1945 ad oggi. E la sonnacchiosa politica britannica, chiusa per ferie fino all’ultimo weekend, ha finalmente riaperto un occhio.

Non è una bella figura quella fatta dal governo Cameron, già indebolito dallo scandalo delle intercettazioni dei giornali di Murdoch. Ora parla di “peso della legge”, pronto ad abbattersi sui facinorosi, ma è il grido di allarme a buoi già scappati: la “ribellione” senza nome è già uscita da Londra e ha prodotto danni immensi ai cittadini di Manchester, Birmingham, Bristol, Liverpool, Nottingham, Leeds e Medway (Kent). La reazione è stata lenta. “E’ affascinante vedere come le società occidentali postmoderne reagiscono a violenze, saccheggi e criminalità commessi su larga scala contro cittadini innocenti” – commenta lo storico Victor Davis Hanson sulla National Review – “Nel Regno Unito i politici hanno dubbi se usare o meno gli idranti, come se stessero parlando di armi nucleari”.

La polizia ha agito al peggio. Cittadini esasperati da saccheggi e distruzioni denunciano l’inerzia degli uomini in uniforme, spesso impotenti, sempre un passo indietro rispetto ai rivoltosi. Nella conta delle vittime, oltre al governo Cameron va annoverata proprio Scotland Yard. Se la rivolta è scoppiata e dilagata, in molti quartieri quasi per gioco o per imitazione, alimentata da ragazzini di 14 anni e bambini di 10, se alcuni saccheggiatori improvvisati entrano coi carrelli della spesa in centri commerciali devastati per fare la spesa gratis, è perché, tutto sommato, l’idea più diffusa è che la polizia non possa far nulla. Gli avvertimenti sono severi: “Vi arresteremo”, ammonisce in televisione la Polizia Metropolitana (Met), “La violenza è semplicemente senza giustificazioni”, ribadisce Christine Jones, comandante della Met. Ma le azioni non sono altrettanto determinate.

Boris Johnson, sindaco di Londra, è stato rimbrottato in diretta Tv da una donna vittima delle violenze: “un mattone ha attraversato la mia finestra e non c’era nessuno a difendermi!”. Il problema è che questa ondata improvvisa di violenza è scoppiata nel momento sbagliato: la polizia è rimasta “vittima” dei tagli decisi, quale misura di austerity, dal governo Cameron. E dunque i poliziotti (e i sindacati del servizio pubblico alle loro spalle) sono meno intenzionati ad assumersi la responsabilità di un lavoro rischioso. In pratica: stanno facendo capire a chiare lettere di essere irrinunciabili. Ma anche prima dello scoppio della rivolta, l’immagine della polizia era incrinata e la sua credibilità minata. Lo scandalo delle intercettazioni illegali dei giornali di Murdoch aveva svelato al pubblico un sottobosco fatto di mazzette e abusi d’ufficio: poliziotti disposti a rivelare segreti in cambio di piccoli arrotondamenti di stipendi già alti.

Quando dei poliziotti hanno ucciso un uomo di colore di 29 anni, Mark Duggan, la scintilla che ha fatto scoppiare la ribellione di questi giorni, pochi hanno creduto alla versione data da Scotland Yard (che Duggan avesse sparato per primo), nonostante siano state mostrate le prove: il proiettile ancora conficcato nell’auto degli agenti. Anche questo era un fortissimo segnale di sfiducia. E ieri sera è arrivato il colpo di grazia: non c’è ancora nessuna prova che Mark Duggan abbia sparato contro gli agenti. Lo ha reso noto la Commissione Indipendente che esamina i reclami contro la polizia (Ipcc), che in una nota sottolinea come ”al momento non c’è la prova che la pistola ritrovata sulla scena abbia sparato durante l’incidente”.

Insomma, la polizia mente oltre che non intervenire a protezione dei cittadini? La polizia farà sempre a tempo a riscattarsi, comunque. Il banco di prova sarà oggi, perché per la quarta notte di disordini è previsto un dispiegamento straordinario di uomini in uniforme, ben 16mila per la sola capitale. E sono state cambiate anche le regole di ingaggio: potranno sparare anche proiettili di gomma. Roba da guerriglia nell’Ulster, insomma. Ma usata nella capitale.

“Non c’è nessuna giustificazione sociale o economica a queste violenze”, ha tuonato ieri il premier Cameron, aggiungendo, con sommo disprezzo, che queste analisi sono “cose da sociologi e attivisti”. La terza grande vittima della “rivolta” inglese, oltre al governo e alla polizia, è in effetti proprio la sociologia. Come sempre, in Europa, è incapace, non solo di prevedere, ma anche di comprendere una ribellione già in corso. Ai tempi della rivolta delle banlieu parigine, i sociologi citavano Londra come esempio di “multiculturalismo riuscito”. Oggi che Londra è in fiamme, analisi stereotipate e prefabbricate parlano di “rabbia covata da anni”, in cerca di un pretesto per sfogare il disagio represso.

La povertà e la discriminazione sono indicate, come sempre, come le vere forze motrici della ribellione. Sono analisi che stonano con le scene di ragazzini di età scolare che derubano i loro coetanei feriti, distruggono negozi, case e automobili senza far distinzioni, non rubano beni di prima necessità ma i-Phone, i-Pad, computer e televisori Led, non danno l’assalto ai forni, ma razziano i negozi di Armani e Adidas. E i loro passaparola avvengono con un massiccio uso di costosissimi BlackBerry. “Vogliamo far vedere ai ricchi che possiamo fare quel che vogliamo”, ridacchia una ragazza ai microfoni della Bbc mentre sorseggia vino appena rubato da un supermercato. A parte l’aggettivo “ricchi”, è una ben strana lotta di classe quella che si sta compiendo a Londra. Senza slogan, senza coscienza, senza un’agenda politica. Solo saccheggio o atti di puro teppismo.

In questo caso è difficile anche seguire le analisi di chi punta il dito contro il multiculturalismo. E’ vero: benché i media tacciano su questo fatto, tutti i saccheggiatori ripresi da video e fotocamere sono neri, mulatti o olivastri. Di bianchi non se ne vedono (mandatemi una foto, se la trovate), se non fra le vittime dei saccheggi. Ma non è violenza razziale. Non abbiamo masse islamiche che urlano “Allah u Akhbar” prima di lanciarsi all’assalto dei negozi di infedeli e nemmeno masse di neri che vogliono vendicarsi degli ex “padroni” bianchi. I saccheggiatori e i vandali distruggono proprietà di bianchi e neri indistintamente. La loro furia distruttiva è priva di pregiudizi etnici o religiosi.

E quindi? Quindi c’è una quarta grande vittima della rivolta, oltre al governo, alla polizia e alla sociologia: il welfare state. Benché alleggerito dai governi Thatcher, il lascito del welfare è ancora pesante. I “ribelli” di questi giorni ne sono figli: disoccupati, percettori di sussidi, figli mantenuti da percettori di sussidi. “E’ il welfare state, ora è chiaro, che ha allevato una generazione totalmente priva di senso di comunità” – commenta l’editorialista Brendan O’Neill su “Spiked” – “Quelle che vediamo in azione nelle strade di Londra e altrove, altro non sono che le gang del welfare. I giovani che si stanno ‘sollevando’ – in realtà non fanno altro che distruggere le loro stesse comunità – rappresentano bene una generazione che è stata aiutata dallo Stato più di qualsiasi altra che l’ha preceduta. Vivono in quei territori urbani in cui la massiccia intrusione del welfare state negli ultimi 30 anni ha spazzato via qualsiasi ideale di indipendenza individuale e qualsiasi spirito di comunità”.

“Molti inglesi delle sottoclassi urbane” – spiega Iain Murray, del Competitive Enterprise Institute – “hanno avuto facile accesso al credito nel corso degli ultimi dieci anni, quando avevano già a disposizione un reddito sicuro garantito dagli aiuti statali. Hanno speso questi soldi, nella maggior parte dei casi, in televisori, videogame e abiti alla moda. Questo credito facile, incoraggiato dalle politiche monetarie di Gordon Brown e Tony Blair, ora si è prosciugato. E così, in questi giorni, si stanno prendendo gratis quel che prima compravano”. Tesi brutale, ma efficace, per capire cosa passa per la testa di chi è pronto a provocare morti pur di arraffarsi un i-Pad gratis.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Ecco a voi lo “zombie movie”. Chi sono i teppisti che incendiano il Regno Unito”

  1. Marcello Mazzilli scrive:

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