Perché è troppo presto per scrivere il coccodrillo dell’Europa

di CRISTINA MARCONI – Non c’è bisogno che l’euro crolli, che l’Unione europea si spacchi e che uno dei più bei progetti politici della storia svanisca per trarre una semplice conclusione: peggio di così non poteva andare. Non c’è praticamente nessuna critica che possa essere risparmiata in questa gestione della crisi dell’euro, non sono molti gli errori che non siano stati fatti da una leadership europea priva di nerbo e completamente in balia degli eventi. In cui l’unico che potrebbe tirare fuori il vigore e il buon senso necessario per tornare al sano europeismo d’antan è un Nicolas Sarkozy ispirato da un gol a porta vuota in vista delle elezioni. Anche se ormai la situazione potrebbe essere compromessa.

Approfittando di uno di quei fugaci momenti in cui tra un tonfo e l’altro le borse risalgono, lasciamo che la preoccupazione faccia spazio alla riflessione e ripercorriamo quanto accaduto negli ultimi anni per cercare di capire come si sia arrivati a questo punto. Un punto in cui la Banca centrale europea, nel ruolo del padre severo ma protettivo, è costretta a fare la sua parte e a soccorrere i figlioli per salvarli dal baratro in cui si sono messi da soli. Figlioli dissennati, in ogni senso possibile: sia quelli che hanno sperperato allegramente denari negli ultimi anni, dormendo sugli allori dell’ingresso nella moneta unica senza riformarsi, senza preoccuparsi di crescere, sia quelli che, più ricchi e culturalmente austeri, non hanno saputo imporre requisiti minimi di rigore ai bilanci pubblici e, alle prese con le loro preoccupazioni elettorali, hanno permesso che venissero inannellati errori gravissimi, uno dopo l’altro.

Errori come un Trattato di Lisbona con cui si riuscirebbe a governare a malapena una piccola regione, come un servizio di azione esterna che ancora non ha una forma, come due nomine infelici come quella di Catherine Ashton e Herman Van Rompuy, come una politica sul clima velleitaria e inconcludente. Per non parlare della riconferma di Manuel Barroso alla guida della Commissione e della decisione di tenere Joaquin Almunia, simbolo degli anni in cui i vari mostri, tra conti greci e bolle finanziarie varie, andavano crescendo tra l’indifferenza generale, e affidargli l’importantissimo portafoglio dell’antitrust, un tempo di primo piano e ora finito nel grande calderone di quello che l’Europa, in una crisi di autostima, sembra aver deciso di buttare via come se non servisse a niente.

E si potrebbe andare proseguendo per ore con questo triste elenco di piccole furbizie diplomatiche, compromessi bizantini e incomunicabili, raggiunti a tarda notte e nati già vecchi, piccole e frequenti deviazioni dal progetto europeista che alla fine sono diventate un’alterazione dello stesso. L’unica eccezione si è vista durante la crisi finanziaria del 2008, quando effettivamente l’Ue agì come un sol uomo per andare in soccorso del suo sistema bancario. Senza badare alle conseguenze e senza avere la forza di imporre, una volta tornato il sereno, qualche riforma al tentacolare mondo della finanza. Che è uscito dalla crisi più forte di prima, mentre l’Europa rischia di chiudere i battenti se non si trova una soluzione a quello che sta avvenendo.

Ma la soluzione da tempo non è più a portata della Commissione, che anche solo due anni fa, sebbene già fosse da molto tempo nelle mani del molle Barroso, non avrebbe mai permesso che fossero i soliti Sarkozy e Merkel a dire se gli impegni italiani vanno bene o no, se la Bce deve intervenire o no, se l’Italia deve essere salvata o no. La Bce è riuscita a mantenere la sua credibilità nel corso degli anni, sfuggendo a quell’annacquamento che hanno subito gli altri organi Ue, e questo fa sì che le si possano perdonare degli errori e una certa rigidità: l’Eurotower ha fatto la sua parte e ora sta agendo da pompiere, la politica, obiettivamente, è stata deludente e ha perso credibilità. Il Consiglio è diventato una sorta di mercato delle vacche, in cui le decisioni si prendono in pochi e a cui Van Rompuy non ha saputo dare né lustro né forza.

Nella migliore delle ipotesi questa crisi, che somiglia sempre più ad una rivoluzione, porterà l’Europa a dover serrare i ranghi e a dover cercare quel supplemento d’anima per sopravvivere e rilanciarsi. Se le cose continueranno ad andare così male, si dovrà prima o poi arrivare ad una vera discussione sugli eurobond, l’unica soluzione veramente efficace secondo gli analisti. La peggiore delle ipotesi vedrebbe tutto crollare miseramente sulla scia dell’euro, ma potrebbe riservare delle sorprese. Innanzi tutto che l’architettura europea è molto più ingegnosa e salda del previsto, grazie agli astuti padri fondatori. E poi finirebbe con l’applicarsi una regola che la storia recente del Belgio, piccolo paese pieno di spunti che non a caso ospita le istituzioni, illustra alla perfezione: dividersi è un segno d’intesa ben più forte che non restare insieme.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

One Response to “Perché è troppo presto per scrivere il coccodrillo dell’Europa”

  1. Scusa, non mi è chiaro se “l’opzione Belgio” rappresenterebbe un balzo in avanti delle istituzioni europee oppure una mossa gattopardesca.
    Per il resto, la mia convinzione è che i vari Barroso, le Ashton e le nomine infelici di cui giustamente parli, non sono un caso, ma il risultato di una precisa volontà di tenere un profilo bassissimo, rasoterra direi.
    Gli americani possono sbagliare ma hanno un governo dell’economia, in Europa non esiste un governo finanziario transnazionale e questa è una della ragioni principali per cui i mercati vendono.

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