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In pensione a settant’anni. Bolliti a quaranta. Ma la soluzione non è assistenziale

– Per molti italiani si profila un ulteriore spostamento in avanti dell’età della pensione, fino ad un massimo di circa settant’anni. La riforma del sistema previdenziale potrebbe entrare – anche sotto la spinta europea – tra le misure necessarie per ripagare la benevolenza della BCE e la garanzia franco-tedesca sul nostro debito pubblico. Si tratta peraltro di una riforma necessaria, al fine di mantenere un rapporto sostenibile tra popolazione a riposo e popolazione attiva. Il trend demografico vede infatti un progressivo invecchiamento del paese, in virtù della bassa natalità e dell’allungamento dell’aspettativa di vita.

Tuttavia l’innalzamento dell’età pensionabile pone molti problemi ad un mercato del lavoro che non è certo ben ricettivo dei lavoratori anziani, che sono considerati più costosi, meno flessibili ed in definitiva meno produttivi. Così molte aziende cercano di disfarsi dei lavoratori oltre i cinquant’anni, magari avvalendosi degli ammortizzatori sociali concessi dallo Stato, quali la “mobilità lunga” per l’accompagnamento al pensionamento. E molto spesso, per chi è in cerca di lavoro basta essere over 40 per essere considerato “bollito”.

Questa contraddizione tra aumento della soglia di età per il pensionamento e scarsa appetibilità e rivendibilità dei lavoratori senior rappresenterà uno dei problemi cruciali del nostro paese e in qualche modo è necessario farsene carico. Ma il problema è: “chi deve farsene carico?” La prima possibilità è che – come già in parte avviene adesso – se ne faccia carico lo Stato. In altre parole innalzamento in linea di principio dell’età pensionabile, ma temperato dalle eccezioni così care al nostro modello “duale” di mercato del lavoro – cioè da opportune politiche di prepensionamento a favore dei lavoratori della grande impresa. E’ senz’altro questa una soluzione molto discriminatoria, che distingue tra lavoratore e lavoratore, ma rappresenta al tempo stesso lo scenario più verosimile, in virtù delle pressioni congiunte di carattere corporativo che verranno da Confindustria e dai sindacati.

La seconda possibilità è che a farsi carico della minore efficienza dei lavori anziani siano le aziende, obbligate a garantire ai dipendenti il posto fisso fino ai settant’anni. Questa, tuttavia, è una soluzione che rischia di appesantire ulteriormente il nostro sistema produttivo, “condannando” le imprese a tenere in organico dipendenti stanchi, poco motivati, poco dinamici e non al passo con i tempi – insomma un ulteriore handicap, specie in un momento storico in cui c’è da confrontarsi con l’avanzata dei paesi emergenti, trainata da gente giovane e con una grande voglia di mettersi in gioco.

La terza possibilità è, invece, responsabilizzare il lavoratore, cioè spingerlo a restare professionalmente “in forma” per tutta la carriera lavorativa, da un lato riducendo il rischio di perdere il posto, dall’altro accrescendo la possibilità di trovarne più agevolmente un altro, nel caso in cui l’impresa che lo impiega se ne dovesse o volesse disfare. Si tratta di un cambiamento di mentalità importante, in un paese in cui trovare un impiego a tempo indeterminato per molti significa essersi sistemati per tutta la vita ed in cui la maggior parte dei cinquantenni non ha scritto o aggiornato un curriculum negli ultimi vent’anni.

L’idea che deve farsi strada è che il lavoro che si ha non è per sempre. Può durare un anno, dieci o trent’anni, ma potrebbe non portarti fino alla pensione. Pertanto se sei un lavoratore dipendente devi o rimanere in grado di trovare lavoro presso un’altra azienda quando se ne presenterà la necessità oppure essere in grado di metterti in proprio, magari anche in tutt’altro ambito rispetto a quello in cui hai lavorato. Niente vieta, ad esempio, che uno faccia l’ingegnere per trent’anni e poi a cinquantacinque anni rilevi un negozietto.

Perché una persona possa rimanere competitiva per tutta la sua carriera lavorativa servono però essenzialmente due cose. La prima è una liberalizzazione delle professioni, affinché il lavoro autonomo ed il lavoro dipendente non siano compartimenti stagni – serve, in altre parole, un sistema in cui sia effettivamente possibile passare da operaio a tassista.

La seconda è la formazione continua. Occorre affermare che la formazione ed il lavoro non sono due fasi distinte e separate dell’esistenza di un individuo, ma si continua ad imparare per tutta la vita. Occorre convincere chi lavora ad investire su se stesso nell’ottica di restare aggiornato e di migliorarsi. Perché ciò sia possibile è necessario, però, chiedere uno sforzo anche alle aziende che dovrebbero contribuire alla formazione del dipendente – e non solamente per le loro esigenze specifiche, ma anche in un’ottica di crescita professionale più generale.

Sarebbe serio se nei prossimi contratti collettivi ci fosse una moratoria sugli aumenti retributivi “automatici” e alle aziende fosse al contrario chiesto di pagare dei voucher formativi a quei lavoratori che abbiano voglia di dedicare qualche sabato o qualche sera a seguire dei corsi di aggiornamento – dalle lingue straniere, all’informatica, alle modalità di start-up di un’attività autonoma. Altresì, potrebbe anche essere sensato agevolare piani di career break che forniscano ai lavoratori occasioni di riqualificazione professionale e di crescita culturale a tutto tondo.

Purtroppo, se guardiamo alla situazione di oggi, l’invecchiamento anagrafico della forza lavoro rappresenta un elemento di criticità per il sistema. Ma piuttosto che risolvere la questione scaricando i costi dei lavoratori anziani sull’INPS o conservando loro il posto in un’ottica puramente assistenziale, la via maestra è quella di costruire una generazione di cinquantenni e sessantenni competenti, aggiornati e dotati di spirito di iniziativa.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

5 Responses to “In pensione a settant’anni. Bolliti a quaranta. Ma la soluzione non è assistenziale”

  1. Paolo scrive:

    Bello e giusto.

    Ma mi permetta, ingegnere: provi a recarsi a Pontedera (non lontano dalla sua città natale) ai cancelli della Piaggio, e ne parli con qualche operaio addetto al montaggio motori in catena: non necessariamente un aderente all’ala estrema della Fiom, va benissimo anche un trentacinquenne della Uilm, o meglio ancora un senza-tessera.

    Gli chieda di “responsabilizzarsi”, di “restare in forma per tutta la carriera lavorativa”, di “aggiornare il curriculum”, di “investire su se stesso”.

    E gli rappresenti che non deve sentirsi “sistemato per tutta la vita”, ma che magari a cinquantanni potrà “rilevare un negozietto” grazie agli stipendi accumulati.

    Poi torni a raccontarci su Libertiamo che risposte ha ottenuto…

  2. pippo scrive:

    Cominciamo con le riforme a costo zero:

    Abolizione del sostituto d’imposta, il datore di lavoro versa tutto con bonifico e la banca in automatico rigira gli acconti Irpef e Inps

    Abolizione delle Camere di commercio e passaggio delle competenze alle Regioni per la tenuta dei registri.

    Scommettiamo che il mercato del lavoro avrà giovamento?

  3. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Nell’ ’85 Reagan in Islanda andò incontro a Gorbaciov informato già dalla CIA dell’ imminente crollo dell’ URSS .Come ?Gli USA erano semplicemente riusciti a sapere che lì l’ età media cominciava a calare .Ora,indubbiamente lo stato sociale pesante di tipo clerico-socialista è in disarmo. Sarà sostituito da un sistema liberale o da qualcos’altro?. Non si sa . Però finora l’ età media è aumentata: continuerà ancora così, o no?.L’ ISTAT, che mantiene il sacco alle ipocrisie del governo , è la stessa che 50 anni fa non seppe prevedere la “congiuntura” e la fine dell’incremento della natalità o è diventata più brava?.
    Bismarck, inventando le pensioni , le fissò a 65 anni perché quella era l’età media dei Tedeschi del tempo.
    Da allora, in tempi oscuri , è sempre quella la segreta epistemiologia dei governi sul problema : l’ “agganciamento” all’
    aumento dell’età demografica (inevitabile e certa,per carità : e quindi perché non giocare d’anticipo?) è una frottola buona per chi ci è e per chi ci fa.
    Postilla : da un blog liberal-radicale mi sarei aspettato almeno una parola , di questi tempi, sui privilegi fiscali del Vaticano-come certamente avrebbero fatto un Einaudi o un Pannunzio. La sparuta pattuglia dei volenterosi loro eredi patisce forse troppo la contiguità di Rutelli e di Casini.

  4. Silvano scrive:

    @paolo
    Si faccia anche lei un giro, magari in Veneto o in Emilia, per scoprire quanti dipendenti sono diventati padroncini.
    In tutti i paesi sviluppati la quota di popolazione attiva è superiore rispetto all’Italia: UK, Germania, Usa, Canada, Svezia, Olanda, etc. Siccome non credo che i nostri 50enni siano biologicamente inferiori ritengo che una svolta sia tanto inevitabile quanto auspicabile.

  5. Paolo scrive:

    In Veneto e in Emilia sono diventati padroncini tanti dipendenti. In particolare quelli con la moglie baby pensionata pubblica a 1300 al mese.

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