Desperate Archeology

– Mario Rossi é un archeologo quarantacinquenne, laureato in lettere, dottore di ricerca in topografia antica, con post-dottorato, autore di numerosi contributi sulla ricostruzione di città e complessi dell’Italia antica su riviste nazionali ed internazionali di riconosciuto valore, oltre che di tre opere monografiche sul popolamento antico dei territori di alcuni centri del Lazio antico (Latium vetus). Alla ricerca, che quasi mai, tanto più se svincolata da enti ed istituzioni, può giovarsi del necessario sostegno economico, ha affiancato l’attività sul campo. Scavi insomma. Prima per “fare esperienza”, poi per sopravvivere. Palatino, colle Oppio, pendici del colle capitolino,Tor Fiscale, Ostiense a Roma e nelle immediate vicinanze, Fidene, Giulianova, Teramo, Venosa e Grumento, Pesaro, ed un gran numero  di  sorveglianze archeologiche. Ora dopo anni di stenti e umiliazioni, guadagnate quasi giornalmente, lavorando quando capita e comunque quasi sempre in condizioni non facili, é vicino ad alzare bandiera bianca. Ad arrendersi, suo malgrado, dopo moltissimi altri, ad un mondo nel quale la regola più frequente é quella del più forte.

La storia di Mario Rossi, un nome di fantasia per una vicenda drammaticamente reale, é la medesima di una pletora di ex giovani abbandonati a se stessi. Muti e senza nome perché terrorizzati dalla possibilità che la loro protesta li renda invisi ad un settore per il quale loro, gli archeologi, costituiscono mera manovalanza. Una categoria mal regolata e mal gestita. Abbandonata   anche da quanti, in posizione privilegiata, almeno per spirito di corpo, ne avrebbero dovuto  garantire l’esistenza.

Ma non in Italia. La terra delle centinaia di migliaia di monumenti, piccoli e grandi, ereditati dal nostro glorioso e spesso non abbastanza conosciuto passato. Anfiteatri, teatri, terme, fori, templi, mura, domus, acquedotti, ville, tombe e strade e ponti e dighe ed opere di bonifica. Singoli esempi di differente conservazione. Parti di un insieme che solo più raramente si conserva. Roma certo ma anche Pompei, Ercolano ed Ostia e Terni, Reggio Calabria, Tivoli, Teramo, Lanuvio, Bevagna e moltissimi altri. Da nord a sud, isole comprese. Un tesoro inestimabile. Inestimabile perché non stimato se non in parte. A causa della mancanza di risorse umane ed economiche sulle quali le istituzione (in primis le Soprintendenze archeologiche) preposte alla loro tutela, possono contare. Da qui il ricorso all’infinita, perché continuamente alimentata da nuovi arrivi, schiera di archeologi free. Free nel senso che sono liberi di andare da un posto all’altro, spesso da una città all’altra, lì dove c’é lavoro. Migranti moderni, veri conoscitori della “mobilità” che offrono la loro opera, il loro sapere, a chi lo richiede. Appassionati, ma ormai disillusi.

Il problema, forse, più realisticamente, i problemi sono nei numeri degli archeologi e nelle condizioni offerte nella stragrande maggioranza dei casi.

Esistono alcuni enti di respiro nazionale come l’Associazione nazionale degli archeologi (Ana) e la Confederazione italiana degli archeologi (Cia), ai quali ne vanno aggiunti pochi altri, locali, come l’Associazione siciliana archeologi (Asa), che tentano di farsi interpreti delle esigenze, delle richieste e delle proposte di molti. Ma il loro compito é difficilissimo. Stretti da un lato dal particolarismo dei suoi iscritti e dall’altro dall’imposizione di norme che risulta difficile sopportare.

Il numero di archeologi, privi di stabile collocazione (Università, Musei, Soprintendenze) stimati dovrebbe aggirarsi intorno alle 7000 unità, secondo un censimento realizzato alcuni anni fa dall’Ana. Gli archeologi sono uomini e, soprattutto, donne. Giovani appena laureati desiderosi di trovarsi una fonte di reddito, come ormai attempati signori, stremati e delusi e frustrati, nelle loro aspettative professionali, dalla stabile precarietà. Persone alle cui necessità continua spesso a provvedere la famiglia di origine, o quella acquisita, e solo poche altre, che invece se ne fanno carico, con mille difficoltà. Ancora secondo l’Ana ben il 33% di loro non vive dei suoi studi, il 15% si ricicla come guida turistica e il 16% fa un lavoro totalmente diverso, dal call center, all’attore fino all’elettricista.

Le possibilità occupazionali offerte dal settore, da tempo ormai, sono assai risicate. Anzi gli ultimi anni, pagando in questo un dazio alla crisi economica certamente più grande rispetto ad altri settori, hanno ulteriormente ristretto le possibilità. Università e Soprintendenze, con i loro organici, naturali sbocchi per quanti abbiano intenzione di provarci, offrono assai poco.

Le università sono feudi nei quali per avere chance di entrare occorre generalmente possedere grandi capacità nelle pubbliche relazioni. Molto più di un corposo curriculum ed una solida figura di studioso. Rarissimi concorsi e la quasi totalità una mera formalità per il candidato per il quale sono stati banditi, piuttosto che una autentica prova che stabilisca chi merita. A chi voglia é possibile partecipare, naturalmente. L’importante é non dare troppo fastidio, esserci senza apparire troppo.

Se possibile, le Soprintendenze, gli organi di tutela del patrimonio culturale che con specifico riferimento ai monumenti iniziano ad essere istituite nel 1907, risultano ancora più chiuse. Il personale, nonostante sia evidentemente sottodimensionato (350 funzionari in tutta Italia!), e venga progressivamente assottigliato dai pensionamenti, non viene incrementato con nuove assunzioni. Creando enormi problemi nelle città, sui territori, nel controllo, nelle indagini preventive a nuove realizzazioni. Che da sole, senza scavi veri e propri, potrebbero assicurare un presente meno incerto ad un numero rilevante di liberi professionisti della trowel, che si offrono come singoli o consorziati in piccole cooperative alle Soprintendenze e alle ditte interessate.

Il distinguo non é questione irrilevante, sia sulla possibilità di riuscire ad avere affidato direttamente un incarico qualsiasi, sia sulla sua retribuzione. In mancanza  di un rapporto di conoscenza con l’ispettore di turno le possibilità di essere incaricati di un qualsiasi lavoro di scavo o sorveglianza sono piuttosto scarse, e non certo perché il proprio curriculum venga ritenuto incongruo a svolgere una certa attività. La predilezione di quasi tutti gli ispettori a concedere possibilità di lavoro ad una ristretta cerchia di persone di loro fiducia é molto più di una consuetudine. Così per quelli che  non possono godere di questa fortuna, si prospetta come unica alternativa quella di offrirsi alle tante cooperative aperte dagli archeologi con maggiori possibilità e lavorare quindi in “subappalto”. Certo qui, aumentano le chance di trovare uno “scavetto” o un’assistenza alla posa di qualche tratto di utenza che l’Acea o l’Italgas, o qualunque gestore di pubbliche utenze, abbia necessità di realizzare all’interno di qualche città o in posti che, a volte, é perfino difficile raggiungere per chi non abbia un mezzo di locomozione proprio. Sfortunatamente il compenso per le 8 ore lavorative oscilla tra i 50 e i 70 euro lordi, cifra ben inteso, della quale si potrà godere non prima di 60, spesso 90 giorni. Certo riuscire ad avere un affidamento diretto da parte della Soprintendenza garantisce sulla retribuzione, più alta, ma non sui tempi di attesa. Sei mesi, qualche volta, addirittura un anno, quando la pratica incontra qualche rallentamento o ci si accorge che il capitolo di spesa sul quale incide la consulenza ha perduto parte del suo badget.

I tagli progressivi che hanno investito il comparto cultura nell’ultimo decennio, privando i differenti settori, frequentemente, anche delle risorse necessarie al proseguo delle attività primarie, ha decisamente penalizzato l’archeologia. Incidendo sui suoi operatori, ancora di più su quelli non istituzionalizzati.

Scavi veri e propri ormai se ne realizzano pochi, in Italia. Nella quasi totalità dei casi si tratta di progetti di Istituti universitari che prevedono campagne annuali di un paio di mesi e la massiccia presenza di studenti coordinati da qualche docente. Quindi su questo fronte pochissimi spazi. Le possibilità si giocano perciò in gran parte su quanto offre la cd. archeologia preventiva. Indagini preliminari tipologicamente differenti (per consuetudine preceduti da serie di carotaggi), ma anche sorveglianza, nei casi nei quali l’area per dislocazione topografica o per passati rinvenimenti appaia d’interesse archeologico. Roma, il suo immediato hinterland, da questo punto di vista, é un succedersi di interventi, di proporzioni ed importanza differenti. S’interviene prima che le opere preventivate siano realizzate. I costi degli scavi vengono fatti ricadere sul proprietario dell’area interessata o comunque su chi intende realizzare l’opera. Concedendo una sorta di nullaosta preventivo che in realtà costituisce, nella sostanza, un placet alla realizzazione del progetto, dopo aver consentito (e finanziato) indagini. Ma in Italia, occasioni ve ne sono ovunque.

I nipoti dei grandi archeologi del passato, invidiati ed ammirati in tutto il mondo, sono una categoria al collasso. Che il tempo seleziona impietosamente. Vanno avanti, proseguono quelli che resistono alle troppe, ingiustificate, difficoltà. Ogni tanto se ne parla. Si denuncia la condizione dei “senza futuro” ma anche dei “senza presente”. Come hanno fatto alcuni organi di informazione come l’Espresso (“Archeologi sottoterra”) e  La Repubblica (“Archeologia selvaggia”) nel marzo e nel luglio di quest’anno. Ma anche come hanno fatto gli stessi archeologi organizzando, alla facoltà di Lettere de “La Sapienza” di Roma, un incontro open day nell’aprile di quest’anno e partecipando alla grande manifestazione nazionale di Roma, a maggio, sul precariato.

Prestare ascolto a chi ha deciso di sognare il proprio futuro investendo tanto sul nostro passato non può essere un atto di clemenza, ma piuttosto una necessità per quanti hanno la possibilità e la volontà di cambiare il Paese. Non si tratta soltanto di risorse insufficienti. Serve molto di più. Un ausilio forse, potrebbe venire da una riorganizzazione degli enti ai quali é delegata la salvaguardia e la valorizzazione. Riorganizzazione che non potrebbe non comportare un massiccio turn-over delle risorse umane al momento disponibili. Cambiare per non morire, si direbbe.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Desperate Archeology”

  1. Rorschach scrive:

    Il problema secondo me é di altra natura, che puó apparire alquanto cinica e brutale, ma credo ormai siamo abbastanza adulti per affrontarlo. In un Paese che non riesce a pagare le pensioni alle vecchiette o che, per rimanere in tema, non riesce a trovare le risorse per pagare dottorati in neurofarmacologia o oncologia molecolare (cose che possono ragionevolmente cambiare la vita) é difficile immaginare che si trovino i fondi per far funzionare il settore archeologico. Forse si dovrebbe iniziare a pensare che l´errore sia sistematico e che la formula attuale dei finaziamenti pubblici, con annesse proteste quando i soldi inevitabilmente finiscono, non puó piú andare avanti. L´idea di riorganizzare il settore mi sembra ottima, ma temo che se si vuole semplicemente cambiare l´ordine degli addendi il risultato non cambierá.

  2. ranko scrive:

    ciao Manlio, faremo girare le tue sacrosante parole!

  3. Vanni scrive:

    Professor Lilli, la sua opera di divulgazione relativa a questi problemi è semplicemente eccezionale: la seguo costantemente. Non sono un archeologo, bensì un filologo classico di venticinque anni: tuttavia, conosco bene il settore e i suoi problemi. Dalle mie parti, ad Aquileia, alcuni siti versano in condizioni drammatiche e la gestione dei finanziamenti, già piuttosto bassi, talvolta ci riserva sorpresa inaudite, come la nuovissima costruzione in cemento ricoperta di pietra ‘finto-medievale’ costruita A RIDOSSO della basilica (una delle più antiche e importanti di tutta la cristianità) per coprire un mosaico che si poteva tranquillamente spostare nel Museo archeologico. In compenso, in base a una sciagurata legge che ha riconosciuto il friulano come ‘lingua’ tutelata dalla Costituzione, la Regione Friuli Venezia Giulia eroga ogni anno cifre astronomiche per la difesa dell’idioma: difesa che, beninteso, si esplica negli inutili cartelli stradali bilingui, in spettacoli come l'”Odissee” (ebbene sì: l'”Odissea” portata a teatro… in friulano) e persino nel traduttore simultaneo di friulano in consiglio regionale. Questo per rispondere alle pur acute osservazioni di Rorschach: i soldi ci sono, ma questo è l’uso che se ne fa. Un uso indecente e incontrollato.

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