La società è liquida, la politica sfatta. Ecco perché Bauman vede nero

– Il comunismo è finito, la supremazia degli stati nazionali pure, la governance globale degli organismi politici internazionali invece non è mai iniziata. Cosa resta? Il mercato. E dunque: ma in che mondo viviamo?
L’era globale ci ha consegnato nelle mani di un “potere finanziario senza controllo” – sostiene Zygmunt Bauman, il teorico della società liquida. Ed è “senza controllo”, quel potere, perché non esiste un sistema politico internazionale in grado di limitarlo.

Un potere senza limiti né regole né possibilità di sanzione. Un potere irresponsabile, addirittura perverso. Avete presente la mafia? Ecco, il mercato secondo il sociologo, sostanzialmente agisce uguale. Quello che fa guadagnare gli investitori non coincide con quello che arricchisce il progresso civile. I processi che accrescono il Pil non esauriscono e talvolta persino reprimono i fattori di crescita sociale. L’economia del dono – teorizzata, non a caso proprio all’emergere della crisi internazionale, nell’Enciclica Caritas in Veritate dal Pontefice Benedetto XVI – è un esempio di quanto intellettualmente pressante sia il bisogno di interrogarsi e trovare risposte ‘altre’, risposte umanamente sostenibili al paradosso della globalizzazione.

Il paradosso di un fenomeno che, da una parte, porta benessere a chi ne è stato precedentemente privato, avvicina popoli tra loro economicamente e culturalmente distanti, nutre la fame di libertà in chi ha troppo a lungo vissuto nell’oppressione, aumentandone la dotazione degli strumenti utili a conseguirla. Ma, dall’altro – sembrerebbe, almeno –  fa succedere tutto questo nonostante le persone, ovvero subordinandone la facoltà di deliberazione a qualcosa che prescinde dalla loro voce politica, almeno là dove questa si esercita nelle forme proprie dei regimi democratici.

Ecco, è qui che siamo. Prede di un fenomeno che non controlliamo, di cui non abbiamo colto per tempo le implicazioni, o le cui implicazioni abbiamo completamente frainteso, e che in ogni caso abbiamo avuto il timore (o forse anche la possibilità intellettuale) di affrontare.
La causa del downgrade americano, insomma, non è Barack Obama. Il senso stesso di questo downgrade è tanto aleatorio da apparire solo una specie di diversivo.

C’è un limite strutturale negli esseri umani: non essere in grado di ‘oggettivare’ i processi nei quali si è immersi. Non riusciamo ad accorgerci delle impercettibili ma costanti modificazioni che subisce il nostro corpo – se non a distanza di tempo, oggettivandole appunto, ad esempio attraverso il confronto tra due foto scattate in momenti diversi.

Alcuni – è vero – in questo sommovimento fisiologico-stutturale dell’ecosistema socio-economico globale hanno saputo mantenere lucidità ed anticipare analisi e valutazioni oggi condivise un po’ da tutti. C’era ad esempio chi, in Europa, già con il crollo delle incrollabili banche americane individuava la soluzione non nell’arroccamento anti-mercatista ma nell’avanzata verso l’integrazione politica continentale; costoro avevano colto la necessità di puntare sulla costruzione del pilastro politico, alla cui assenza si è concordi oggi nell’attribuire la tragica (o farsesca) precipitazione degli eventi finanziari scoccati nella periferia economica ed approdati nel quartier generale dell’Unione.

Mancano le idee – opina Bauman. Idee per regolare, indirizzare e governare la struttura del nuovo mondo; mancano apparati mentali adeguati all’evoluzione della specie socio-economico-politica globale, alle sue nuove dimensioni, alle sue nuove urgenze, alle sue nuove leve emotive.

In realtà, più che le idee a me pare manchi il coraggio di seguirle ché questo imporrebbe la forza di sovvertire gerarchie di priorità ormai stantìe ma ancora incombenti, pensionare apparati di potere indebitamente auto-consolidatisi ma altrettanto indebitamente ancora pressanti, rottamare attrezzature inefficaci e che pure sono le sole alle quali si ha la fantasia di ricorrere.

Un esempio: la lotta al narcotraffico ha fallito nel contrastare la diffusione del consumo di droga ed ha rafforzato il contro-potere economico-politico delle organizzazioni criminali, terroristi talebani in testa. La soluzione c’è – la legalizzazione della produzione, della distribuzione ed ovviamente del consumo – eppure non si ha il coraggio di seguirla.

Altro esempio: la perdita di sovranità delle entità statuali a vantaggio della sovrastrutture finanziarie. Sono gli Stati ad aver fatto debiti superiori alla propria capacità di ripianamento. La soluzione per restituire loro il “controllo” auspicato c’è:  togliere la preda (il debito) dal piatto dei legittimi commensali. Non rimpolpare la pietanza con fantomatici piani di salvataggio meta-continentali, ma proprio toglierla dalla disponibilità, ovvero ridurne l’appetibilità.

Le idee per riprendere il controllo del nuovo mondo, quindi, ci sono (nel nostro paese, tanto per dire: vendere il patrimonio che in sessantanni di vita repubblicana non si è stati capaci di far fruttare; razionalizzare il sistema previdenziale ormai demograficamente insostenibile; abbattere le infrastrutture istituzionali inutili, nocive ed insopportabilmente costose…) ma non si è avuto (almeno fino ad ora) il coraggio di seguirle.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “La società è liquida, la politica sfatta. Ecco perché Bauman vede nero”

  1. Elle Zeta scrive:

    Non ho ovviamente soluzioni alle questioni sollevate da Baumanm. Alcune di esse hanno un fondamento. Quello che è per me inaccettabile è la sua chiusura alla possibilità che soluzioni vengano individuate. Mi sembra una sorta di ‘forzatura’ per arrivae a soluzioni da lui preventivamente costruite e desiderate.

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