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Speculatore sarà lei. Anche per le spesa e le tasse serve un vincolo costituzionale

– Ieri Silvio Berlusconi ha annunciato che a breve sarà discusso in Parlamento un disegno di legge per l’introduzione in Costituzione del “vincolo di bilancio”. La riforma è senz’altro auspicabile, anche se la bontà della proposta che sarà messa in agenda dipende in buona misura dai suoi specifici contenuti. Che qualcosa si debba fare per legare le mani a chi ha in mano il bilancio dello Stato è comunque indubbio.

Puntualmente ad ogni crisi dei mercati finanziari si alzano appelli a nuove e più stringenti regole. Dotti economisti di Stato azzardano diagnosi e provvedono a colmare con le proprie ricette, fatte di nuovi vincoli e restrizioni, i vuoti normativi e a correggere l’impianto previgente, che loro stessi avevano contribuito a realizzare e che avevano sostenuto fino a pochi giorni prima. Poco importa se il la alla crisi dei subprime fosse stato dato da comportamenti azzardati di due agenzie semigovernative come la Fannie Mae e la Freddie Mac; poco importa se ogni nuova regolamentazione si rivela inadeguata a prevenire la crisi successiva. I governi amano vestire un ruolo salvifico e assumersi i meriti di un medico che cura un paziente in via di guarigione.

Questa volta è diverso. La crisi di oggi è una crisi degli stati. Grecia, Stati Uniti, Italia pagano le loro politiche di spesa irresponsabili, l’aver dilapidato il denaro tolto coattivamente ai contribuenti facendo affidamento sulla benevolenza dei mercati finanziari. La peggiore speculazione è quella di un governo tanto presuntuoso da pensare che i mercati finanziari siano pronti a fornirgli in qualsiasi momento e a condizioni di favore qualsiasi cifra desideri.

Le politiche di stimolo condotte da Obama in ossequio alle dottrine keynesiane hanno fatto balzare la spesa pubblica di 5 punti percentuali di PIL. Cosa ne ha cavato? Una ripresa che stenta a manifestarsi, a dispetto di ogni moltiplicatore, e un declassamento da parte delle agenzie di rating, con un debito pubblico che quindi potrà essere collocato sui mercati finanziari solo a prezzi più alti. L’Italia è in una posizione diversa. Il debito pubblico supera il PIL dai primi anni novanta. Da vent’anni riposiamo sopra una polveriera pronta a esplodere. Anziché abbattere la spesa pubblica, cresciuta di 4 punti di PIL nell’ultima decade, i governi degli ultimi anni hanno preferito aumentare la pressione fiscale, oggi al di sopra del 43% del PIL, prima indiziata della bassa crescita che oggi rende ancor più insostenibile il debito pubblico.

Inutile incolpare agenzie di rating e lamentare, come pure ha fatto il premier nel corso della conferenza stampa di ieri, le speculazioni finanziarie. I governi si rivolgono ai mercati dei capitali per chiedere prestiti e non possono aspettarsi un’esenzione dalle regole che fanno funzionare i mercati. I cosiddetti speculatori o gli animal spirits puniscono chi agisce irresponsabilmente e premiano chi cura i propri bilanci con la diligenza del celeberrimo buon padre di famiglia. I “cattivi” speculatori sono, invece, i premier e i ministri che sperano di trovar conforto nell’adagio “too big to fail” (lo Stato non può fallire) per allentare i cordoni della borsa e porre a carico della finanza pubblica i costi di una politica invadente e l’acquisto di consenso clientelare.

Tocca a noi mercatisti, questa volta, chiedere regole stringenti per garantire contribuenti e risparmiatori dal rischio di default e pretendere che siano rispettate. Il vincolo di bilancio non basta. Per frenare la corsa della spesa pubblica e rilanciare l’economia serve che sia fissato in Costituzione di un tetto massimo alla pressione fiscale e alla spesa pubblica, oltre che all’indebitamento dello stato. Se oggi il benchmark in termini di stabilità dei conti pubblici è la Germania, ciò è in parte dovuto al fatto che una simile soluzione lì è stata adottata. Proprio il governo tedesco si era fatto promotore con il governo francese della proposta, inserita nel Patto per la competitività presentato al Consiglio europeo, di sollecitare l’introduzione nelle rispettive costituzioni nazionali di meccanismi di controllo sul debito e sul deficit pubblico.

Un tetto al 40% del PIL per la spesa pubblica e per le entrate fiscali potrebbe ridar fiato all’economia e rassicurerebbe i mercati finanziari. Una proposta bipartisan ispirata ai medesimi principi è stata di recente presentata in Senato da Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni. Il disegno di legge stabilisce un limite massimo di spesa pubblica pari al 45% del PIL e prevede procedimenti aggravati per l’approvazione di leggi di bilancio in deficit. La proposta costituisce un compromesso ragionevole e può essere integrata prevedendo un limite massimo alla pressione fiscale, che darebbe sostanza e significato ai diritti di proprietà e alle libertà individuali, oggi minacciati da ogni incremento della spesa pubblica e compressi ad ogni aumento della tassazione.

Con il federalismo fiscale serviranno anche regole condivise per la determinazione del limite massimo di tassazione di ciascun livello di governo. Certo, per rendere cogente il vincolo di bilancio occorrerebbe prevedere meccanismi automatici di correzione delle dinamiche di spesa e sanzioni per gli organi di governo responsabili della violazione dei limiti stabiliti. D’altra parte, perché mai non si dovrebbero far valere gli stessi principi meritocratici di retribuzione in base al risultato che hanno ispirato la riforma Brunetta anche per i nostri amministratori? Ad esempio, prevedere come prima misura correttiva e sanzionatoria l’interruzione del pagamento delle indennità per membri del Governo e del Parlamento potrebbe essere un disincentivo alla conduzione di politiche di spesa irresponsabili.

La lezione che stiamo vivendo dovrebbe spingerci a stabilire misure di prevenzione. L’articolo 81 della Costituzione, che impone al legislatore l’obbligo di prevedere, per ogni nuova spesa, i mezzi cui farvi fronte, non è bastato a frenare la corsa del debito pubblico. Nuove regole più stringenti e dotate di strumenti di enforcement si rendono necessari; altrimenti occorrerà attendere che prima o poi anche l’Italia esperisca quella sorta di commissariamento imposto dal Fondo Monetario Internazionale quando ogni possibilità di salvarsi da se stessi è perduta.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Speculatore sarà lei. Anche per le spesa e le tasse serve un vincolo costituzionale”

  1. lodovico scrive:

    Tra i promotori manca la fima di Bersani, peccato,..ma la Costituzione Italiana per lui é la più bella.

  2. marcello scrive:

    Io volevo inserire nei parametri europei quello della fedeltà fiscale e quello della corruzione, che in Italia con l’evasione toglie molti soldi allo stato.

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