Ricerca e prevenzione: investire per risparmiare

–  Ci sono sprechi nell’Università e ci sono nella Sanità. Tagliarli è necessario, e non solo ora che le casse son vuote. Tagliando anche i finanziamenti produttivi, però, il risparmio presunto si volatilizza, perché investire – in ricerca strategicamente e prevenzione –  è in realtà la via maestra alla razionalizzazione dei costi in prospettiva sistemica. Questo è platealemnete vero in ogni settore produttivo; microscopicamente clamoroso nella Sanità.
Ne parliamo  con Giovanna Riccardi, Professore Ordinario di Microbiologia all’Università di Pavia, Presidente della Società italiana di Microbiologia Generale e Biotecnologie Microbiche e Membro della European Academy of Microbiology.


Prof. Riccardi, i fondi alla ricerca sono stati tagliati per – sostiene il governo – “razionalizzare la spesa”. Da una spesa non falcidiata ma razionalizzata ci si dovrebbe attendere un rilancio della ‘produttività’ scientifica, ovvero una più efficiente ricaduta della ricerca prodotta sulla crescita complessiva del paese. Lei che fa ricerca capace di attrarre investimenti privati, può testimoniare se i tagli hanno davvero efficientato il sistema?
– Rendere più efficiente il sistema universitario e della ricerca tagliando le risorse in modo aspecifico non credo consentirà di raggiungere il risultato sperato.  Se è vero infatti, come è intellettualmente onesto ammettere, che in taluni casi la politica di espansione  operata dagli atenei negli ultimi anni ha prodotto le tristi realtà delle “cattedrali nel deserto” (autorizzate purtroppo anche dai ministri che si sono succeduti negli ultimi venti anni), e che zone di inefficienza sono presenti anche in atenei per altri versi molto competitivi, è altrettanto vero che tagliare le risorse senza avere il coraggio (o la forza, o la capacità, o la volontà) di indirizzare i tagli verso specifiche zone di inefficienza, servirà soltanto a depotenziare l’intero sistema universitario e della ricerca, condannando di conseguenza il nostro Paese a collocarsi, proprio in settori strategici per lo sviluppo, in un contesto semi-periferico.
Infatti, i tagli alla ricerca mettono in ginocchio non solo chi fa ricerca, ma in prospettiva anche il futuro del nostro Paese. In vari settori noi dovremmo formare la classe dirigente del domani e questo sarebbe sicuramente un investimento. In realtà, quello che vedo è che noi oggi stiamo “allevando” un gran numero di precari il cui futuro appare altrettanto precario, molti se ne sono già andati all’estero e molti altri li seguiranno.

La sanità è la voce di spesa che più incide sui bilanci pubblici. Anche lì, da una parte si taglia, a caso; dall’altra si tassa. Nulla invece si investe, per esempio in prevenzione, sebbene si abbia evidenza scientifica del vantaggio in termini di costi derivante, ad esempio, dalla prevenzione vaccinale. Lei è una scienziata, non un’economista. Dal punto di vista scientifico, quindi, cosa significa non fare prevenzione, e cosa invece comporta investire, sia nella ricerca sia nell’implementazione di policy preventive?
– Fare prevenzione semplicemente significa impedire lo sviluppo di una malattia. Io sono una microbiologa e affermo che i vaccini hanno salvato la vita a tante persone. Malattie infettive quali vaiolo, difterite, tetano, polio, sono praticamente scomparsi dalla circolazione e questo grazie alla realizzazione di vaccini che ne hanno bloccato la diffusione e, in alcuni casi, come per il vaiolo, la sua eradicazione (certificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1979).
Abbiamo costantemente bisogno anche di vaccini nuovi, come nel caso dell’epatite C, un virus che colpisce il fegato e fattore di rischio importante per l’insorgenza del carcinoma epatico. Senza tralasciare HIV, malaria e tubercolosi che mietono milioni di vittime ogni anno soprattutto nei paesi del terzo mondo. Ovviamente per trovare il vaccino adatto servono anni di intensi studi e finanziamenti cospicui.
Temo tra l’altro che, al di là dei non-finanziamenti e quindi dell’impossibilità di brevettare nuovi farmaci, vaccini, test diagnostici, etc… la reintroduzione del ticket potrebbe in qualche modo scoraggiare le fasce più deboli a rivolgersi alle strutture sanitarie in caso di sintomatologie lievi che potrebbero essere il campanello di allarme di gravi malattie.

La gente pensa: ‘bisogna stringere tutti la cinghia, è giusto tagliare anche i fondi alla ricerca’. Eppure, con riguardo specifico alla Sanità, meno ricerca e meno prevenzione significano più costi. Può farci degli esempi concreti, anche rispetto all’ambito di ricerca nel quale siete impegnati lei e la sua equipe?
– Le rispondo con un esempio. Il mio laboratorio è coinvolto nella lotta alla tubercolosi, causata da Mycobacterium tuberculosis, un killer riemergente. Con la scoperta degli antibiotici si pensava di aver sconfitto definitivamente questa malattia infettiva. Invece per tutta una serie di cause sono comparsi alla ribalta ceppi resistenti ai classici farmaci antitubercolari e quindi, ancora oggi, si muore di tubercolosi. Tra l’altro l’infezione si trasmette per via aerea, attraverso ad esempio un colpo di tosse, quindi risulta altamente contagiosa. La mia Unità fa parte di una cordata europea impegnata nella ricerca di nuovi farmaci attivi anche su queste forme resistenti. Grazie ad un sostanzioso finanziamento (12 milioni di Euro totali di cui 620mila a Pavia) abbiamo scoperto un nuovo farmaco che ora è in fase di sperimentazione pre-clinica. Parallelamente, si lavora anche per la messa a punto di un vaccino efficace. Le ricadute mi sembrano evidenti. Basti pensare che per guarire da una tonsillite bastano 7 giorni con un beta-lattamico o un macrolide, antibiotici di prima linea, mentre il trattamento antitubercolare prevede 4 mesi di terapia con 4 farmaci più due mesi con due farmaci. Di conseguenza un nuovo farmaco o un nuovo vaccino permetterebbero anche di risparmiare i soldi relativi alla cura del malato.
Il nostro laboratorio al momento può continuare a fare ricerca solo grazie al finanziamento europeo. Alla fine del mese di Luglio purtroppo non ci sono stati finanziati (in Italia!) 3 differenti progetti e per questo forse dovremo abbandonare un’altra nostra linea di ricerca. Questa linea prevede lo studio di un batterio patogeno che colpisce le persone affette da fibrosi cistica e, a volte, l’infezione è la causa della loro morte. Una ricerca molto importante che forse dovremo abbandonare in quanto non finanziata.

Con una popolazione che invecchia la spesa sanitaria è destinata a crescere. La prevenzione dalle malattie è dunque un settore in cui appare ‘razionale’ investire.
Lei che si è spesa personalmente per far dialogare comunità scientifica e comunità politica, trova che rispetto al tema della ricerca in generale, e della prevenzione in particolare, ci sia la dovuta attenzione da parte del governo, in particolare, delle forze politiche più in generale?

– No, ma forse è un po’ anche colpa nostra. E’ tempo di uscire dai nostri laboratori e dalle nostre biblioteche per dialogare in prima persona con i politici. Questa è la ragione per cui mi sono avvicinata a Futuro e Libertà.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Ricerca e prevenzione: investire per risparmiare”

  1. Massimo74 scrive:

    A parte che non è vero che la sanità è la voce di spesa che incide maggiormaente sul bilancio dello stato,infatti per le pensioni lo stato italiano spende più del doppio di quanto non spenda per la sanità.In ogni caso continuo a non capire in che modo si dovrebbe razionalizzare la spesa sanitaria o come fare per “indirizzare i tagli verso specifiche zone di inefficenza”(cito testualmente)?
    Evidentemente qui si continua a non capire che senza la logica del profitto non c’è modo di aumentare l’efficenza di un servizio e di razionalizzarne i costi.Lo stato,a differenza del privato, non agisce in base a logiche di mercato e non va alla ricerca del profitto,ma si basa esclusivamente su logiche politico/clientelari.E’ chiaro che in questo scenario lo stato non può neanche sapere se quello che stà facendo è apprezzato dai cittadini,in quanto essendo la sanità pubblica all’apparenza gratuita,si tende ad abusare di essa(è noto che quando un bene è gratutito la domanda tende a crescere all’infinito)e questo comporta ovviamente un aumento dei costi(da qui la necessità di ricorrere ai ticket)a cui però non corrisponde un aumento della qualità del servizio.Bisogna quindi prendere atto una volta per tutte che solo introducendo la logica del profitto anche nella sanità si potrà avere finalmente un servizio efficente e meno scostoso.La soluzione quindi,è quella di far in modo che il SSN sia finanziato esclusivamente attraverso i ticket e non attraverso la fiscalità generale come avviene oggi.Scagliarsi quindi contro i ticket significa non aver capito nulla,bisogna scagliarsi invece contro le ingenti imposte che paghiamo per mantenere in piedi un mostro di sprechi e inefficenze come l’attuale SSN.

  2. Simona Bonfante scrive:

    politiche pubbliche, sulla sanità come altrove, non equivalgono affatto a politiche stataliste. chi scrive, almeno, non ha mai né sostenuto né parteggiato per una politica di investimenti pubblici. fatto stà che la sanità è (ancora) pubblica e l’istruzione pure. quindi o si privatizza il sisetma o gli si da coerenza. certo è che così com’è – ovvero con uno stato che spende, taglia ma non investe, e i privato che non hanno un ruolo razionalmente proattivo – non solo non si va da nessuna parte, ma si aggravano gli oneri per i cittadini. ecco, così è come la penso.

  3. Massimo74 scrive:

    E allora si privatizzi il welfare una volta per tutte e non pensiamoci più.

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