di CARMELO PALMA – Uno può anche parlare a mercati chiusi, che poi, comunque, riaprono e presentano i loro conti. Non di per sé giusti, ma reali, a differenza di quanto Berlusconi pensa e Alfano dice (gran brutto debutto, il suo, mercoledì alla Camera): che è “vero” solo ciò che il popolo ritiene per tale.  Come don Ferrante, che nei Promessi Sposi, dopo avere dimostrato che la peste non esiste, ne muore.

L’Italia si è risvegliata dall’intervento disperato e disarmato di Berlusconi scoprendo che non sempre domani è un altro giorno. La notte era trascorsa, ma la nottata non era passata. Piazza Affari è ieri arrivata al 5,16% in meno, lo spread Btp-Bund oltre i 390 punti. E il terremoto non sembra fermarsi. Oggi il Ftse Mib segna in apertura un meno 3%  e lo spread sfonda quota 400.

La “speculazione” – che non è una sorta di Spectre, ma un insieme di interessi diversi e dispersi – non ci racconta mai molto di sé, ma sempre molto di noi. Se si accanisce contro l’Italia, e non solo, può essere che non capisca. Ma può darsi che, approfittando della nostra debolezza, ci insegni a comprenderla e a porvi rimedio. Sempre che – per tornare a Manzoni – non se ne addebiti la responsabilità agli untori, confondendo il male con il maleficio, secondo quanto gli italiani nei momenti difficili sono piuttosto inclini a credere.

Quando Berlusconi, con fare risentito, ha spiegato alle camere che i mercati non avevano compreso e apprezzato i meriti dell’Italia – come se rispetto al debito sovrano del Belpaese gli investitori potessero apprezzare qualcosa di diverso dal merito di credito, cioè dalla capacità di rimborso del debitore – l’impressione è che fosse più riluttante ad accettare la lezione, che desideroso di impartirne una.

Eppure, anche a noi profani appare chiaro che le ragioni per cui l’Italia si è fermata sono le stesse per cui non riesce a ripartire. Quello che va fatto, nessuno (di quelli che contano) lo vuole fare e la maggioranza degli italiani, probabilmente, non lo vuole accettare. La politica rimane prigioniera del trade off tra quanto si deve e quanto si può, tra le ragioni del governo e quelle del consenso. L’idea che l’efficienza possa essere garantita solo da un governo off shore – tecnico nel senso di una politikè tèchne liberata dal “conformismo democratico” – non autorizza dubbi sulla solidità, ma sulla qualità della nostra democrazia. Non arriveranno i colonnelli, per intronare i tecnici. Ma nella cabina di comando rischiano di rimanere i fanfaroni.

Nella crisi globale, a cui la maggioranza si attacca per trarre un mezzo gaudio dalla natura comune del male – ma senza far godere nessuno –  c’è qualcosa di specificamente italiano nei problemi che affliggono l’Italia. Non solo rispetto ai fondamentali economici (spesa pubblica, tassazione, crescita, produttività) ma anche a quelli politici.

La democrazia italiana non è efficiente. Berlusconi la lascerà a breve come l’aveva trovata, arrogante e impotente. Non c’è nessuna possibilità che i tecnici soppiantino o usurpino il “primato della politica”. Ma ce n’è più d’una che il primato continui ad essere esercitato così e che l’Italia si fotta correndo appresso a medici pietosi che campano di rendita sulle sue piaghe purulente.