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Il potere dell’accesso, ovvero del feudalesimo italiano

– Cos’è il potere. Due logiche che sono l’una il contrario dell’altra. Il potere è gestione delle risorse – di qualsivoglia tipologia esse siano, sia materiali, sia immateriali – e delle leve di attivazione e disattivazione sociale delle risorse. E poi il potere è gestione degli accessi. Sia degli accessi alle risorse e sia degli accessi a chi detiene le risorse. La seconda logica del potere è una questione tipicamente italiana.

Partiamo da esempi.
Se in altre culture politiche qualcuno, anche un semplice privato cittadino, vuole accedere alla relazione con una Istituzione, o con un Ente, o con un altro cittadino che ricopre una funzione sociale di interesse pubblico, in poche parole: se ad un individuo motivato interessasse entrare in contatto con qualcuno (che rappresenta qualcosa) per sottoporgli una questione, un’ idea, la sua professionalità, o qualche altra formula relazionale, beh, le cose non sarebbero così complicate.

Ho visto con i miei occhi come negli Stati Uniti è plausibile ottenere risposta, da chiunque. Un curriculum, ad esempio, ottiene sempre una risposta, magari negativa, ma pur sempre una risposta. Ma prima di dirvi o di scrivervi “grazie di averci contattato, è stato un piacere conoscerla, ci ricontatti in futuro” (ossia, non se ne fa nulla) troveranno il modo, se il curriculum ha un qualche elemento di interesse, di ricevere colui che lo ha inviato. Proporre un’idea ad una grande azienda, o multinazionale, non è così impervio come potrebbe apparire. Se l’idea funziona verrà vagliata e il proponente – in un modo o nell’altro, magari anche fregandolo – sarà coinvolto.

L’accesso ai laboratori del pensiero politico, altro esempio, non è complicatissimo. Se ci si arma di buona volontà e si dimostrano i titoli giusti (previa una semplice email) ci si può ritrovare a partecipare a laboratori in forma di prima colazione durante i quali si berrà caffé e si mangeranno dolcetti, ad un grande tavolo rotondo, fianco a fianco con altri giovani studiosi e con deputati, ministri, Ceo di grandi aziende, lobbisti, ecc. E così le idee, le competenze istituzionalizzate, le competenze di domani, si incontrano, fanno circuito, rete.
Altrove le aziende vi rispondono, i potentati pure, ed anche coloro che “incarnano” logiche di potere. Ho visto giovani scrittori inviare email ed essere ricevuti da registi stranieri di fama internazionale che, se fossero italiani, non vi degnerebbero nemmanco di dirvi “buongiorno e buonasera”. E così pure con i produttori di beni culturali, facilmente raggiungibili all’estero, facilmente irragiungibili in Italia.

I grandi gruppi di potere economico, nelle altre culture politiche, son ben felici – è la ragione stessa della loro propria capacità di fare impresa – di entrare in contatto con tutte le possibili competenze coinvolgibili. Questo vale per l’industria, per la ricerca scientifica, per la cultura, per l’arte, per i media, per le nuove realtà economiche ed imprenditoriali (ecc.). All’estero si è alla ricerca di talenti, noti e non noti – giovani e meno giovani, e l’accesso alla possibilità di conoscere e farsi conoscere non è un ostacolo insormontabile.

La logica è quella di investire sulle risorse umane nella loro accezione di agente di implementazione e trasformazione delle proprie possibilità di crescita
.
E per far ciò, le ipotetiche nuove risorse umane vanno comprese, conosciute, vagliate. Autoproporsi (negli USA, in Francia, in Scandinavia, in Germania, nel Regno Unito) è una prassi comune, vista di buon occhio e fruttifera.
Sono culture del lavoro incentrate sul “vado a propormi, vado a farmi conoscere”.

In Italia no
. In Italia è straordinariamente vigente la seconda logica del potere, quella che incardina il potere come capacità di “gestire gli accessi e le informazioni relative agli accessi”. Il potere non come potere del Principe che vive nel castello, ma come potere del custode del castello che “decide” chi possa entrare in contatto con il Principe e con le sue istanze, necessità e bisogni (tutte ipotesi di lavoro) e chi no.
Siamo il paese dell’“assenza di relazione diretta” e piuttosto il regno della “relazione intermediata”.
Se inviate un curriculum non vi risponderanno, se volete conoscere qualcuno non lo conoscerete, se volete proporre un’idea non troverete il canale, se volete, sperimentalmente, comprendere una logica, non vi verrà dato accesso ad essa.

Da noi vige una “logica contingente”, ossia, l’indeterminismo del caso
; l’unico fenomeno che può sconfiggere la nostra endemica secretazione dei dati e delle informazioni, e il nostro, ultraendemico, disinteresse nei confronti di chi non è “segnalato” da nessuno e “non porta qualcosa in cambio”, o non è nei nostri circoletti relazionali, chiusi e blindati, tutti all’insegna del meraviglioso eccellentissimo familismo amorale che incancrenisce da sempre la nostra società e la nostra provincialissima cultura.

Come ha raccontato meravigliosamente un, assai ipocrita, cortometraggio pubblicitario di uno dei massimi gruppi bancari italiani, i giovani talenti italiani hanno modo, certamente, di farsi notare (!) di veder sviluppate e prodotte le loro idee (!). Certo, ma in che modo? Incontrando (come veniva raccontato nel filmato) per caso, su di un treno, un potentissimo economista che, impietosito dall’insistenza, educata, dei ragazzi fornisce loro di un “numero di telefono al quale chiamare”. Il numero di qualcuno che darà loro ascolto. Quel numero viene dato solo a loro. E tutti gli atri? Quelli che non hanno incontrato l’economista sul treno? Si fregano.

In quanti in Italia possono aver accesso al numero di telefono o all’email giusta? In quanti in Italia riescono ad “avere l’informazione” di chi è alla ricerca di nuove competenze professionali? Chi è che gestisce queste informazioni? Chi è che decide “tu puoi parlare con chi è preposto, e tu invece no”.
Ecco in cosa si compie una frangia cospicua del potere in Italia. E’ l’azione di gestione e selezione delle informazioni di contatto, e dei contatti.
E’ il potere della soglia. Il potere del custode, della segreteria, del filtro.
Questo perché siamo un paese che, per genetica culturale, si regge su filtri.

Qualche giorno fa mi è stato detto “mettiti in contatto con quella certa persona, sta cercando un profilo come il tuo, il tuo curriculum e le tue competenze sono ottime, questo è il numero della sua assistente”.
La sua assistente non mi risponde.
Le invio email e non mi risponde.
Le telefono e non mi risponde.
Le invio sms e non mi risponde.
Neanche una risposta.
Neanche per dirmi “pussa via” o “grazie per averci contattato, terremo presente”.
Un giorno mi richiama, ma capisco che lo fa per un errore del suo cellulare ed allora mi dice “mi chiami assolutamente domani, parleremo”
E poi il nulla. Nessuna risposta al telefono, elle email, a niente.
Allora mi hanno detto: “fai così, il suo capo, colui con il quale dovresti parlare, appartiene a quella certa religione. Potresti farlo chiamare da un’alta figura istituzionale delle sua religione in modo tale da superare il filtro dell’assistente e parlare direttamente con lui”.
Bene, ma in che cazzo di paese viviamo!


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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