di PIERCAMILLO FALASCA – Pubblichiamo di seguito l’intervento che Silvio Berlusconi dovrebbe tenere oggi in Parlamento. Parole che vorremmo ascoltare, ma che con ogni probabilità il premier non pronuncerà:

Signor Presidente, Onorevoli colleghi,

La scelta del Governo di riferire in Parlamento sull’emergenza economico-finanziaria non è un atto dovuto, né una mossa “di facciata”, quanto piuttosto l’assunzione di responsabilità di questo esecutivo. Nessuno può illudersi che le dichiarazioni che renderò e il dibattito che seguirà saranno sufficienti a rassicurare i mercati. C’è bisogno che tutte le forze politiche di buona volontà che siedono in questo Parlamento concorrano ad un piano di interventi severi, mostrando che una strategia di uscita dalle sabbie mobili esiste ed è ampiamente condivisa. Con questo auspicio, dai banchi del governo mi appello al Parlamento intero, senza più distinzioni tra maggioranza e opposizione.

Per la seconda volta in venti anni l’Italia sperimenta una crisi del debito sovrano che rischia di portare il Paese ad un default drammatico. Se nel 1992 il pericolo fu sventato, grazie ad un percorso di austerità finanziaria coraggioso ma anche alla leva monetaria di cui ancora disponevamo, oggi i margini di azione sono oltremodo ridotti. Abbiamo “sprecato” i benefici dell’adesione all’euro, che aveva consentito all’Italia un significativo risparmio di interessi sul debito: anno dopo anno, quelle risorse sono state di fatto assorbite dall’espansione costante e ingovernata dei fabbisogni della pubblica amministrazione, a cominciare dalle esigenze dei sistemi sanitari regionali. L’economia è stagnante, ciò è all’origine della sfiducia dei mercati finanziari. Nonostante lo Stato goda di un saldo primario attivo – le entrate di competenza superano le uscite di competenza – e che questo di per sé testimonierebbe lo stato di salute delle finanze pubbliche, la solvibilità di medio-lungo periodo dell’Italia appare a rischio, anzitutto per le deboli prospettive di crescita.

Nell’ultimo decennio, il Pil italiano è cresciuto in media solo dello 0,25 per cento all’anno, una dato allarmante, migliore solo rispetto a quello di Haiti o dello Zimbabwe. Abbiamo saputo evitare il peggio durante la recente crisi finanziaria globale, grazie ad una certa solidità del sistema bancario nazionale e alla scelta di questo governo di non seguire le sirene di chi chiedeva maggiore spesa pubblica a sostegno di una domanda stagnante, ma oggi non ci sono segnali significativi di una possibile inversione di tendenza.

Non credo che i governi presieduti dal sottoscritto dal 2001 ad oggi siano additabili come responsabili di questo “decennio perduto”. Certo – lo dico con onestà intellettuale – se non siamo i fautori del declino italiano, che affonda le sue radici nelle debolezze storiche del paese e nella migrazione “ad est” di quelle produzioni che un tempo facevano dell’Italia la fabbrica manifatturiera d’Europa, abbiamo però fallito nel compito storico che gli elettori ci avevano affidato: modernizzare l’economia e la società italiana. La promessa di un nuovo miracolo italiano, l’obiettivo di un fisco più leggero, la riduzione del debito pubblico ereditato dalla Prima Repubblica, la sfida della flessibilità del mercato del lavoro, la riforma della giustizia, il miglioramento della macchina burocratica centrale e locale, l’investimento in opere infrastrutturale avanzate: il fondamento della nostra azione politica – la rivoluzione liberale – non ha esplicato gli effetti che immaginavamo.

Continuo a credere che le forze di conservazione radicate nel Paese e nelle sue istituzioni abbiano scientemente ostacolato ogni tentativo della mia parte politica di infondere libertà e dinamismo nell’economia. Ritengo, a torto o a ragione, che nel 1994 prima e poi nel quinquennio 2001-2006 agli scarsi risultati degli esecutivi a guida Berlusconi abbiano non poco contribuito i dissidi interni alle maggioranze politiche. Amici di oggi e di ieri che condividono con me la responsabilità di risultati inferiori alle attese.

Invito poi tutti voi, onorevoli colleghi, a riflettere su quanto dannosa sia stata l’esperienza di governo del centrosinistra dal 2006 al 2008, quando quella compagine politica non seppe cogliere i timidi segnali di ripresa che l’economia offriva, scegliendo invece di implementare una politica economica “tax and spend” le cui conseguenze paghiamo ancora oggi. Quel centrosinistra, confuso e chiassoso, è poi colpevole della bocciatura referendaria di una riforma costituzionale – che il centrodestra aveva voluto, disegnato e approvato – che avrebbe superato il bicameralismo perfetto, rafforzato i poteri del governo, ridotto il numero dei parlamentari e razionalizzato il riparto delle funzioni tra Stato e Regioni. A chi è convenuto? Non agli italiani.

Ciò detto, ho il dovere di rispondere in prima persona: chi ha ricoperto l’incarico di premier per otto anni negli ultimi dieci non può non rispondere politicamente dello stato delle cose. Sono, o sono percepito come, il protagonista principale della Seconda Repubblica, il leader di una parte politica e l’anti-leader dell’altra, il portatore di alcune peculiari istanze di riforma rimaste tristemente inespresse. Oggi, avverto di dover svolgere fino in fondo il mio compito di servitore dello Stato offrendo una prospettiva politica e di governo per i mesi a venire.

L’Italia ha bisogno, in questa fase più che mai, di un governo che sappia assumere le decisioni impopolari e necessarie. Un governo che metta in campo un grande e coraggioso piano per la crescita, che prenda le mosse dallo snellimento delle regole che sovraintendono l’economia italiana e dall’abbattimento di ogni protezione e rendita di posizione a favore di questo o quel settore, questa o quella casta. Lo dico anzitutto a quegli esponenti del Popolo della Libertà che, appena qualche settimana fa, hanno opposto tutte le loro resistenze al programma di liberalizzazione dei servizi professionali che il Governo avena elaborato: cari colleghi, non possiamo più permetterci un’economia rigida e sovraprotetta. Anche per sanare la sempre più profonda frattura – dal contorno generazionale – tra garantiti e precari, dobbiamo scommettere sui vantaggi di un mercato del lavoro aperto e competitivo, votato all’innovazione e al confronto con il resto del mondo. Vale per le libere professioni e per il lavoro dipendente, un ambito dove pure abbiamo sprecato più di un’occasione in quest’ultimo triennio. Sui servizi pubblici locali, sul mercato dei trasporti, sul comparto energetico, sulle forniture di carburante e sulla grande distribuzione organizzata: parta subito una stagione di privatizzazioni, di liberalizzazioni e di concorrenza. Da imprenditore prima che da esponente politico, a chi mi chiede le ragioni della scarsa crescita italiana, oggi non posso che indicare la recente vicenda di Arenaways, un operatore ferroviario privato portato sull’orlo del fallimento da norme concepite male e scritte peggio. Su questo, probabilmente, avremmo dovuto impostare l’azione di semplificazione normativa condotta dal ministro Calderoli, senza lasciarsi distrarre da contese simboliche sulla sede dei ministeri!

C’è da definire subito una politica che coniughi crescita e disciplina fiscale. Non noi, caro ministro Tremonti, ma i mercati segnalano che nella manovra non c’era nulla in termini di crescita e che la disciplina di bilancio era troppo dilazionata nel tempo. E’ mancato il coraggio, o forse la convinzione. Abbiamo finito per fare ciò che non avremmo mai immaginato di fare: aumentare le tasse, anziché puntare ai tagli, anche molti robusti, di spesa. E’ stata un’extrema ratio, si è detto. Rispondo che avremmo dovuto e potuto agire prima, allora. Potrei aggiungere che, per almeno due anni e mezzo, i miei più stretti collaboratori solevano rassicurarmi sullo stato della finanza pubblica e dell’economia, spiegandomi come la migliore strategia per superare la crisi fosse la “tenuta”, il “non movere”, la scommessa sulla solidità intrinseca della società italiana di far fronte alle difficoltà ricorrendo all’ammortizzatore sociale della famiglia e delle piccole comunità. Si sbagliavano? E’ poco significativo, più che le intenzioni la vita mi ha insegnato a valutare le azioni. E anche quelle azioni sono state anzitutto mie.

Una prospettiva politica nuova, dunque, un atto di discontinuità. In serata, alla conclusione dei lavori parlamentari, mi recherò al Quirinale per rassegnare le mie dimissioni da presidente del Consiglio dei Ministri. Pregherò il presidente Napolitano di considerarle irrevocabili, così come gli offrirò fin da subito la disponibilità mia personale e del partito che presiedo a sostenere un nuovo governo, possibilmente guidato da una personalità di elevata caratura internazionale, estraneo alle forze politiche parlamentari. Il sostegno del Popolo della Libertà, cui spero si aggiunga quello di un’ampia maggioranza di questo Parlamento, sarà condizionato ad alcuni precisi e inequivocabili paletti: che il nuovo governo mostri quell’abbrivio riformatore e liberale e quel coraggio che i governi della Seconda Repubblica, di centrodestra e di centrosinistra, non hanno saputo interpretare; che le forze parlamentari che sostengono il governo s’impegnino fin da subito alla “bonifica” del sistema politico, ridisegnando le regole di funzionamento dei partiti, i meccanismi di finanziamento della politica, la legge elettorale; che si rassereni il clima politico e mediatico intorno alla mia persona, alla mia famiglia, alle mie imprese, che hanno il diritto-dovere di competere ad armi pari con tutti, senza subire rappresaglie ideologicamente orientate da chi non è riuscito, per anni, a battermi politicamente.

Concludo. L’Italia nella sua lunga e appassionante storia nazionale ha dimostrato di saper danzare, anche a lungo, sull’orlo del baratro. Ma ha altresì dimostrato di saper superare le situazioni di pericolo ricorrendo, eccezionalmente e straordinariamente, al suo genio, alla sua creatività e a un granitico istinto di sopravvivenza. E’ il momento di dimostrarlo ancora. Viva l’Italia.